Sandokan Can e Sandokan Kabir. Salgari in tv col paragone impossibile tra nuova e vecchia serie
Dal primo dicembre in quattro serate su Rai1 (e poi sulla piattaforma Disney+) il nuovo “Sandokan” targato Lux Vide-Fremental e Rai Fiction. E subito scatta il paragone impossibile con la serie culto del 1976 firmata da Stefano Sollima che lanciò in Italia l’attore indiano Kabir Bedi, trasformato in breve in monumento della cultura pop. Qui a prenderne il posto è Can Yaman, divo turco delle serie tv, che decisamente non regge il confronto. Presentata alla Festa di Roma con super lancio mediatico e tanto di mostra al museo Maxxi…

Can Yaman è il nuovo Sandokan. E mai come in questo caso il vecchio detto latino “nomen omen” è persino scontato. Le sue due espressioni, una con la camicia, l’altra senza, fanno del divo turco un bersaglio fin troppo facile, soprattutto per le intere generazioni che hanno ancora negli occhi gli occhi bistrati di Kabir Bedi, praticamente l’unico Sandokan riconosciuto dalla Storia.
Ma se Netflix ha ritenuto plausibile rifare Il Gattopardo in versione televisiva, piazzando al posto dei “viscontiani” Claudia Cardinale ed Alain Delon, i social-divetti Deva Cassel e Saul Nanni, perché la Lux Vide, quella fondata dallo storico direttore generale Rai democristianissimo Ettore Bernabei ed oggi diventata (come tante altre realtà produttive italiane) società del gruppo Fremantle, non avrebbe dovuto riprovarci senza timori di paragoni con la serie culto di Sergio Sollima del 1976?
L’idea del resto è stata di Luca Bernabei, si, proprio il figlio di cotanto padre (suoi i successi di Don Matteo tra gli altri) che però non ha fatto in tempo a godeserne le glorie: lo scorso luglio si è dimesso da amministratore delegato della società. Nonostante la genesi tribolata (il Covid ha allungato la preparazione a quasi cinque anni) la serie ora ha avuto il lancio (ad uso social) della Festa di Roma. Tutte e sei le puntate di fila, la fila dei fan davanti al fascinoso Can. E pure il MAXXI a disposizione con la nave pirata in bella mostra, le reti dei pirati nell’atrio e un percorso interattivo nel cuore di quello che l’archistar Zaha Hadid, aveva progettato come un museo di arte contemporanea.
A rimettere mano ai romanzi di Emilio Salgari la squadra italo-americana composta da Alessandro Sermoneta, Scott Rosenbaum e Davide Lantieri, decisi ad “aggiornare” le avventure della tigre di Mompracem in chiave piattaforma (passaggio su Rai1 assicurato a dicembre e destinazione finale su Disney+). Quindi donne più emancipate e combattive (Alanah Bloor nei panni della Perla di Labuan è ribelle e desiderosa di libertà, come la sua ancella), ideali alla Robin Hood per il nostro eroe e, gli indigeni resi schiavi dai cattivi (gli inglesi e lo spietato sultano del Brunei) destinati alla liberazione finale.
Per il resto siamo nel Borneo nel 1841, ricostruito tra l’isola di Reunion, il Lazio, la Toscana e la Calabria. Sandokan fa il pirata solcando i mari dominati dagli inglesi in compagnia del fedelissimo Yanez, trasformato da Alessandro Preziosi in caricatura comica (ah Philippe Leroy rimpiangiamo anche te). L’incontro con un misterioso indigeno gli riverelà un destino da eroe liberatore degli oppressi.
Intanto un naufragio lo catapulta proprio sull’isola di Labuan distretto inglese dove avviene l’incontro con la bella e ribelle Marianne, figlia del console. Il resto non è difficile da immaginare, tenendo a mente che devono ancora entrare in scena il temibile cacciatore di pirati, Lord James Brooke (Ed Westwick) e lo spietato Sultano del Brunei, entrambi desiderosi di sposare la bella.
L’incursione nella famiglia di origine di Sandokan, con mamma e sorelle emancipate dalla condizione di prostitute, proprio grazie al suo spirito da pirata Robin Hood è una delle sorprese più ricercate. Mentre i registi Jan Maria Michelini e Nicola Abbatangelo contribuiscono al dècor esotico inseguendo i ritmi dell’avventura e del puro basico entertainment.
Difficile immaginare che il nuovo Sandokan possa diventare leggendario come il suo predecessore che trasformò, letteralmente, Kabir Bedi in un monumento della cultura pop. Ma averne mantenuto gli stessi motivi musicali (qui rielaborati dai Calibro 35) compresa l’irresistibile storica sigla iniziale, può almeno aver il valore di un omaggio. O forse è solo un gancio per i fan di allora, oggi coi capelli bianchi e poca voglia di avventura.
Gabriella Gallozzi
Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.
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