Nasce Quibi, lo streaming mordi e fuggi. Tutto il potere allo smartphone

Fresca di lancio la nuova app di streaming per corti da massimo dieci minuti. Serie, doc e persino film, tutti pensati per lo smartphone. Nella prima settimana boom di download, pronte già grandi produzioni con grandissimi nomi, da Spielberg a LeBron James. E i suoi sponsor sono: Metro-Goldwyn-Mayer, Warner, Disney, NBC. Ma davvero lo streaming 2.0 è il futuro del cinema?

“When The Street Lights Go On” uno dei titoli di Quibi

 

L’avvento delle piattaforme di streaming online non ha cambiato solo il nostro modo di vedere contenuti cinematografici, ma anche il nostro modo di pensarli. È chiaro che per una società che si basa sul rinnovo di un abbonamento mensile sia molto più conveniente produrre contenuti che si protraggano il più possibile nel tempo, invece che film che si esauriscano dopo poche ore.

Ed è altrettanto comprensibile che la forma-episodio sia decisamente più adattabile alla visione sui dispositivi mobili e possa occupare più agilmente i brevi spazi liberi di una giornata. Tutto questo è stato il motore del rilancio delle serie televisive (ammesso questo aggettivo si possa ancora usare, visto che lo streaming avviene ormai su tutto meno che sulle televisioni), divenute la vera attrazione dei differenti colossi della rete.

Ora è possibile che questa tendenza prenda una nuova piega, una variazione ben più accentuata di questi stessi temi. È stata infatti lanciata il 5 aprile scorso, con un giorno di anticipo rispetto a quanto annunciato in precedenza, Quibi, il cui nome è il portmanteau di “quick bites” (ossia “assaggi”, ma letteralmente “rapidi morsi”), una nuova app che offre lo streaming di filmati brevissimi in alta qualità.

Il format prevede contenuti che non vadano oltre i dieci minuti, senza differenza di genere: serie, documentari, talk show. Addirittura sono previsti “film a episodi”. Non solo, tra i punti di forza di Quibi c’è il Turnstyle, vale a dire la possibilità per l’utente di decidere il verso in cui vedere il proprio boccone, ogni contenuto è pensato infatti per essere riprodotto tanto in verticale quanto in orizzontale. “Disegnato per il tuo smartphone”, recita lo slogan, ed effettivamente è così, dato che l’opzione taglia fuori senza troppi complimenti computer e televisioni (ci aveva provato anche Instagram con la sua Instagram TV, ma con scarsi risultati).

Quibi fa sul serio, basta vedere i suoi sponsor (Metro-Goldwyn-Mayer, Warner, Disney, NBC) e i suoi dirigenti (Jeff Katzenberg, fondatore di DreamWorks e precedentemente per molto tempo in Disney, e Meg Whitman, ex capo di Ebay). Per il suo primo anno sembra si sia speso più di un miliardo di dollari, ai 24 “assaggi” già disponibili si andranno ad aggiungere altri 8500, per un totale di 175 show nuovi di zecca. La lista di persone che, in un modo o nell’altro, si sono già assicurate una collaborazione con la piattaforma fa impallidire: Spielberg e Del Toro sono al lavoro per delle serie, Cristoph Waltz e Tom Cruise faranno parte del cast di altri show, persino le star del basket LeBron James e Steph Curry hanno prodotto dei doc, e potremmo andare avanti per molte righe ancora.

Il prezzo della sottoscrizione è di €8,99 al mese ($7,99 in America), negli Usa è prevista anche una versione con pubblicità a tre dollari di meno. E se la domanda che vi state ponendo è invece “funzionerà?”, i dati della prima settimana sembrano segnalare che sì, funzionerà e anche bene. Il numero di download è schizzato oltre il miliardo e mezzo, tutti nuovi utenti che stanno usufruendo della prova gratuita di 90 giorni, certo, ma si tratta ugualmente di una partenza sprint.

Tuttavia potrebbe essere il caso di fermarci e riflettere. Quibi sarà forse la terza generazione a livello di supporto, ma si può dire lo stesso anche a livello di esperienza cinematografica? Non è necessario ricadere nella questione della morte della sala, che ormai sembra imperante in ogni dibattito. Né tantomeno assumere posizioni cocciutamente passatiste, al limite del “si stava meglio quando si stava peggio”.

Siamo davanti a una rivoluzione formale, certo, ma la sostanza rimarrà intatta? A ben guardare il nodo è in realtà uno solo: il valore che diamo a un’opera audiovisiva. Se decidiamo che si tratta di prodotti di intrattenimento, che possano alleggerire il peso delle giornate e tenerci compagnia, ben vengano queste piccole pillole di leggerezza. Ma se invece vogliamo considerarli opere con un loro profilo critico e storico, tagliuzzarne la durata e il supporto ha poi tanto senso? 

Non si tratta insomma di un giudizio di valore, ma di peso. Quibi e i suoi assaggi sono una realtà, sta a noi decidere se basteranno a saziarci.


Tobia Cimini

Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.


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