Pasolini, un eretico davanti alla Legge. Nel “Libro bianco” tutti i processi (e fake-news) contro il poeta

Da poco in libreria “Il libro bianco di Pasolini” (Compagnia editoriale Aliberti) di Francesco Aliberti, Alessandro Di Nuzzo ed Enzo Lavagnini. Gli autori ripercorrono con i documenti dell’epoca il calvario giudiziario del poeta-regista, dal processo per oscenità al romanzo “Ragazzi di vita” all’odissea dell’ultimo film, “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. Un lavoro da cui emergono l’oscurantismo dell’Italia democristiana ma anche le battaglie culturali che la percorsero. E l’ostilità (ricambiata) al Potere di un intellettuale che ha ribaltato, a modo suo, l’apologo kafkiano sulla Legge…

Nel magma di interventi, iniziative e (ri)pubblicazioni su Pier Paolo Pasolini venuto fuori dal centenario della nascita del poeta-regista, il rischio sempre più concreto è corroborare, più che la conoscenza del personaggio e della sua opera, la tendenza a farne un feticcio dell’industria culturale.

Alimentando in suo nome quello stesso consumismo, delle idee oltre che dei beni tangibili, che era diventato fra i principali bersagli polemici dell’autore prima del suo assassinio. Non è, per fortuna, il caso de Il libro bianco di Pasolini (Compagnia editoriale Aliberti), ovvero il volume di Francesco Aliberti, Alessandro Di Nuzzo ed Enzo Lavagnini che, come da sottotitolo, offre La raccolta dei processi a Pier Paolo Pasolini.

Il lavoro dei tre autori, oltre che rigoroso nel metodo, ci pare opportuno nel merito. Dando seguito, tra l’altro, a un proposito dello stesso Pasolini. Il quale, nei versi della Comunicazione schizoide all’ANAC (in Poesie rifiutate 1968-1969), riportata in apertura e chiusura del volume, afferma che «Il Libro Bianco delle Sentenze / stilato contro di me dalla Magistratura Italiana / sarà il libro più comico / Per me è stata una tragedia […]». Non per nulla, l’immaginario kafkiano viene evocato più volte in questo Libro bianco.

E sembra uscita da un incubo allegorico dello scrittore boemo la trafila di procedimenti cui la “Legge” (dell’Italia democristiana) e i suoi guardiani hanno sottoposto PPP: il semplice e nudo elenco occupa venti pagine.

Procedimenti contro i libri e i film, ma anche (e forse soprattutto) contro l’uomo. Che, sempre (più) inseparabile dall’artista e dal personaggio pubblico, dopo aver bevuto una Coca-Cola in un bar del Circeo si ritrova accusato di rapina con tanto di guanti neri, pistola (immaginari) e fake-news a mezzo stampa (una foto di scena de Il gobbo dove PPP imbracciava un mitra). Certi vizi di certa Italia, dalla disinformazione alla stigmatizzazione delle voci fuori dal coro, sono rimasti intatti sino ad oggi.

Peraltro sono (anche e soprattutto) specificità e trasformazioni della nostra Repubblica tra metà anni Cinquanta e anni Settanta ad emergere dalla ragguardevole documentazione reperita e selezionata dagli autori del Libro bianco. Nei verbali delle forze dell’ordine, negli atti processuali e nelle rassegne stampa che costituiscono il cuore del volume, ma anche nel denso apparato di note su personaggi coinvolti ed eventi contestuali, c’è molto del peggio, ma anche del meglio del Belpaese che muta tra contraddizioni, arretratezze e passi avanti.

C’è l’Italia dei Carmelo Spagnuolo (procuratore piduista, censore delle opere di Visconti, Antonioni, Buñuel e dello stesso Pasolini) e degli Aldo Semerari (psichiatra della destra eversiva e della criminalità organizzata), che ai tempi della “rapina” del Circeo caldeggia una perizia psichiatrica su Pasolini per stabilirne l’infermità mentale in quanto «anomalo sessuale». Ma c’è dall’altra parte l’Italia di una, anzi più, generazioni di intellettuali, registi, scrittori, giornalisti, giuristi, attivisti che, anche a prescindere dall’orientamento ideologico, si schierano in difesa della libertà di espressione. Dalle testimonianze a favore di Ragazzi di vita (Bo, Ungaretti, Contini, Cecchi e altri ancora) durante il processo per oscenità, alla mobilitazione contro la censura postuma di Salò: emblema, dirà Liliana Cavani, di «quel tipo di rimozione che sta nel ritenere scandaloso e osceno ciò che obbliga a pensare (e pensare anche dolorosamente)».

Non è un’Italia immobile, quella del Libro bianco. Dieci anni dopo le traversie giudiziarie dell’“osceno” Accattone, la prima denuncia per lo stesso reato ai danni del Decameron viene archiviata dal Tribunale di Trento che riconosce il film come opera d’arte. E però la successiva odissea de I racconti di Canterbury dimostra come le controspinte siano e saranno ancora tante. E Pasolini è (da) sempre preso nel mezzo. Forse perché lui, a differenza del campagnolo nell’apologo di Kafka, non si limita restare davanti alla porta della Legge, cercando di convincere il guardiano a lasciarlo passare. Pasolini, piuttosto, spinge i guardiani della Legge a venire verso di lui, a mostrare in pieno il loro volto repressivo ma anche la loro friabilità culturale. Lo fa, consciamente o meno, sin dai fatti “del Ramuscello” (prima appendice del libro), con i carabinieri della campagna friulana di fine anni ’40 che non sanno neanche scrivere correttamente la parola “omosessuale”.

Lo fa, ancora, col suo modo di accostare espressivamente (e politicamente) sacro e profano. Ed è proprio la religiosità eretica delle opere pasoliniane a muovere sovente le scomuniche del Potere. Come per La ricotta, dove i rappresentanti laici dello Stato confessionale si scoprono più zelanti degli stessi ecclesiastici: il PM Di Gennaro chiede la condanna esemplare dell’autore a un anno di carcere per vilipendio alla religione, il massimo della pena prevista dalla legge (fascista) del 1930, per un film approvato invece dalla stessa stampa cattolica. O come nel caso di Teorema, biasimato nientemeno che da Paolo VI, a correggere la fuga in avanti della “sua” OCIC che aveva premiato il lungometraggio.

Pasolini scandalizza perché mette in mostra l’insufficienza della Legge, portando la società a misurarsi con le sue contraddizioni. Persino dopo la sua morte: non solo con lo scioccante e ostracizzato film postumo, che smaschera il volto tollerante del neocapitalismo consumista come nuova maschera dell’anarchia del Potere. Ma anche con quell’assassinio (rievocato nella seconda appendice e nell’intervista inedita a Furio Colombo) dove è il corpo dell’autore a farsi documento di una verità eccedente l’Italia ufficiale e i suoi armadi pieni di scheletri. Così per l’opera, rimasta senza autore ma ancora soggetta (terza appendice) a censure e manipolazioni mediatiche. A riprova del fatto che, a quell’opera e quell’autore, la “porta della Legge” continua a stare stretta.