Quando l’abiura si chiamava autocritica. Nella Cuba di Fidel “El caso Padilla” brilla alla Festa

Passato in concorso alla Festa di Roma “El caso Padilla” di Pavel Giroud dedicato allo scrittore cubano Heberto Padilla che, prima arrestato per attività anti rivoluzionaria e poi rilasciato dal regime di Castro, fu protagonista di una storica abiura davanti ai rappresentanti dell’Unione degli scrittori e artisti cubani. Il regista ha ritrovato il prezioso filmato di quella pubblica ammenda rimasto nascosto per oltre cinquant’anni. Un documento straordinario, una riflessione sulla libertà d’espressione negata da tutte le dittature ad ogni latitutine. Mentre l’abiura delle proprie idee rimanda a momenti simbolici della vicenda umana, persino archetipici …

Sono molti gli spunti di riflessione che offre la visione del documentario del regista cubano Pavel Giroud El caso Padilla, presentato in concorso alla Festa del Cinema di Roma.

I fatti: nel 1971 il poeta cubano Heberto Padilla, autore della raccolta Fuera de jeugo con la quale è divenuto famoso nel mondo, viene arrestato a Cuba con l’accusa di avere tradito la rivoluzione a causa dei suoi testi anti regime.

Uscito di prigione dopo alcuni mesi il poeta decide di fare pubblica ammenda – autocritica come si sarebbe detto a quei tempi – nella sede dell’Unione degli scrittori e artisti cubani. Il film di quella riunione è rimasto nascosto per oltre cinquant’anni. Dopo la sua riscoperta Giroud ne propone in questo documentario un’ampia sintesi che coglie i momenti cruciali, arricchendola con immagini di repertorio legate alla vicenda, come l’accoglienza di Ronald Reagan al poeta fuggito in seguito con la famiglia da Cuba per trovare rifugio in America (dove morì nel 2000), interviste (sempre di repertorio) a personaggi del calibro di Gabriel Garcia Marquez, Julio Cortázar, Mario Vargas Llosa e Jean-Paul Sartre, commenti di artisti come Alberto Moravia, interviste allo stesso Padilla negli anni successivi a quel filmato, e in particolare quella rilasciata a Bernard Pivot per la sua celebre trasmissione letteraria, Apostrophes, della tv francese nel 1983 e altre più recenti.

Non mancano immagini e filmati che illustrano il contesto storico, come il viaggio di Fidel Castro in Unione Sovietica e i discorsi in cui il líder máximo parla della sua amicizia con Khruscev, il congresso del Pcus in cui si esalta la rivoluzione cubana, il film sulle notti cubane che suscitò le critiche del regime perché riprendeva persone intente a divertirsi invece che a difendere l’isola dai nemici e dalle spie.

Certo, sono tutte cose che appaiono datate e che rischiano di essere giudicate con il metro di giudizio di oggi. Ciò che però resta impresso rivedendo le immagini del terribile auto da fé cui decise di sottoporsi Heberto Padilla va al di là di ogni tempo e di ogni regime politico: l’arsura che gli secca la gola e il sudore che stilla dal volto del poeta rivelano un tormento interiore non certo destinato a placarsi dopo la confessione pubblica di una colpa inesistente; l’abiura delle proprie idee e delle proprie intime convinzioni rimanda a momenti simbolici della vicenda umana, persino archetipici, come il tradimento di San Pietro al cospetto del figlio di Dio; ricorda la violenza psicologica (forse anche fisica in questo caso) alla quale i regimi di ogni latitudine sottopongono le menti degli uomini, costringendoli a rinnegare se stessi (il pensiero va all’atleta iraniana che, giorni fa, per difendersi dall’accusa di non avere indossato il velo ha dichiarato che le era inavvertitamente caduto); e i volti, le espressioni, i silenzi del pubblico che gremisce la sala dell’Unione degli scrittori e artisti cubani mentre il poeta parla in propria difesa – immagini che rimandano alle assemblee del ’68 anche per l’eccesso di verbosità e la vaga impressione di parlarsi addosso – esprimono alcune delle pulsioni più meschine dell’uomo: il piegarsi a coloro che alzano più forte la voce, il trovare rifugio nell’anonimato della folla, l’annullare nell’indistinto il proprio pensiero e la propria responsabilità individuale.

Quale esempio migliore ai nostri giorni del gruppo di parlamentari di Forza Italia che corona con un applauso le improvvide parole del loro leader in difesa di Putin?

Dopo di che le vicende politiche di Heberto Padilla andrebbero separate dal suo magnifico estro, ed è sufficiente la lettura di una poesia sottotitolata nel film per coglierne la grandezza. Ma questo è un vecchio discorso. Il giudizio resta sospeso sugli artisti e intellettuali cubani, sudamericani o europei, che esprimono giudizi ambivalenti sulla vicenda oppure rifiutano di schierarsi apertamente contro il regime di Castro e la sua scelta di reprimere ogni dissenso.

Una scelta che non può essere giustificata neppure alla luce dei conflitti dell’epoca, della Guerra Fredda, dell’embargo imposto dagli Stati Uniti e delle magnifiche sorti e progressive della rivoluzione cubana.


Carlo Gnetti

giornalista e scrittore


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