Malinconicamente “Maigret”. La prima volta di Depardieu nel mondo di Simenon

Arriva in sala il 15 settembre (per Adler Entertainment) “Maigret”, seconda incursione nell’universo di Simenon dell’autore francese Patrice Leconte. Ispirato al giallo “Maigret e la giovane morta  (Adelphi) il film punta sull’iconica presenza di Gérard Depardieu nei panni del più celebre dei commissari, qui in una versione crepuscolare e malinconica, con la sua inconfondibile stazza vagabonda, nascosto dall’immancabile cappello e dal gigantesco cappotto. Un Maigret più “intimo” in cui si risveglia un doloroso ricordo dello stesso Simenon:  il suidicio della figlia …

 

Passo incerto, respiro corto e malinconia non gli danno tregua; depresso e “crepuscolare”, vive il divieto del medico di fumare la sua pipa come una punizione intollerabile; non ha appetito e neanche assaggia i manicaretti preparati come sempre dalla moglie devota.

In Maigret, previsto in Italia sul grande schermo il 15 settembre distribuito da Adler Entertainment, l’iconico commissario Jules Maigret viene interpretato per la prima volta dall’intramontabile Gérard Depardieu, dopo Jean Gabin, Bruno Cremer, Jean Richard e il nostro Gino Cervi.

Stavolta appare ancora più taciturno del solito; con la sua inconfondibile stazza vagabonda come un’anima in pena nascosto dall’immancabile cappello e dal gigantesco cappotto nei “suoi” territori parigini che percorre da decenni: il mitico ufficio in quai des Orfèvres, il boulevard Richard Lenoir dove risiede, le brasseries e i bistrots in cui si gode lo spettacolo della vita e dove – ammette – “carbura con vino bianco, rosso o birra”. Maigret sembra struggersi per una Parigi più metafisica e simbolica che reale.

Il film è liberamente tratto dal romanzo dello scrittore belga Simenon (1903 – 1989), “padre” del commissario, Maigret e la ragazza morta; l’autore lo scrisse nel 1954 (in soli otto giorni, dall’11 al 18 gennaio) negli USA, sul finire del suo soggiorno a Shadow Rock Farm, un anno prima di tornare in Europa.

Lo tradusse a suo tempo Mondadori, e divenne nel 2005 Maigret e la giovane morta su iniziativa di Adelphi. Ora, il regista Patrice Leconte (nato nel 1947), eclettico, dall’umorismo lieve ma non leggero, porta per la seconda volta sullo schermo l’immortale commissario: nel 1989 aveva firmato L’insolito caso del Signor Hire, remake di Panico, già adattato per il cinema nel 1946 da Julien Duvivier, tratto da Il fidanzamento del Signor Hire (1933), uno dei primi romanzi in cui Simenon comincia a impegnarsi come scrittore “serio”, inaugurando una specie di poliziesco al contrario, con un innocente sospettato e quindi potenzialmente già vittima, nonché legato al pessimismo verso la folla che aveva aderito ciecamente ai fascismi europei e al razzismo, quindi in cerca di colpevoli per riscattarsi.

Oltre a Depardieu, nel film di Leconte troviamo anche altri noti volti del cinema francese, tra cui Jade Labeste, Mélanie Bernier, Aurore Clément, André Wilms, Hervé Pierre, Clara Antoons, Pierre Moure e Bertrand Poncet. Il regista ha scelto di dare alla storia un taglio drammatico, allontanandosi dal genere poliziesco: il cadavere insanguinato di una donna più o meno ventenne viene ritrovato nella capitale, nella deserta Place Ventimille (oggi Piazza Adolphe Max) sotto una pioggia sottile in una notte di marzo; alcun dubbio: è stata assassinata, di lei non si sa nulla e identificarla appare impossibile.

Progressivamente Maigret, in un lento procedere a riempire il vuoto di informazioni e, al contempo, ad acquisire indizi sulla sua personalità, scopre gli usi e costumi assai discutibili di una famiglia dei quartieri alti che aveva forse buone ragioni per sbarazzarsi della sconosciuta. In particolare il commissario si concentra su una giovane delinquente di provincia esiliata a Parigi e che risveglia in Simenon/Maigret, su iniziativa del regista, un ricordo molto doloroso, quello della figlia di Simenon Marie-Jo, suicidatasi nel 1978. Questo elemento biografico, presente in filigrana in molti testi del giallista, costituisce il “filo rosso” del lavoro di Leconte, il quale appare più interessato al suo protagonista malconcio che non all’intrigo poliziesco in sé, discostandosi non poco dal testo originale.

La ragazza assassinata sembra una prostituta o l’entraîneuse di qualche locale notturno dei paraggi, ma Maigret non si lascia ingannare: non che capisca al volo la verità, ma non si accontenta di osservazioni scontate a priori. Vuole capire e deve pertanto conoscere chi era veramente quella ragazza – nel frattempo identificata come Louise – poiché gli appare impossibile individuare l’assassino senza prima sapere chi è la vittima. Così il romanzo si snoda sul doppio binario di un tempo presente, quello dell’indagine, e di un tempo passato, quello dell’intera vita della vittima.

Il volto della giovane lo colpisce in modo particolare: fin da quando gli appare distesa insanguinata nel suo abito azzurro da quattro soldi; ha perduto una scarpa e quel suo piede nudo stabilisce un immediato contatto umano tra il maturo funzionario di polizia e la morta poco più che adolescente.

L’indifferenza generale stupisce il commissario: anche dopo la pubblicazione della notizia dell’omicidio con relativa foto della vittima, non giunge nessuna segnalazione. Sembra che la ragazza non abbia lasciato alcun segno del suo passaggio terreno. Diversi testimoni maschili – tassisti, barman, camerieri – rimangono sullo sfondo: non hanno un nome e un ruolo nella storia, tranne quello, appunto, di testimoni. Quanto alle donne, appaiono ben delineate e descritte: tutte, o quasi, con un nome e una storia.

Il commissario, nella speranza che qualcuno riconosca la vittima e si faccia vivo con delle informazioni, vuole offrire ai giornali un’immagine di lei più realistica; promuove la realizzazione di un servizio fotografico con modelle di sembianze simili alla giovane e facendo indossare loro i suoi abiti. Con un fotomontaggio, ricrea sembianze di vita là dove vita non c’è più, grazie all’abilità di truccatori e fotografi. Leconte ci propone un giallo e un “Maigret” dei più classici e allo stesso tempo una riflessione generale sulla condizione dell’essere umano nella società contemporanea.