Come un romanzo, come un film. L’incredibile incontro tra Lizzani e il bandito Mesina, complice la Sardegna
In principio è stato un film del 1969, “Barbagia (La società del malessere)” in cui Carlo Lizzani ispirandosi all’omonimo libro di Giuseppe Fiori porta al cinema il banditismo sardo raccontando la storia di Graziano Mesina, ai tempi il più ricercato d’Italia. Comincia da qui l’incredibile incontro tra Lizzani e Mesina durato, in varie tappe, oltre trent’anni. Complice la Federazione Italiana dei Circoli del Cinema (FICC) e la Sardegna. Di seguito il racconto di Marco Asunis che, da testimone oculare non solo ne racconta lo svolgimento, ma traccia anche una mappa dell’Italia che fu, della buona politica e della Cagliari delle sezioni del PCI. Davvero un soggetto per un film …

PRIMO TEMPO
Sono trascorsi giusto due decenni dalla storia che proverò a dirvi. Fine aprile 2005. Tutto ebbe inizio in quel tempo, quando la FICC – Federazione Italiana dei Circoli del Cinema, prima nata delle nove associazioni nazionali di cultura cinematografica, decise di organizzare in Sardegna con la Società Umanitaria – Cineteca Sarda di Cagliari, una rassegna cinematografica di western italiani di fine anni ’60.
Carlo Lizzani a Cagliari per la rassegna della FICC
In quel tempo ero anche dirigente della FICC prima che ne diventassi poi presidente tre anni dopo, nel 2008. Tra le opere scelte di quella rassegna ve ne era una di Carlo Lizzani realizzata nel 1967, Requiescant: titolo di derivazione latina da tradurre all’impronta con “Che riposino”. Titolo che richiama il soprannome affibiato al pistolero protagonista del film, interpretato dall’attore Lou Castel. La storia è quella di un bambino messicano diventato da grande spietato pistolero, per volersi vendicare di un sanguinario latifondista che aveva ucciso i suoi genitori e rapito la sua giovane sorella.
È un film che vide collaborare come attore e in parte sceneggiatore Pier Paolo Pasolini, del quale proprio quell’anno ricorrevano i trent’anni del suo brutale omicidio, cosa che ricordammo alla fine dello stesso anno con una straordinaria iniziativa che durò oltre un mese. Non risultava per niente casuale il fatto che questa rassegna di film western echeggianti lo spirito ideale del ’68, si svolgesse proprio a fine aprile in concomitanza con la speciale ricorrenza in Italia del 60° anniversario della Festa della Liberazione. In riferimento ai due eventi specifici, ci venne in mente di invitare a Cagliari il regista Carlo Lizzani. Egli poteva accompagnare oltre che il suo film western, anche la visione del suo primo lungometraggio realizzato nel 1951, Achtung Banditi!.
Proiezione quest’ultima, che avremmo potuto proporre nella sede di un nostro circolo del cinema. Achtung Banditi! è un film che di Liberazione e di Resistenza partigiana racconta, prodotto e finanziato a suo tempo con la sottoscrizione di una cooperativa di operai genovesi… In quel mese di aprile del 2005, Carlo Lizzani aveva appena compiuto 83 anni, eppure rispose immediatamente al nostro invito, felice di trascorrere tre giorni in Sardegna per raccontare del suo lavoro politico col e nel cinema.
Un impegno anche culturale il suo, che lo aveva visto per diversi anni in passato lavorare a fianco della stessa FICC. Quel suo viaggio in Sardegna significava per certi aspetti tornare indietro nel tempo, quando a metà degli anni ’80 svolgeva la funzione di presidente onorario della IFFS – International Federation of Film Societies, di cui la Federazione italiana risultava membro costitutivo già dalla sua fondazione nel 1947. A tal proposito, una volta arrivato a Cagliari, non mancò di raccontarci subito di quando presiedette nel 1987 a Tabor nella ex Cecoslovacchia, l’assemblea internazionale dei circoli del cinema in cui fu approvata la famosa Carta dei Diritti del Pubblico. Una Carta importante, ci disse Lizzani, pensata e scritta per buona parte dai due delegati italiani della FICC, Filippo Maria De Sanctis e Fabio Masala.
Nell’ex sezione del PCI che fu di Luigi Pintor
Fu il giorno stesso del suo arrivo che venne organizzato il primo degli eventi programmati. L’incontro serale si tenne nel circolo FICC Charlie Chaplin in Piazza Galilei a Cagliari, e lì fu organizzata la proiezione in 16 mm di Achtung Banditi!. Lizzani fu felice anche per una particolare duplice coincidenza: non solo per il fatto che gli era stato chiesto di rispolverare un suo vecchio film che amava tanto, ma anche perché la proposta arrivava da un circolo FICC di un luogo considerato per la sinistra storicamente importante. Oltre che essere sala per attività culturali di un circolo del cinema, questo luogo risultava anche sede politica di una sezione dell’allora partito dei DS – Democratici di Sinistra.
Era quindi uno spazio politico e associativo insieme, erede della vecchia e importante sede storica del partito comunista cagliaritano, la sezione Lenin. Sede in passato con oltre 1.300 tesserati di un grande centro di propulsione culturale e politica cittadina. Luogo famoso perché fucina nel corso dei decenni di un fior fiore di intellettuali, di operatori culturali e amministratori pubblici, oltre che di uomini e donne impegnati nella società. Ma quel posto risultava storicamente importante per essere stato uno dei quattro luoghi nazionali da cui partì la contestazione interna al partito comunista italiano dopo i fatti di Praga. Lì operava appartenendo a quella storia la figura carismatica di Luigi Pintor e di vari altri compagni e compagne che determinarono la scissione dal partito. L’impatto vivo con questa vecchia dimensione, fu per Lizzani una scoperta molto piacevole e interessante.
Vale la pena far riemergere di questa storia ancora un altro antefatto sulla curiosità che Lizzani manifestava per la realtà che lo circondava. La mattina successiva alla serata di Achtung Banditi, gli proposi di visitare una Mostra fotografica sulla Resistenza, presente nell’atrio del palazzo del Consiglio Regionale lungo la via Roma. Mi chiese quanto distava la sede della Regione dal suo hotel di via Giovanni Maria Angioy. Capii la sua difficoltà a camminare facilmente quando lungo il tragitto mi chiese la cortesia di potersi appoggiare al mio braccio.
Camminammo con lentezza percorrendo tutta la galleria della via Roma, fino a raggiungere la sede della Regione in cui era allestita la Mostra sul 60° anniversario della Liberazione. Una volta dentro la Regione, mentre guardavamo le foto, avvenne un altro fatto curioso che vale la pena ricordare. Dalle scale dei piani alti in cui era la sala consiliare e altri uffici amministrativi, scendeva una persona che conoscevo e che non vedevo più da qualche anno. Si trattava di un consigliere regionale che era stato in passato collega su fronti politici opposti, lui democristiano ed io comunista.
Percorrendo le vicissitudini e le trasformazioni politiche di quegli anni ’90, colleghi lo fummo sia nel Consiglio Comunale di Cagliari fino al 1993 e poi successivamente anche in quello del Consiglio Provinciale. Vedendomi Giorgio La Spisa si avvicinò per salutarmi, e riconoscendo immediatamente anche Carlo Lizzani salutò anche lui con affetto e grande considerazione. Quando La Spisa si allontanò, Lizzani mi chiese chi fosse questa persona così cerimoniosa e garbata. Gli risposi che era il capogruppo in consiglio regionale di Forza Italia e che i suoi riferimenti politico-culturali si rifacevano al movimento di don Luigi Giussani di Comunione e Liberazione.

Gli dissi anche che ci eravamo spesso scontrati in passato in aula, ma che ciò non ci aveva impedito di rispettarci e di aver giocato perfino qualche volta insieme a pallone per beneficenza nella stessa squadra degli amministratori pubblici. Lui aggrotò leggermente le sopracciglia, si appoggiò nuovamente al mio braccio senza proferir commenti e ci incaminammo. Ho scoperto di recente un racconto autobiografico di Giorgio La Spisa, L’imprevedibile accade, in cui scrive anche della sua formazione giovanile e del suo amore per il cinema nelle sue frequentazioni di un cineforum cagliaritano. Sono certo che avendolo scoperto prima di questo particolare amore di Giorgio La Spisa per il cinema, in quel casuale incontro Lizzani almeno un sorriso e un commento di simpatia lo avrebbe senz’altro abbozzato.
SECONDO TEMPO
Durante quella mattina, dal palazzo regionale ci spostammo per pranzare insieme in un ristorante in via Sassari, non lontano dall’albergo dove Carlo alloggiava. Ci aspettava lì Elisabetta Randaccio anche lei rappresentante della direzione nazionale della FICC, che già aveva incontrato il regista al suo arrivo all’aeroporto. Durante il pranzo e la conversazione, Lizzani iniziò a parlarci del libro che stava finendo di scrivere. Si trattava di un’opera letteraria autobiografica che avrebbe intitolato Il mio lungo viaggio nel secolo breve. In uno dei suoi capitoli, ci disse che voleva raccontare della sua indimenticabile esperienza avuta con la FICC al congresso internazionale dei circoli del cinema di Tabor.
La prima volta che il bandito Mesina cercò Lizzani
Ma subito dopo iniziò con entusiasmo a parlarci anche di un altro capitolo che stava finendo di scrivere e che lo riportava in Sardegna. Un raccontino che avrebbe voluto intitolare Quel giorno in cui fui sequestrato da Mesina e che gli ricordava l’incontro clandestino avuto con il latitante Graziano Mesina. Si trattava di una storia successagli ben oltre trent’anni prima. Di quell’incontro per lui indimenticabile, aggiunse che gli avrebbe fatto piacere dopo tanto tempo incontrare nuovamente Mesina. Iniziò così a raccontarci di questa sua avventura, di quell’incontro avuto nei primissimi anni ’70 con uno dei fuorilegge più ricercati d’Italia. Le origini di questa vicenda erano legate al fatto che Lizzani alla fine del 1969 aveva realizzato il film Barbagia (La società del malessere) dall’omonimo libro del giornalista Giuseppe Fiori. Un film interpretato da Mario Girotti (ancora con lo pseudonimo di Terence Hill), che raccontava della storia e delle avventure malavitose di Graziano Mesina e del suo luogotenente Miguel Atienza interpretato da Don Backy. È da quì che parte tutto, è da qui che nasce il proseguo della storia che portò a questo incredibile incontro tra i due.
L’incontro a Milano col bandito più ricercato d’Italia e la richiesta di soldi per il film Barbagia
Dopo l’uscita del film, Lizzani iniziò a ricevere insistenti e brevi telefonate di un uomo che voleva incontrarlo per parlargli del film in cui risultava personalmente coinvolto. Dall’inflessione verbale sarda Lizzani intuì chi poteva essere la persona che lo cercava dall’altra parte del telefono. In modo un po’ avventuroso, decise alla fine di accettare l’incontro e andare all’appuntamento proposto. Il luogo convenuto di Milano era quello di Piazzale Loreto. Lo attesero una coppia di anziani con la loro macchina, i quali, dopo un giro tortuoso per le strade della città, lo fecero salire in un appartamento di un palazzo anonimo. Non passò molto tempo che furono raggiunti da un gruppetto di uomini armati capeggiati da una appariscente donna bionda.
Appariscente ed apparente, perché dopo poco tempo risultò evidente che dietro quel travestimento risultava esserci il pluriricercato Mesina Graziano. Da quel momento in poi, raccontò ancora Lizzani, Mesina iniziò a spiegare le ragioni per le quali gli aveva chiesto questo incontro così speciale. L’incontro era legato a una pretesa di vil denaro. Le sue richieste erano giustificate dal semplice fatto che era stata utilizzata una sua storia, il suo nome e il suo personaggio per un film che lo riguardava molto direttamente. 
Ci raccontò ancora Lizzani che fu dura per lui divincolarsi da una richiesta così decisa e perentoria. Fargli capire che i tanti soldi richiesti lui non li aveva, e semmai tale pretesa poteva farla solamente al produttore del film, al titolare della De Laurentiis, a Luigi. Nel cinema chi ha i soldi sono i produttori dei film, questa era la giustificazione che accompagnò la sua linea difensiva. Dopo essere riuscito a divincolarsi da queste impossibili pretese, entrò perfino nelle simpatie di Mesina al punto tale che volle invitarlo a cena in uno dei ristoranti più in di Milano. A far loro compagnia in questa cena così speciale, venne invitato anche un nipote di Lizzani che viveva a Milano. Così ci raccontò Carlo Lizzani. Appena il regista finì di raccontarci tutta la storia, espresse ancora il piacere di poter rivedere dopo tanto tempo questo suo “vecchio amico”. L’impresa sembrava impossibile da realizzare, sebbene in quel tempo Mesina fosse in Sardegna libero ad Orgosolo.
Come abiamo rintracciato Mesina con l’aiuto del partito
Cinque mesi prima, nel novembre del 2004, il Presidente della Repubblica Ciampi gli aveva concesso la grazia. Azzardai l’idea di provare a rintracciarlo proprio ad Orgosolo dove viveva. Mi venne in mente che avevamo nel partito regionale dei Democratici di Sinistra di cui ero allora dirigente della federazione di Cagliari, una figura importante del partito ad Orgosolo, Bore Muravera già stato sindaco del paese e consigliere regionale del PCI, e nel giugno 1969 tra i protagonisti della rivolta di Pratobello contro la presenza dei militari.
La mia idea fu quella di telefonare ad Angioletto Congiu, il factotum e referente organizzativo della federazione di Cagliari, affinché provasse a rintracciare Bore per informare Mesina della presenza di Carlo Lizzani a Cagliari. Trascorsero solo una ventina di minuti da quella telefonata, che il mio cellulare squillò. All’altro capo del telefono arrivò una voce sconosciuta: “Prontooo, sono Graziano … sei Carlo?”. Sembrava la chiamata di una persona a un vecchio amico. Graziano Mesina fu felice di questa sorpresa di Lizzani in Sardegna, invitandolo subito ad andare a trovalo a Orgosolo. Cosa non fattibile, la sera in Cineteca si doveva proiettare il film Requiescant e il giorno dopo, prima di ripartire, Lizzani avrebbe dovuto per nobile causa incontrare il presidente della Regione Sarda Renato Soru.
L’unica possibilità per un incontro tra i due vecchi conoscenti rimaneva la sera di quello stesso giorno. E solo successivamente alla proiezione del film a Cagliari! Mesina non si perse d’animo, ci assicurò che avrebbe trovato il modo di partire subito da Orgosolo per arrivare in città in serata. La sera in viale Trieste ci fu nel saloncino della Cineteca Sarda pieno di pubblico, la presentazione e la proiezione del film Requiescant. Dopo la sua introduzione al film, Lizzani ci propose di rinunciare a rivederlo per andare subito a cena. Così ci dirigemmo verso via Sassari a Sa Domu Sarda con un piccolo gruppo di amici. Il tempo era piacevole, tipico di una serata primaverile cagliaritana. Durante il tragitto dalla Cineteca al ristorante, col mio cellulare rintracciai Mesina per informarlo del luogo dove poteva incontrarci. Gli amici che ci avrebbero fatto compagnia nella serata erano Elisabetta Randaccio, Massimo Spiga e Bepi Vigna, entrambi appassionati di gialli con Bepi perfino già famoso sceneggiatore. Arrivati al ristorante, chiedemmo un tavolo dove fosse possibile avere a disposizione anche un altro posto libero. Restava per i più il mistero dell’identità dell’atteso nuovo ospite…
La cena a Cagliari con Lizzani e Mesina dopo trent’anni
Iniziammo a cenare, quando improvvisamente ci accorgemmo dell’arrivo di Graziano Mesina per l’improvvisa fine del brusio presente nella sala. L’atteso ospite era arrivato e fu immediatamente chiaro che era un personaggio riconosciuto da tutti i presenti. Mesina non arrivò solo, era accompagnato da un giovane che lo seguiva standogli timidamente dietro. Quello tra Lizzani e Mesina fu un abbraccio caloroso, a dimostrazione che i 30 anni trascorsi dal loro famoso incontro milanese non avevano scalfito un loro ricordo vivo.
L’incontro fortemente ricercato tra loro due ebbe questo approccio! Scoprimmo immediatamente dopo che il giovane accompagnatore era il nipote, figlio della sorella. Mesina, nel chiarire le ragioni per le quali era venuto in compagnia, iniziò a raccontarci dei fatti che hanno reso quella serata impossibile da dimenticare… Il suo racconto iniziò dalla telefonata e dalla promessa fatta a Lizzani di venire a trovarlo a Cagliari. Da quel momento si era subito ingegnato per capire come poter raggiungere Cagliari da Orgosolo in giornata, visto che lui non guidava. L’unica possibilità era chiedere in paese per un taxi privato, cosa che riuscì a trovare. Ma fu lungo il tragitto della statale sulla Carlo Felice che l’autista del taxi privato, come per una diligenza nel più tipico dei film western, fu costretto a fermarsi lungo il ciglio della strada statale perché superato e bloccato da un’altra macchina.
Era lui, il nipote di Mesina. Aveva saputo casualmente della partenza dello zio per Cagliari, così decise di raggiungerlo con la sua macchina per accompagnarlo direttamente lui. Questa sua decisione di raggiungere lo zio, coincideva con il suo già programmato viaggio per raggiungere, non lontano da Cagliari nella parte sud occidentale dell’isola, l’Osservatorio astronomico di Punta sa Menta a Poggio dei Pini nel comune di Capoterra.
Il nipote di Mesina era un giovane laureato e in quel luogo ci andava per lavoro. Da quel momento in poi in quella cena la voce di Mesina divenne inarrestabile… Appunto! Da quell’istante fu un susseguirsi ed un accavallarsi di storie, in cui risultava complicato capire dove iniziasse il confine tra la fantasia e la realtà. Mesina volle subito precisare, però, che da parte sua c’era sempre nel suo comportamento un doppio codice da rispettare. La prima regola era quella di non tradire gli amici con la loro donna, la seconda di non consentire a nessuno di torcere neanche un capello a un bambino. Ed ecco che facendo riferimento ai bambini e al codice barbaricino, cominciò a raccontarci delle vicende che lo videro coinvolto nel sequestro di un fanciullo di 7 anni, Farouk Kassan.

Mesina mediatore nel sequestro di Farouk Kassan
Farouk Kassan era stato sequestrato il 15 gennaio 1992 da una banda di malavitosi capeggiata da Matteo Boe, assurto in quel tempo agli onori della cronaca nera per le sue particolari avventure. Il sequestro del bambino, figlio di Fateh Kassam, noto albergatore della Costa Smeralda, avvenne nella villa dei suoi genitori a porto Cervo. Su questa vicenda Mesina, nel suo racconto pieno di rabbia, fu un fiume in piena. Ci raccontò che fu lui in parte a intervenire nella trattativa per la liberazione del bambino, dopo essere stato contattato dai servizi segreti per fare da mediatore.
Alcuni fatti di quella storia furono le ragioni per le quali si arrabbiò molto e di cui non si capacitava. Una riguardava specificamente la sprezzante vigliaccheria dimostrata dal padre del bambino, che anziché proteggerlo durante il sequestro, si spacciò per essere il maggiordomo della famiglia. L’altro aspetto di cui Mesina non si capacitava era il fatto che di tutta l’operazione che ne seguì, con la liberazione drammatica del bambino da parte delle forze dell’ordine e il conseguente arresto dei sequestratori, dei 5 miliardi e 300 milioni pagati per il riscatto a lui non toccò niente. Ci parlò anche della rottura del matrimonio dei genitori di Farouk, conseguente al comportamento ignavo di Fateh Kassam. Rispetto a quella testimonianza che Mesina ci fece, apparirà assai curioso per me verificare la stessa storia ma da un punto di vista diverso, quello che ne uscirà dalla serie tv di Carlo Carlei ormai prossima, 177 Giorni. Il rapimento di Farouk Kassan, tratto dal libro di Fateh Kassam Mio Figlio Farouk. Anatomia di un rapimento.
L’evasione dal carcere di Sassari insieme al legionario disertore
In questo suo appassionato raccontarsi, Mesina ricordò dell’impresa della sua incredibile evasione dal carcere di San Sebastiano a Sassari dell’11 settembre del 1966. Una evasione che, ci raccontò, fu organizzata insieme al suo compagno di prigionia Miguel Atienza, un giovane spagnolo disertore della Legione straniera. Atienza, a seguito della sua fuga dalla Corsica, fu arrestato a Cagliari dopo il furto di un’automobile. Mesina ci raccontò che insieme ad Atienza evasero grazie alla complicità di alcuni altri compagni detenuti del carcere, che in pieno giorno in un momento della libera uscita nel cortile li aiutarono a issarsi su un lato delle mura di recinzione alto 7 metri.
Una volta raggiunto il cornicione alto, sorprendendo l’intervento dei secondini riuscirono a saltare giù nella strada laterale del carcere poco trafficata. Oggi questo carcere è chiuso. Non viene più utilizzato come struttura penitenziaria, benché ogni tanto venga visitato per eventi speciali o per visite guidate promosse dal Fondo per l’Ambiente Italiano. Giusto un anno fa, in una di queste visite particolari ho potuto constatare in loco il punto da cui si arrampicarono Mesina e Atienza, dando vita alla loro latitanza. Il punto si affacciava nell’intersezione di una strada esterna poco trafficata della via Cavour, prospicente alla più movimentata via Asproni. Fu Mesina a raccontarci che proprio in questa strada, insieme ad Atienza già zoppicante per il grande salto, bloccarono subito una macchina di passaggio facendo scendere a terra il suo proprietario. Mesina ci raccontò di Atienza, di questo giovane compagno di cella che divenne un problema per la frattura e il dolore al piede dopo il lungo salto. Un problema che diventò ancora più pesante una volta raggiunto il Supramonte, il rifugio impervio naturale di Mesina. Ci raccontò della morte di Atienza, ucciso in un conflitto a fuoco dopo essere stati intercettati dai baschi blu. Ci disse che riuscì in un primo momento a soccorrerlo caricandoselo sulle spalle, ma accertata la morte lo seppellì coprendo il suo corpo con grosse pietre, che per pietà servivano per non essere divorato dagli animali selvatici. Questo con tanta freddezza ci raccontò.
Il racconto drammatico con altre sue storie ci ammutolirono e ci incantarono nello stesso tempo. Storie che sprigionavano energia, resistenza alla fatica e al dolore fisico da parte di un uomo che raccontava se stesso davanti ai nostri occhi. Su queste sue autoesaltanti qualità, volle raccontarci ancora della volta in cui gli restò incastrato un dito della mano durante la chiusura dell’inferriata della sua cella. Sopportò con forza senza molto lamentarsi di quel tremendo dolore. La parte del dito a penzoloni, ci disse, se la staccò da solo, mostrandoci la parte del dito mozzato e rimarginato. Ci raccontò che quel dito se lo curò tutto da solo, senza coinvolgere l’infermeria del carcere.
L’incontro con Gian Giacomo Feltrinelli vero o falso?
In questo suo frenetico ed esaltante raccontarsi, c’è stato un momento in cui l’imbarazzo ha preso il sopravvento su tutto il gruppo. È stato quando Bepi Vigna, spinto dalla sua curiosità, gli chiese se poteva raccontarci qualcosa sul suo incontro con Gian Giacomo Feltrinelli. Già allora, Bepi Vigna era in procinto di scrivere un romanzo per farne poi un film su Feltrinelli. Bepi provò a chiedergli se era vero che lui, tra il 1967 e il 1968, avesse effettivamente incontrato clandestinamente in Sardegna l’editore milanese.
La reazione di Graziano Mesina, fino a quel momento sereno e loquace, fu nervosa e stizzita. Roteando e sfiorando senza accorgersi con il coltello di posata gli occhi di Massimo che gli stava a fianco, guardando fisso negli occhi Bepi, gli disse: “Ma senti, tu sei un giornalista o sei una spia?”. E lì ci zittimmo tutti quanti! Si fece silenzio totale tra di noi, l’argomento Feltrinelli si chiuse lì. La curiosità di Bepi partiva da voci che ritenevano ci fosse stato un viaggio in Sardegna di Feltrinelli per arruolare Mesina in un progetto rivoluzionario, quello di fare dell’isola sarda una sorta di Cuba nel Mediterraneo. Nel 1970, con Mesina in carcere e sotto interrogatorio, fu il commissario Massimo Pugliese a sollecitare, se non tentare di suggerire, una tale ricostruzione in un interrogatorio nella sua cella. Pugliese in quel tempo era uomo dell’intelligence militare. Anni dopo ritroveremo lo stesso Pugliese tra i loschi figuri nella famosa lista P2 di Licio Gelli. Feltrinelli morì due anni dopo, nel 1972, dilaniato da una bomba in circostanze assai misteriose davanti a un traliccio dell’alta tensione a Segrate, vicino a Milano. Capimmo anche dalla reazione di Mesina che questo era un argomento che bisognava tenere lontano, a molta distanza da quel convivio.
Graziano Mesina durante la sua latitanza nel Supramonte
Come tutti noi, Carlo Lizzani risultava visibilmente attento e incuriosito dal turbinio delle storie che Mesina raccontava, cose nuove anche per lui quasi fossero favole fantastiche.
Finita la cena, Graziano Mesina rivolse a Lizzani l’invito di incontrarsi nuovamente da soli a Roma, dove il regista abitava. Non c’era stata la possibilità per tutta la sera di poter loro stare da soli e magari chiedergli qualcosa di personale e di particolarmente importante. Chissà, forse, quel desiderio mai cancellato d’essere aiutato a recuperare ancora i soldi sui diritti del film Barbagia (La società del malessere)… Non so se dopo quella sera, i due abbiano avuto modo di incontrarsi nuovamente. Finito tutto salutammo Mesina e suo nipote all’angolo di via Crispi, accompagnando poi Carlo Lizzani a suo albergo Hotel 4 Mori nella vicina via Angioy. Prima di darci la buonanotte, Lizzani sentì la necessità di ringraziarci caldamente per la serata speciale che gli avevamo regalato, e rivolgendosi a Bepi Vigna gli sussurrò: “Pensa che bel soggetto sarebbe per una nuova commedia italiana. Un ergastolano che una volta graziato, dopo tanti anni, va a bussare cassa da quelli che avevano scritto e fatto un film su di lui…”.
TITOLI DI CODA
La mattina successiva all’incontro con Mesina avevamo programmato con Lizzani e Peppetto Pilleri della Società Umanitaria – Cineteca Sarda un appuntamento molto importante con Renato Soru, dal 2004 nuovo presidente della Regione Autonoma Sardegna. Una visita funzionale a far desistere il presidente dalle intenzioni di annullare la convenzione pluridecennale che regolava i rapporti tra la Regione e la Società Umanitaria – Cineteca Sarda. L’intercessione di Carlo Lizzani aiutò a raggiungere l’obiettivo prefissato. Prima d’essere riaccompagnato da Elisabetta Randaccio all’aeroporto, questa esortazione per la Cineteca Sarda fu l’ultimo regalo che Carlo Lizzani fece alla Sardegna. La parte di questa storia riportata nel suo libro decise infine di non intitolarla più Quel giorno in cui fui sequestrato da Mesina, ma A cena con Graziano Mesina.
Mi ero conservato di Graziano Mesina il suo numero di cellulare. Mi pare fosse d’estate dello stesso anno oppure dell’anno dopo, che feci con mia moglie una vacanza nelle vicinanze di Orgosolo. Mi venne in mente di provare a chiamarlo per una breve visita di cortesia. Ci accolse nella via principale del paese dove accompagnava un gruppo di turisti, raccontando loro la storia del paese e quella dei murales che ne abbellivano le strade. In questo nuovo e particolare ruolo sociale, prevedeva una sosta per una bevuta nei bar lungo il cammino. Al mio diniego all’invito di una birra fresca, Mesina prontamente rispose: “Nooo! Fosse solo una caramella, ma qui ad Orgosolo un invito non si rifiuta mai…”. E così prendemmo le caramelle. Graziano Mesina è morto nell’aprile 2025, esattamente venti anni dai fatti raccontati, conducendo fino alla fine un vita spericolata non proprio come quella di Steve McQueen.
Con Carlo Lizzani il nuovo incontro avvenne a Roma diversi anni dopo, nel 2009. Esattamente in via Ostiense nella sede dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico. In quell’occasione ero già presidente nazionale della FICC. Come FICC fummo invitati a presenziare al ricordo di Riccardo Napolitano, già nostro storico presidente e figura di rilievo dello stesso Archivio, scomparso nel luglio del 1993. A qull’incontro presenziarono parenti stretti, il fratello già Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con la moglie Clio Maria Bittoni e la vedova di Riccardo l’indimentica montatrice Carla Simoncelli. Insieme a tutti loro non mancarono a questo particolare ricordo la grande schiera degli amici legati al cinema, da Mino Argentieri a Giuliano Montaldo a Citto Maselli e ancora molti altri, compreso naturalmente Carlo Lizzani. Quando ci incontrammo fu felice di ricordare quei giorni della primavera del 2005 trascorsi insieme a Cagliari. Per muoversi si aiutava questa volta con un bastone da passeggio… Fu una tragedia apprendere della sua resa pochi anni anno dopo, quando decise di concludere la sua vita nell’identico modo in cui l’aveva finita il suo caro vecchio grande amico Mario Monicelli.
Marco Asunis
È stato presidente nazionale della FICC – Federazione Italiana dei Circoli del Cinema dal 2008 al 2024. Ha ricevuto il premio “Charlie Chaplin” per la sua attività culturale dall’Associazione Umberto Barbaro di Roma. Nella politica attiva, tra l'altro, è stato consigliere comunale di Cagliari nel gruppo PCI/PDS; consigliere provinciale di Cagliari; responsabile cultura segreteria provinciale di Cagliari DS; assessore cultura Monserrato e vicesindaco fino al 2013. Inoltre ha fatto il ferroviere e il vigile del fuoco.
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