Molestie nella casa di cura. Marco Tullio Giordana torna alla denuncia (didascalica)

In sala dall’8 marzo (per Videa) “Nome di donna”, il nuovo film di Marco Tullio Giordana dedicato al tema delle molestie sessuali sul posto di lavoro. Ma non sono le star né i tycoons di Hollywood protagonisti degli scandali glamour. A perpetrare gli abusi è lo stimato Direttore di un ospizio per ricchi vegliardi e a subirli sono le sue inservienti. Film MOLTO MOLTO MOLTO didascalico ma col merito di averci pensato tre anni fa, prima dell’onda anomala…

È stato scritto molto prima dell’eruzione – molestie, Nome di donna, che ci restituisce un regista di molti meriti come Marco Tullio Giordana. Soggetto e sceneggiatura sono firmati da una donna, Cristiana Mainardi, che evidentemente era sensibile al tema buoni tre anni fa.

La sola avvertenza è che il risultato è MOLTO MOLTO MOLTO didascalico, a partire dal finale del film, che somministra al molestatore di turno sei improbabili anni di galera, con interdizione perpetua dai pubblici uffici, e tre anni per favoreggiamento a un sacerdote connivente. Se nei tribunali italiani andasse sempre così, avremmo risolto buona parte dei nostri problemi.

Nome di donna ha il merito di raccontare gli “ordinari” soprusi e ricatti sessuali sul posto di lavoro. Non sono le star né i tycoons di Hollywood protagonisti degli scandali glamour. A perpetrare gli abusi è lo stimato Direttore di un ospizio per ricchi vegliardi, a subirli sono le sue inservienti, per lo più immigrate dall’Europa dell’Est. Gli piace insidiarle nella loro uniforme di lavoro, da schiave, da sottomesse.

Cristiana Capotondi, da restauratrice disoccupata con figlia a carico, finisce nel gregge. Il Direttore la convoca dopo l’orario di lavoro e le mette le mani addosso. Lei scappa, e comincia il calvario. Ricatti, silenzi estorti, turni di notte forzati, fino a una denuncia ai sindacati boicottata da tutte le colleghe di lavoro, che hanno ingoiato, più o meno, per sopravvivere.

Qualcuno dirà, non troppo a torto, che il film è “telefonato”, schematico, prevedibile. Il Giordana’s touch però sta nelle interrelazioni fra i tre personaggi principali: la Nina di Cristiana Capotondi, il molestatore viscido di Valerio Binaschi, il sacerdote complice di Bebo Storti. Tutti e tre magnificamente “in parte”, e tutti e tre palesemente coinvolti nell’opera di denuncia.

L’analisi delle dinamiche di potere sui posti di lavoro è precisa, ed è questo che conta. Si ragiona sulla “soglia di tolleranza” delle donne che hanno bisogno dello stipendio a fine mese. L’indagine Istat sul 2008/2009 indicava in 10 milioni e 485 mila le donne che hanno subito ricatti sessuali tra i 14 e i 65 anni. Nel rapporto Istat 2015/2016 le vittime accertate sui posti di lavoro rasentavano il milione e mezzo. Chi decide di denunciare ha soltanto sei mesi e mezzo per farlo, e solo una sparuta minoranza – ancora – decide di reagire, rivolgendosi alle organizzazioni preposte.

Qualche battuta è particolarmente felice. “Molestie? Una volta li chiamavano complimenti”, commenta serafica l’attrice a riposo di Adriana Asti. E il compagno di Nina cerca di dissuaderla dalla battaglia: “Hai letto che chi ha denunciato non lo rifarebbe?”.

Sono sicura che Hollywood (se non prima la produzione “indy”) partorirà in futuro esemplari lavori su questa materia. Questo però è stato pensato prima dell’onda anomala. Non è poco.

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