Nascita di una dittatura. Le ombre della “Marcia su Roma” secondo Mark Cousins in sala

In sala dal 20 ottobre (con Wonder Pictures) “Marcia su Roma” di Mark Cousins. Più che un doc sugli eventi di quella fine di ottobre del 1922 è una ricerca sull’immaginario filmico e sull’uso del cinema da parte di una tirannide nascente. Per questo più godibile per un pubblico che sia più interessato al cinema che non alla storia. Passato in apertura delle Giornate degli Autori 2022 …

Cominciamo col dire quello che non è Marcia su Roma, film d’apertura delle Giornate degli Autori veneziane con la regia di Mark Cousins: non è un documentario storico sugli eventi di quella fine di ottobre del 1922.

Se almeno vogliamo usare la nozione di documentario e di storico alla lettera: non ci sono fonti storiche dichiarate, ci si muove spesso valorizzando versioni magari fantasiose o poco accreditate, si contrappunta il materiale d’epoca con una serie di immagini di Roma oggi con accostamenti incomprensibili e talvolta incongrui (capisco – con molte riserve – il Colosseo Quadrato dell’Eur che segna una fase quasi finale delle politiche urbanistiche e propagandistiche del fascismo, ma che c’entra Corviale o l’Isola Tiberina?), si usa il volto di Alba Rohrwacher e la sua voce per “raccontare” l’infatuazione popolare verso il fascismo nascente e poi la delusione e l’opposizione usando frasi non si sa se estrapolate da materiale storico o semplicemente inventate.

Partiti da qua (torneremo su alcuni di questi punti) possiamo arrivare a dire invece cosa è Marcia su Roma: è una ricerca sull’immaginario filmico e sull’uso del cinema da parte di una tirannide nascente. Per questo, con tutti i suoi limiti, resta interessante e in qualche modo godibile per un pubblico che sia più interessato al cinema e all’immaginario che non alla storia.

Perché questo è il documentario di un appassionato del cinema (che conosce davvero e di cui conosce la storia raccontata nel fluviale La storia del cinema su Amazon) che rilegge la Marcia su Roma utilizzando un materiale filmico quasi dimenticato, un film di Umberto Paradisi intitolato A Noi!, una pellicola di propaganda quasi un instant movie che infatti uscì nei cinema il 7 novembre del 1922, una decina di giorni dopo la Marcia su Roma (se volete potete vederlo qui).

Mark Cousins ne spia i movimenti, svela come sono state costruite le immagini, scopre le inquadrature montate e rimontate, talvolta persino “a rovescio” per accrescere il numero delle camicie nere, per aumentare la velocità delle azioni, per dare loro un tono un po’ futurista e meno prosaico.

Così la pioggia di quella fine di ottobre che trasforma le strade in pantani non si vede più, Mussolini appare soprattutto come un volto ieratico su fondo nero tutto occhi intensi e mascella serrata. Cousins ne coglie persino alcuni elementi di incongruità. Ad esempio la visita all’Altare della Patria delle milizie e dei gerarchi che si ferma sotto la grande scalinata senza arrivare davanti al sacello del Milite Ignoto. Qui Cousin legge correttamente la sorpresa e l’incertezza dei movimenti delle macchine da presa, quasi spiazzate da quello che appare un cambio di programma dell’ultimo istante.

Cosa è successo? Che Mussolini non è a capo del corteo, è chiuso in albergo a cercare di mettere assieme il governo e non vuole che la faccia ufficiale del nuovo potere abbia le fattezze dei “quadrunviri” e non le sue. Ci andrà, all’Altare della Patria, ma il 4 novembre, come capo del governo scortato da generali e rappresentanti della Casa Savoia. Senza camicia nera, in abiti borghesi. È ormai lo Stato, anche se in quegli stessi giorni pronuncia il discorso in cui definisce il Parlamento un’”aula sorda e grigia” che avrebbe potuto trasformare in “bivacco per manipoli”. Frase che contiene insieme la minaccia e la sottolineatura di non averlo fatto: il suo governo avrà i voti dei liberali e della vecchia Italia.

Il documentario di Cousins anticipa e data già al 1922 l’interesse di Mussolini e del fascismo rispetto al cinema, quella frase “Il cinema è l’arma più potente”. Probabilmente le cose non stanno davvero così. Non che il fascismo non avesse consapevolezza del ruolo delle immagini e dell’immaginario nella costruzione del consenso e anche di una leadership autoritaria e totalitaria, ma il grande interesse verso il cinema arriva negli anni del consenso e dell’impero.

La nascita di Cinecittà è del 1937, la crescita industriale dell’Istituto Luce è del 1935. E il film preso a simbolo quel A noi! è davvero un brutto film che non assomiglia neanche alla lontana alla Corazzata Potëmkin, a Pudovkin o a Dziga Vertov e nemmeno alle pellicole di Leni Riefenstahl. Non ne ha la complessità, la profondità, la qualità, l’inventiva, la lucidità, la passione, le doti tecniche e neppure la “febbre politica”.

Certo Mussolini aveva una straordinaria facilità con la propaganda, con l’uso di slogan e di motti non sempre di prima mano. Ad esempio quella frase “meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecora”, ripresa persino da Donald Trump (le immagini del presidente Usa che difende la legittimità di usare un armamentario ereditato da Mussolini e dal fascismo sono impressionanti) passa per esser sua e invece viene da più lontano. Dalle scritte lasciate dai soldati italiani che a loro volta le avevano trovate nell’armamentario del machismo militarista (fu Gramsci con ironica asprezza a scrivere nei Quaderni che la frase piaceva a chi “è proprio e irrimediabilmente pecora”).

Torno un momento alla parte più storica per vedere due questioni che a molti appariranno sorprendenti nella ricostruzione dei momenti della presa del potere fascista. La prima riguarda il ruolo di Raul Palermi: nel film si dice che a convincere il re a non firmare la richiesta di promulgazione dello stato d’assedio propostagli dal presidente del consiglio Facta fu questo signore, il cui nome è oggi del tutto sconosciuto.

Si dice che lo stesso Palermi fu il canale di accesso di Mussolini al Quirinale. Ora gli studiosi che si sono occupati di lui dicono che le cose non sono andate così. Palermi aveva compiuto una scissione all’interno della massoneria italiana per schierarne almeno una parte in senso più governista e filofascista, aveva certamente legami e rapporti con personalità dell’esercito regio, ma non aveva una simile influenza sulla corte. Il re decise di non opporsi alla marcia su Roma liquidò Facta e diede l’incarico a Mussolini non perché non fosse in grado di respingere militarmente le camicie nere ma per scelta politica.

Il secondo tema è il ruolo di concorrente-antagonista di Gabrielle D’Annunzio. Nel documentario si dice le la sfilata all’Altare della Patria fosse stata fatta per impedire che D’Annunzio – che aveva annunciato l’idea di portare i suoi sul monumento proprio ad un anno dalla traslazione della salma del Milite Ignoto – precedesse Mussolini sottraendogli il palcoscenico della sua affermazione. Ma D’Annunzio aveva già pubblicamente rinunciato a questa prova di forza. Se devo abbozzare una ipotesi il motivo di quella manifestazione direi che era il modo di dare uno scopo agli squadristi arrivati a Roma mentre la partita politica si era già spostata altrove, insomma è un pezzo di quel “farsi Stato” senza abbandonare del tutto le radici eversive e violente del fascismo.

È passato un secolo da quell’ottobre del 1922. L’affermazione del fascismo arriva dopo gli anni della grande carneficina della guerra, le fiamme della rivoluzione sovietica, i grandi moti che in Italia avevano contrapposto il movimento operaio e la reazione. Il biennio rosso delle fabbriche occupate e dei consigli operai è alle spalle, il ventennio nero si apre. È un nodo della storia con cui dobbiamo continuare a fare i conti.


Roberto Roscani

Giornalista

© BOOKCIAK MAGAZINE / Tutti i diritti riservati

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Roma n. 17/2015 del 2/2/2015
Editore Associazione culturale Calipso C.F.: 97600150581