L’Italia che odia la scienza (e i vaccini). Costanza Quatriglio fa giustizia (al cinema) sul caso Ilaria Capua

Presentato al TorinoFilmFest “Trafficante di virus” il nuovo film di Costanza Quatriglio ispirato all’omonimo memoir di Ilaria Capua (Rizzoli), virologa italiana di fama mondiale silurata da un’inchiesta giudiziaria da cui è poi stata scagionata. Un film che parla della necessità della scienza al servizio di tutti, della ricerca che deve essere pubblica e dell’importanza dell’ “open access” ai contributi scientifici. Come del resto insegna la pandemia di questi nostri giorni. Il film sarà al cinema il 29 e 30 novemre e il 1° dicembre. E prossimamente su Prime Video …

 

Nei laboratori di ricerca Costanza Quatriglio aveva portato il suo obiettivo già anni fa. Era il 2013 e Con il fiato sospeso denunciava i gravi rischi a cui sono sottoposti i ricercatori universitari per l’obsolescenza dei laboratori. Casus belli la morte per tumore di un dottorando di Farmacia dell’Università di Catania.

A distanza di quasi dieci anni, nel mezzo delle pericolose polemiche no-vax e delle ancor più pericolose varianti del Covid la regista siciliana torna a mettere la ricerca scientifica al centro della sua macchina cinema, raccontando ancora una volta una storia di (in)giustizia ma anche di determinazione e passione al femminile.

È quella di Ilaria Capua la virologa italiana, oggi ai vertici di uno dei più importanti centri di ricerca in Florida, finita al centro di un’inchiesta giudiziaria con l’accusa gravissima di aver fatto traffico di virus – da cui il titolo del suo romanzo edito da Rizzoli nel 2017 a cui il film s’ispira – e causato pandemie ad hoc per smerciare i suoi vaccini.

Fantascienza? Il non luogo a procedere arrivato a chiudere nel 2016 la lunghissima indagine non lascia dubbi. Ma intanto il “caso Capua” ha travolto la vita della celebre ricercatrice e della sua famiglia.

E poco conta che sia stata lei a trovare il vaccino per l’aviaria, che sia stata lei a dare il via all’ “open data” per i contributi scientifici, fondamentali soprattutto nel caso delle pandemie e per i paesi in via di sviluppo. Poco conta che si sia battuta per la ricerca pubblica svincolata dagli interessi dei grandi capitali, che abbia tentato fino all’ultimo di non lasciare l’Italia (è stato Ferruccio Fazio, ministro della salute del governo Berlusconi ad averle promesso nuovi fondi per evitare l’enesima fuga di cervelli) e che abbia tentato persino la carriera politica (parlamentare nel governo Monti si è poi dimessa in seguito all’inchiesta giudiziaria) per sostenere attivamente le ragioni della scienza.

Costanza Quatriglio nel suo film offre una sorta di “diritto di replica” alla virologa. Prima di lei lo avevano già fatto in tv Stefano Pistolini e Massimo Salvucci (L’anti-scienza: il caso di Ilaria Capua) e a teatro Davide Verazzini (Il cervello che non voleva fuggire).

Ma è una materia complessa e scivolosa. Soprattutto per una fiction. Si tratta di mostrare sequenziamenti di virus, esperimenti, formule matematiche, raccontare delicati equilibri di potere interni alle istituzioni accademiche poco inclini ad accogliere le donne, soprattutto se indipendenti. Si tratta del costante affanno per trovare i finanziamenti, della scelta etica di una ricerca pubblica e al servizio di tutti. E soprattutto di un’Italia totalmente sorda alle istanze della scienza e più facilmente attratta dai complottismi, come mostrano i nostri tristi tempi di pandemia.

Eppure la regista di Sembra mio figlio riesce a sbrogliare l’intricata matassa (firma la sceneggiatura con Francesca Archibugi) giocando sul doppio binario del racconto pubblico, quasi un thriller, e privato della vita della scienziata. Magari Anna Foglietta non è esattamente a suo agio nei panni di Ilaria Capua ma di lei ci lascia intendere il tormento interiore. Quello di una donna combattente che tanto ha pagato per la sua indipendenza e che sicuramente molto del suo privato ha dovuto sacrificare.

Con la consueta sensibilità di sguardo Costanza Quatriglio affresca il rapporto della scienziata con il marito (Michael Rodgers) decisamente devoto e poi, soprattutto quello con la figlia. La vediamo piccolissima, a tavola, piuttosto spaventata dai discorsi di lavoro, concitati, di sua madre. E più grande sul finale continuare a vivere quella distanza, stavolta anche fisica, quando Ilaria è negli States e lei le parla attraverso lo schermo del computer, mostrandole i suoi primi passi di danza. Per poi avvicinarsi quasi sbattendo il volto sullo schermo per cercare quello della madre lontana. Momento struggente che ci dice quanto comunque per una donna sia sempre più difficile. Così come ha dimostrato “il caso Capua”.