Latta e sabbia contro l’estetica patinata dell’IA. Quello che ci insegna il cinema resistente di Gaza

Nell’ambito dell’ultima edizione del Festival dei popoli di Firenze, un incontro organizzato dal collettivo Feminist Frames ha interrogato il pubblico di addetti ai lavori sulle pratiche possibili per rendere il cinema spazio di lotta e resistenza in tempi di genocidio come questi. Centrale nella riflessione la straordinaria esperienza del Gaza International Festival for Women’s Cinema per il quale prosegue la gara di solidarietà per realizzare dei workshop di formazione tra le macerie. Mentre le immagini realizzate sotto le bombe, con materiali di recupero, sabbia, cartone, lattine, non solo sono l’espressione più concreta del cinema di resistenza palestinese, ma anche la  risposta più forte all’omologazione estetica dell’Intelligenza artificiale …

Il cinema può essere uno spazio di lotta e di solidarietà? Più esattamente, detto in inglese, “Can cinema become a space of struggle and solidarity?”. È intorno a questo interrogativo che si è svolto lo scorso 5 novembre, negli spazi del Murate Art District (MAD) di Firenze, l’incontro organizzato dal collettivo Feminist Frames, nell’ambito del 66º Festival dei Popoli.

Feminist Frames è un gruppo di cineaste femministe – nato in parte all’interno del progetto Purple Meridians e oggi sostenuto da IMFilm, con sede all’Università di Modena e Reggio Emilia – che realizza film indipendenti in dialogo con altre discipline artistiche, per la costruzione di una rete transnazionale di solidarietà e creazioni collettive.

Il talk è nato come risposta a un appello lanciato da Filmmakers4Palestine Greece – ispirata a sua volta alla campagna francese La Palestine sauvera le Cinéma – che interroga il cinema come possibile spazio di alleanza e resistenza in tempi di occupazione e genocidio. Il riferimento diretto è Gaza. Ovviamente. Mentre abbiamo ancora tutti negli occhi lo straordinario atto di resistenza che è stato il Gaza International Festival for Women’s Cinema.

Nella sala del MAD, infatti, sullo schermo non scorrevano soltanto immagini, ma anche delle domande: come continuare a fare cinema mentre un genocidio è in corso? Quali forme, quali istituzioni, quali pratiche possono sottrarre l’industria audiovisiva alla complicità economica, simbolica e culturale con il regime coloniale israeliano?

Da qui si è aperto il nostro confronto. Abbiamo cercato nel cinema palestinese una possibile risposta, un modo di fare cinema in questi tempi terribili, lasciandoci guidare dalle sue immagini, dalle sue produzioni, dai suoi archivi. Ma l’interrogativo centrale continuava a proporsi: come facciamo noi cinema? Qual è oggi la nostra responsabilità, come filmmaker, programmatrici, ricercatrici e organizzatrici di festival di fronte al genocidio a Gaza e alla lunga storia di cancellazione del popolo palestinese?

Durante il talk è emersa con forza la questione dell’imperfezione in un tempo in cui l’intelligenza artificiale produce immagini lisce, impeccabili, inquietantemente “perfette”. Dall’altra parte, dalle macerie di Gaza arrivano invece immagini fragili, sporche, instabili, rumorose, spesso registrate con mezzi di fortuna e in condizioni estreme. Come reagire a questa contraddizione? Come ripensare la forma cinematografica senza cedere all’estetica levigata e patinata che il mercato richiede?

Le parole di Kamal Al Jafari, vincitore del primo premio al Festival dei popoli con il film With Hasan in Gaza, hanno attraversato la discussione come una linea guida: «Siamo ossessionati dalla forma». Il cinema palestinese ci invita a diffidare da questa ossessione, a mettere in discussione i criteri stessi con cui definiamo la “qualità” e a riconoscere un valore politico nelle immagini povere, di sabotaggio, non rifinite. Qui l’“imperfetto” non è un difetto da correggere, ma una scelta, un rifiuto consapevole della complicità con il ben confezionato.

Esempi significativi di nuove pratiche linguistiche sono state le Animation Series (come A day in the tent) della regista palestinese, esperta in animazione Haneen Koraz. Realizzate con materiali di recupero, sabbia, cartone, lattine, queste animazioni nascono all’interno di laboratori itineranti che Hanin ha portato avanti per tutta la durata del genocidio, spostandosi da un campo all’altro. Una vera e propria forma di resistenza culturale come gesto minimo, quotidiano: «Questi muri sono testimoni della nascita di piccoli sogni che crescono tra le macerie», scrive Haneen. È un modo di raccolta della memoria che altrimenti verrebbe cancellato.

Nella stessa direzione si è inserita anche la visione delle schede dei film conservati presso l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, in particolare quelli del fondo di Monica Maurer, insieme a un estratto del film Children without Childhood, realizzato da Khadija Habashneh nel 1980 per l’Anno dei Diritti del Bambino proclamato dall’UNESCO. Il corto racconta dei ragazzini palestinesi rimasti orfani durante il massacro di Tel al-Zaatar nel corso della guerra in Libano nel 1976. Opere, insomma, che riguardandole oggi mostrano quanto poco sia cambiato dopo tantissimi anni.

La parola Sumud ha fatto da leitmotiv all’incontro: fermezza, resistenza “per sempre” (corrispettivo del tedesco für ewig), che non si esaurisce nell’immediato ma impegna l’intera vita. Sumud è ciò che non può essere tolto, la cultura, la memoria, la perseveranza stessa del popolo palestinese nonostante l’uso sistematico delle armi più devastanti per annientarlo. È questo il filo che lega i film militanti degli anni Settanta, come quelli che, grazie alla rete internazionale dell’OLP, giungevano agli archivi di tutto il mondo tra i quali l’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, alle animazioni create oggi con materiali di recupero nei campi profughi di Gaza; è ciò che permette a un tappeto rosso steso tra le tende, fra le rovine, di diventare un gesto di dignità cinematografica, politica e umana.

Questo legame tra etica ed estetica è stato evocato anche attraverso il “Premio Sumud” recentemente istituito dal Festival dei Popoli, assegnato a Ezzaldeen Shalh, fondatore del Gaza International Festival for Women’s Cinema (GIFWC), e a tutto il team del festival. In continuità con una lunga tradizione di cinema resistente e con la sua genealogia femminile, la prima edizione del GIFWC ha incoronato tre cineaste che, con la loro opera, hanno contribuito a far vivere e a difendere la memoria e la causa palestinese: la regista palestinese Khadija Habashneh, la regista tunisina Kaouther Ben Hania (suo La voce di Hind Rajab), e la regista libanese Jocelyne Saab.

Attorno al progetto del festival si è costituita una rete di sostegno che unisce diverse iniziative nello sforzo comune di mantenere viva la lotta e di continuare a parlare di Gaza, di denunciare il genocidio e di utilizzare tutti gli strumenti a disposizione, dal cinema, ai festival, dai boicottaggi alle campagne pubbliche, per rompere il silenzio e l’indifferenza.

In questa promessa si collocano i workshop previsti dal Gaza International Festival for Women’s Cinema e il lavoro di quelle realtà, come il Festival Cinema e Donne di Firenze, che cercano di sostenerli concretamente. Durante il talk è stata ricordata la campagna di raccolta fondi su GoFundMe, finalizzata proprio per organizzare questi workshop di formazione, della durata di cinque mesi e destinati a 20 giovani  donne filmmaker, che vivono a Gaza. I laboratori si svolgeranno in presenza e online, con tutor e professioniste del cinema che lavorano in diversi paesi del mondo, con l’obiettivo di realizzare un film collettivo o una serie di cortometraggi. L’intenzione dichiarata è quella di accompagnare poi queste opere nella circolazione internazionale, a partire proprio dal Festival Cinema e Donne nel 2026, ma anche in altri festival e contesti, affinché le giovani filmaker possano raccontare le proprie storie al mondo.

Altre realtà festivaliere hanno ribadito la propria disponibilità a fungere da piattaforma di diffusione, nel caso del Nazra – Palestinian Short Film Festival anche grazie a una struttura itinerante che porta i film palestinesi in decine di città diverse, lavorando a stretto contatto con comunità, spazi autogestiti, cineforum, reti di solidarietà. In questo modo, i film prodotti dalle giovani registe a Gaza potrebbero trovare un percorso di circolazione che non si limita alla selezione in concorsi, ma si innesta in circuiti internazionali comunitari, militanti, decentrati.

Parlando di alleanze, festival, istituzioni, è emersa con chiarezza la necessità di continuare a sostenere i progetti che nascono dentro e fuori Gaza e nei Territori occupati: i workshop per giovani filmmaker, la produzione collettiva di nuovi film, le collaborazioni internazionali che resistono alla frammentazione imposta dall’occupazione. È in questo innesto tra immagini imperfette, archivi sottratti da liberare, Sumud e solidarietà internazionale che il cinema torna a essere pratica politica.

Il tappeto rosso steso tra le tende a Gaza, attraversato da bambine e bambini che partecipano ai laboratori di animazione, è forse l’immagine che meglio risponde alla domanda iniziale: sì, il cinema può diventare uno spazio di lotta e solidarietà, può trasformare, materialmente, a partire da chi continua a filmare, insegnare, creare e resistere in mezzo alle macerie. Ed è questa la migliore risposta alla domanda iniziale.

 


Milena Fiore

Milena Fiore è responsabile dell'area tecnica della Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD). E fa parte dell'Assemblea dei garanti. Opera come video editor e digital archive technician. Ha curato il montaggio di numerosi progetti a carattere storico, politico e sociale, oltre che di live performance. Si occupa anche di formazione e laboratori audiovisivi, in particolare con l'associazione CroMA. Attualmente sta lavorando al film "Shooting Revolution" di Monica Maurer.

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