Processo per stupro in era #metoo. La “zona grigia” delle nostre contraddizioni in Mostra

Fuori concorso a Venezia 78 “Les choses humaines” di Yvan Attal, dal romanzo omonimo di Karine Tuil (dal 2 settembre in libreria con La nave di Teseo). La storia di un processo per stupro, in cui lo sforzo di  creare la «zona grigia» per lo spettatore finisce per essere l’unico (malriuscito) obiettivo del film…

 

«Venti minuti di azione». Li definisce così Jean Farel, presentatore televisivo di successo e legionato d’onore, al processo che vede suo figlio accusato di stupro. Tutto sta nel definire di che azione si è trattata. Les choses humaines di Yvan Attal arriva a Venezia fuori concorso e, forte del romanzo omonimo di Karin Tuil, racconta un tema non certo nuovo, lo stupro, ma in cui si sforza di creare e trovare le zone grigie.

I Farel sono gente di successo, ricchi, una coppia divorziata pacificamente. Per due terzi, il nucleo famigliare ha molto a che spartire con quello del regista: sua moglie Charlotte Gainsbourg è Claire, saggista e femminista di ferro, suo figlio Ben Attal è invece Alexandre, lo studente di successo che finisce sul banco degli imputati.

I venti minuti fatali accadono giusto la sera prima che Jean (interpretato da Pierre Arditi) si rechi all’Eliseo per laurearsi Commendatore. Alexandre rientra da Stanford per la cerimonia, passa a salutare la madre, conosce Mila (Chloé Jouannet), ovvero sia la figlia del nuovo compagno della madre (Mathieu Kassovitz), e vanno insieme a una festa.

Inizia così il vortice che porta al processo. I due bevono, fumano, Alexandre sniffa anche, finiscono in un capanno. Qui, le versioni divergono: per lei avviene uno stupro, per lui un rapporto consensuale. Attal decide di spezzare la storia in due tronconi, raccontando le esperienze parallele dei due dopo quella sera, ma saltando a piè pari i fatti del capanno.

L’obiettivo è ovviamente creare nello spettatore quella «zona grigia» che Jean nomina nel processo, che rappresenta l’ultimo atto del film, a trenta mesi di distanza. Non mostrare i fatti perché sia la coscienza di ognuno a dover decidere da che parte schierarsi. Di per sé, la scelta è interessante, tuttavia con il progredire delle testimonianze quel grigio sbiadisce e l’imparzialità della regia appare sempre più una forzatura.

Scopriamo che Alexandre mente, nelle testimonianze rifiuta ogni accusa sostenendo anzi che non ci sia stato neppure un rapporto vero e proprio. Quando le prove si fanno schiaccianti, cambia sempre più versione, ammorbidendola. Il film per contraltare ci rivela racconti falsi da parte di Mila, mettendoli implicitamente sullo stesso piano.

Ma sono le motivazioni dei due che smontano l’assioma per cui la partita dovrebbe essere in pareggio. Entrambi parlano di paura. La paura di Alexandre è quella di finire in carcere, colpevole di uno stupro che crede di non aver commesso, teme in particolare la sua formazione e il suo prestigio sociale rovinati dall’intera vicenda. Sono le paure di chi fugge le responsabilità.

I timori di Mila sono invece quelli di una vittima: avere una vita per sempre segnata nel profondo, non aver avuto il coraggio di dire no convintamente né di denunciare, anni prima, le molestie subite dal padre di un’amica, non avere avuto il coraggio di dire pubblicamente di non essere vergine perché la relazione che aveva era clandestina e con un uomo sposato di quindici anni più grande.

Di grigio c’è ben poco, il processo si incunea sull’usale disparità di trattamento tra accusato e accusante che tante volte si è visto in casi di stupro. Soprattutto, rivela (come se ce ne fosse ancora bisogno) l’iniqua pressione sociale tra uomini e donne, in special modo quando ci si muove nella sfera sessuale. Prova definitiva è la vergogna di Mila in tribunale nel rivelare la sua storia segreta, quando pochi metri dietro di lei Jean, ultrasettantenne, siede comodamente nonostante la sua relazione con una sua ex stagista di cinquant’anni più giovane, dalla quale ha anche una figlia.

Attal avrebbe potuto concentrarsi su queste contraddizioni. Di più, aveva la possibilità di approfondire il personaggio di Claire e il suo dissidio, lei che il giorno prima dello stupro aveva dichiarato in radio che per le violenze sessuali bisogna giudicare i fatti e non chi li ha commessi. Le affida, invece, solo una deposizione, in cui annuncia che la lottatrice femminista che era non esiste più, perché gli interessi personali sono più forti. Di lei e delle sue battaglie ci resta solo una resa, peraltro mostrata freddamente.

Viviamo da secoli in società in cui disuguaglianze e controsensi abbondano senza tregua, forse proprio perché le cose umane sono complesse ed è inevitabile che si creino delle ombre. Ma per indagare quelle ombre e quei grigi c’è bisogno del coraggio di illuminarle, di aggiungere del bianco e del nero per farle risaltare. Se invece ci si chiude aggiungendone di nuove, il risultato è solo un grigio indistinto che nulla dice e nulla è in grado di cambiare.