Nel mondo di cartoline di Alberto Arbasino. Lo scrittore, il dandy, l’intellettuale in un doc

In onda il 15 novembre su Rai3, in seconda serata, “Stile Alberto” documentario di Michele Masneri e Antongiulio Panizzi dall’omonimo libro dedicato all’Arbasino scrittore, giornalista, intellettuale, scomparso nel 2020, ma anche l’Alberto privato, raccontato attraverso le voci dei suoi amici. Un documentario cultural-mondano per far scoprire a chi non l’ha conosciuto chi è stato il dandy e l’intellettuale e, persino, parlamentare nelle fila dei Repubblicani. Il doc è stato presentato alla Festa di Roma 2025 …

Lui un dono dal suo testamento non l’ha ricevuto. Ma non è rancoroso.
Anzi, al suo amato da sempre – da quando ha letto Anonimo lombardo, del 1939, storia di due ragazzi gay trattata in modo normale, autoironico e modernissimo – ha dedicato prima un saggio, Stile Alberto (Quodlibet), e ora questo omonimo, ricchissimo documentario cultural-mondano che fa scoprire, a chi non l’ha conosciuto, chi è stato Arbasino Alberto. Anzi Nino.
Il lui a cui alludo è Michele Masneri, scrittore e giornalista, attualmente de il Foglio, che, con passione mai sopita, ci guida in questo viaggio di cui ha scritto la sceneggiatura e curato la regia insieme ad Antongiulio Panizzi.

Il doc si apre e chiude con una ricca manciata di cartoline in primo piano, quelle che Alberto in viaggio mandava sempre ai suoi amici. Rebus compreso per alcuni. E che ora tutti fanno a gara a chi ne ha avute di più.

Usanza che personalmente scopro di rimpiangere, sostituita in questi anni da WhatsApp con piatti ipercalorici che vacanzieri di ogni tipo stanno per azzannare.
Nella città che ha dato i natali a Valentino; a Carolina Invernizio, scrittrice d’appendice, definita da Gramsci un’onesta gallina; e all’espressione: la casalinga di Voghera, è nato il 22 gennaio del 1930 Nino Arbasino che in vita adulta ha preferito un più elegante nome: Alberto.

Da quella terra di confine tra Piemonte e Austria, a seconda dell’andamento di qualche guerra di successione, dove davanti al camino si giocava con le radici delle parole, l’aspirante giramondo fugge dalla sua infanzia lombarda poco allegra e dalla farmacia di famiglia scegliendo la strada diplomatica e poi la scrittura che lo porta a Roma dove in stile proustiano succhia, dalla locale mondanità aristocratico-palatina da lui frequentata, “le scempiaggini che gli ospiti dicevano”. Come ci spiega Maritele Federici teatro sociale per le feste romane a “La Furibonda”, sua villa sull’appia antica, nota anche per il pranzo con Milingo, il cardinale esorcista che ha confessato pure Arbasino.

O l’amica Adriana Sartogo, quella che si è inventata il termine “smandrappata”, alludendo alle sue frequentazioni, e che ora, dal suo attico mozzafiato (termine da me scippato ai mercanti di case) affacciato sul Vittoriale conserva l’edizione azzurra di “Fratelli d’Italia” del 1964, con copertina sul monumento che vediamo. Ma non ci spiega se la casa se l’è comprata per abbinarla alla copertina del libro oppure no. Uno dei progressivi con questo titolo perché l’Alberto sosteneva che “Non esiste il testo definitivo!”. E oltre, è ovvio, a numerose cartoline, la spiritosa signora ha in bella mostra dei piccoli meravigliosi obelischi che Alberto le ha lasciato in eredità.

Già perché la “recherce” dello stalker (così si definisce Manieri) segue anche il percorso dei doni scelti per gli amici nel testamento che Alberto ha cominciato a scrivere e definire ancor prima di ammalarsi. E il viaggio passa di casa in casa. Per altro tutte bellissime. A cominciare da quella di Milano dello storico dell’arte Giovanni Agosti: spazi meravigliosi, zeppi ovunque di pacchi che conservano un colossale archivio che comprende anche un’edizione “mostruosamente rara” di Fratelli d’Italia.

O quella di Alvar Gonzalez-Palacios, anche lui storico dell’arte, che ci racconta della liaison fortissima di Alberto con Antonietta del Drago, giovane, bella, nobile, internazionale e ricchissima che lui trasforma in Desideria nel suo romanzo. “Perché era forse tutto quello che avrebbe voluto essere, o che sua mamma fosse. E poi lei si era un po’ innamorata di lui”.

“Non credo – spiega a sua volta Masolino d’Amico – erano troppo amici. Lei parlava pochissimo, come il padre del resto che pare fosse stato muto per tre giorni. Era una donna infelice, aveva tentato il suicidio e forse avuto una liaison con Agnelli. Aveva molto buon gusto e per questo Visconti l’aveva fatta lavorare ne il Gattopardo”.

Già quel Visconti che Arbasino detestava. Lo definiva così: “Aristocratico, pretenzioso e perfido di natura”.
Però non mancano altre cose che lo ricordano: il delizioso Paolo Poli che canta la sua canzone Ossigenarsi a Taranto perché Arbasino non faceva nulla per nascondere la sua omosessualità, anche se non aveva mai aderito ai movimenti gay, come del resto Pasolini che ha sempre frequentato.

“Era però molto arrabbiato se si sentiva inchiodato nella persona mondana che fa battute come un omosessuale. Maschera dolorosa perché la sua umanità era molto più complessa” ci racconta Giorgio Montefoschi. Che aggiunge anche un fatto squallido: “Un editore francese aveva chiesto ad un famoso critico letterario italiano se valesse la pena che Arbasino venisse tradotto. E il critico ha risposto di no”.
Senza però darci il nome del colpevole.

Ad ogni modo il nostro eroe a Roma abitava in via Gianturco 4, posto esclusivo di lavoro e non di mondanità. Ora ricostruito a Firenze in catalogo del suo mondo.
Lui nel frattempo, cinque anni fa, ha raggiunto a Vigevano nella tomba di famiglia il suo compagno da sempre: Romolo Bollina, di professione forse elettricista o impiegato. Non si sa. Che per affinità si è trasformato da Romolo in Stefano.
Ultima annotazione il nostro “stalker” di cartoline dal suo eroe ne ha ricevute solo una, da Milano.

Il doc, prodotto da Mad Entertainment e Rai Documentari con Luca Guadagnino, già presentato alle Festa del Cinema di Roma, si vedrà il 15 novembre, in seconda serata su Rai3.
Ma se vi sfugge c’è pur sempre Raiplay.


Marina Pertile

giornalista


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