Quando Hollywood fa il verso ad Hollywood. E “Norimberga” è uno sbadiglio nonostante Russell Crowe
In sala dal 29 novembre (per Eagle Pictures) dopo l’anteprima italiana al Torino FilmFest, “Norimberga” di James Vanderbilt ispirato a “Il nazista e lo psichiatra” di Jack El‑Hai (Rizzoli, 2013) in cui il processo del Secolo è raccontato dal punto di vista dello strizzacervelli incaricato di seguire – e non far suicidare – i gerarchi nazisti alla sbarra. Con Russell Crowe nei panni di Goering e Rami Malek in quelli del protagonista, il film fa il verso al cinema classico americano, tra retorica e superficialità. Consigliamo, invece, di (ri)vedere un classico capolavoro sul tema, “Vincitori e vinti” di Stanley Kramer (1961) e il doc di Arte “Nel cuore della storia: il processo di Norimberga”…

Il processo di Norimberga, che poi sono stati tredici (dal 1945 al 1949), non ha solo fatto riscrivere il dirtto internazionale ma anche una ricca produzione editoriale, compresi reportage di eccellenze del giornalismo e della letteratura mondiale (John Dos Passos, Martha Gellhorn, Erika Mann figlia di Thomas, Rebecca West tra le tante e i tanti) inviate nella città simbolo del nazismo per raccontare il processo del Secolo.
Ne ricorre ora l’importante anniversario degli 80 senza, però, che “genocidio” e “crimini contro l’umanità”, condannati dalla prima Corte Penale Internazionale della storia – Usa, Urss, Inghilterra e Francia le potenze vittoriose giudicanti – proprio perché non si potessero più verificare, continuano a insanguinare il nostro presente nell’impunità e nell’assuefazione più assolute.
Per chi volesse approfondire il tema consigliamo su Arte, il canale culturale gratuito, un’ottimo documentario in 4 parti (Nel cuore della storia: il processo di Norimberga) del regista francese Alfred de Montesquiou che ci racconta di quegli oltre 300 giornalisti, scrittori e fotografi provenienti da tutto il mondo che, per quasi un anno, vivendo fianco a fianco tra le mura del castello Faber-Castell, documentarono non solo l’orrore dei crimini nazisti ma anche la fragile alleanza tra Oriente e Occidente, che da lì a poco sarebbe stata spazzata via dalla guerra fredda. 
Più di un libro, dicevamo, scritti sul tema sono poi diventati film. L’ultimo, in uscita da noi il 18 dicembre (per Eagle Pictures) con strombazzata anteprima al Torino FilmFest dell’era Base, da un libro nel libro, addirittura, prende le mosse. Parliamo di Norimberga del più produttore e sceggiatore che regista statunitense James Vanderbilt, dove la parte del leone – letteralmente – è affidata a Russell Crowe, nel ruolo del cattivissimo, l’incarnazione stessa del male: il Reichsmarshall Hermann Goering, ossia il secondo in comando dopo Hitler, per cui responsabile per direttissima di tutti i crimini del Terzo Reich.
Il libro in questione è Il nazista e lo psichiatra di Jack El‑Hai (Rizzoli, 2013 tornato oggi in libreria per l’occasione) che racconta la storia, decisamente da film, di Douglas M. Kelley, lo psichiatra dell’esercito americano che durante il primo processo, il pù celebre, quello ai gerarchi e ministri della Germania nazista, era stato incaricato di valutarne lo stato mentale. E, soprattutto, di evitarne il suicidio, del pesce grosso Goering, in particolare, perché non finisse come era già avvenuto per Hitler, Goebbels e Himmler. È stato lui, lo strizza, ad aver scritto il primo libro sugli imputati osservati dall’interno: 22 Cells in Nuremberg: A Psychiatrist Examines the Nazi Criminals. Pubblicato col dovuto clamore nel 1947, il testo è finito via via nel dimenticatoio, mai più ristampato e oggi introvabile.
Che i criminali nazisti non fossero mostri patologici, ma individui tragicamente “normali” come sosteneva Kelley, riproducibili dunque a qualsiasi latitudine, non sembrò, così pare, una tesi accettabile per i vincitori. “Sono certo che anche in America ci siano persone disposte a scavalcare i cadaveri di metà della popolazione americana pur di ottenere il controllo dell’altra metà”, annotava nel suo libro Douglas. Ossessionato da quell’esperienza e vittima di depressione lo psichiatra, all’indomani del suo rientro in America, si trasformò in personaggio scomodo, circondato progressivamente dall’ostilità dei suoi colleghi. Nel 1958, a 45 anni, Douglas M. Kelley si suicidò ingerendo del cianuro. Lo stesso modo in cui Hermann Goering, il suo “paziente” più importante, si uccise sottraendosi alla condanna a morte per impiccaggione.
Lo storico Jack El‑Hai lo rende avvincente il racconto nel suo libro, Il nazista e lo psichiatra. Il film Norimberga no. E a farne le spese è prima di tutti il protagonista, il dottor Kelley, improbabile nell’interpretazione di un Rami Malek, tutte faccine ed occhi sgranati, che mentre lo vediamo manipolato dall’accativante Goering-Crowe, è sempre più difficile liberarlo dai panni di Freddie Mercury che pure gli hanno regalato l’Oscar. Anche il navigato Michael Shannon, nelle vesti del Procuratore Generale Robert H. Jackson, artefice e grande accusatore nel processo, raramente l’abbiamo visto così impalato. I dialoghi enfatici, la superficialità e la retorica nell’intento di guardare ai classici del cinema americano, fanno il resto. Salvo un finale, ad esagerare persino anti Trump, che non salva il film. E neanche arresta gli sbadigli.
Annotazione maliziosa: l’incipt e varie sequenze sono praticamente sovrapponibili alla mini serie tv americana (o film in due parti) del 2000, Il processo di Norimberga (Nuremberg) di Yves Simoneau (è su Prime), anch’essa tratta da un libro, Nuremberg: Infamy on Trial dello storico statunitense Joseph Persico del 1994. Qui Alec Baldwin è il procuratore Jackson e Brian Cox è Goering. Ma il risultato non cambia: la fiction è sbiadita come il film di James Vanderbilt che, del resto negli States non è stato accompagnato dai favori della critica, né del pubblico, almeno stando agli incassi.
Eppure è proprio tra i classici americani che si annovera un capolavoro su Norimberga. È Vincitori e vinti di Stanley Kramer, il regista di titoli da antologia come Indovina chi viene a cena? o La parete di fango. Nel 1961 ha portato a casa due Oscar: per il miglior attore Maximilian Shell, l’avvocato difensore dei nazisti e la sceneggiatura di Abby Mann, questa sì magnifica, che l’inventore di Kojak aveva già rodato per una precedente versione tv.
Qui il precesso è uno dei “minori” di Norimberga, quello ai giudici asserviti agli intenti criminali di Hitler con tanto di svastica cucita sulla toga. Due giganti come Spencer Tracy e Burt Lancaster, l’uno giudicante e l’altro giudicato, costituiscono già la gran parte della riuscita del film. Se aggiungiamo poi Marlene Dietrich, vedova di un generale nazista, Montgomery Clift e Judy Garland nei ruoli di vittime dei tribunali di Hitler, lui sterilizzato perché comunista, lei sacrificata alle leggi razziali, il capolavoro è servito.
Capace inoltre di restituire tutta la complessità del momento, con la Cortina di ferro che sta per innalzarsi e i nemici di un tempo, la Germania nazista, da dimenticare al più presto perché possano diventare nuovi alleati contro il blocco sovietico. Le pressioni di Washington si fanno sentire: “avremo bisogno anche del popolo tedesco e come potremo averlo se condanniamo tutti i loro dirigenti?”. Per la cronaca, tra i 22 gerarchi arrivati alla sbarra nel primo processo di Norimberga tre furono assolti.
Un’ultima annotazione. Tutti i film citati oltre a mostrare l’orrore dei lager nazisti al momento dell’ingresso degli eserciti di liberazione (Nazi Concentration Camps) filmati dagli stessi ed esibilti per la prima volta al mondo dall’aula di Norimberga, mostrano anche un altro orrore: le macerie della città bombardata dalle truppe alleate.
Sono anche queste immagini di repertorio che, a guardare oggi, portano ad un’altro territorio pieno di macerie: Gaza. E a guardare ancora più attentamente vedi che tra le macerie di Norimberga qualche impalcatura, un pezzo di palazzo, una struttura sono ancora in piedi. A Gaza invece resta solo polvere e polvere per chilometri e chilometri. Dopo 80 dal primo processo contro i crimini contro l’umanità, l’umanità continua a commetterli. E, possibilmente, con una ferocia ancora peggiore.
Gabriella Gallozzi
Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.
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