Due donne e un segreto nella Harlem anni ’20. Un’esordiente da tenere d’occhio alla Festa

Passato alla Festa di Roma “Passing”, esordio nella regia dell’attrice britannica Rebecca Hall. Dall’omonimo romanzo di Nella Larsen, “Due donne” (tradotto in Italia da Frassinelli) una storia di sfumature e cancellazione di identità attraverso un raffinatissimo bianco e nero (forse anche troppo). Un esordio sorprendente che arriverà su Netflix a novembre …

 

Una premessa va fatta dopo avere visto alla Festa del Cinema di Roma il film in selezione ufficiale Passing, prodotto da una serie di case americane, tra cui quella di Forest Whitaker e in arrivo in Italia su Netflix da novembre.

Si tratta di un film che sembra girato da un/a veterano/a della macchina da presa ma in realtà è opera di una debuttante alla regia, l’attrice britannica e figlia d’arte Rebecca Hall (suo padre Peter Hall è acclamato regista teatrale) che deve la sua fama a Vichi, Cristina e Barcellona di Woody Allen; che parla di una storia di donne nere; e che rispecchia un modo di vedere le cose con squisita sensibilità femminile.

D’altronde il film è tratto dall’omonimo romanzo, Due donne (Frassinelli) scritto nel 1929 da Nella Larsen che aveva madre danese e padre originario delle Indie occidentali; ma che a sua volta non era esattamente di pelle nera pur essendo diventata famosa negli anni venti del secolo scorso come esponente dell’Harlem Renaissance, il risveglio culturale della comunità afroamericana.

La premessa può aiutare a cogliere alcune sfumature del film che narra – un po’ come ne La macchia umana di Philip Roth – la cancellazione della propria identità. In questo caso al femminile. È infatti la storia di due donne di colore, Clare e Irene interpretate rispettivamente da Ruth Negga e Tessa Thompson.

L’una si fa volutamente passare per bianca e, sposata con un uomo bianco e ferocemente razzista, vive seppur temporaneamente in un hotel di lusso a Manhattan; l’altra, pur essendo di pelle piuttosto chiara (il film comincia proprio giocando su questa “sfumatura”) non ha rinnegato le proprie origini, è sposata con un medico nero e vive nella parte ricca di Harlem, tenendo però i propri figli all’oscuro del clima di apartheid in cui vivono.

Le due donne sono state amiche d’infanzia. Un giorno si incontrano per caso nell’hotel di Clare, fanno fatica a riconoscersi e ad accettare le rispettive nuove identità finché tornano a frequentarsi regolarmente. Ma la presenza sempre più assidua di Clare getta scompiglio nella famiglia di Irene, il cui marito non sembra insensibile al fascino dell’amica.

Il film è girato in bianco e nero. Quindi il colore della pelle perde rilievo agli occhi dello spettatore, mentre ne acquistano molto le sfumature attraverso gli sguardi, i movimenti quasi impercettibili, i rumori di fondo, le atmosfere ambigue sottolineate da inquadrature che volutamente sembrano sviare l’attenzione, quasi sempre dal basso in alto come a cogliere tensioni impalpabili che attraversano le anime delle due donne e si riflettono negli ambienti esterni.

Il gioco però funziona fino a un certo punto. Quando il film prende la piega del melodramma e vira verso il triangolo, o come tale vissuto dalla ipersensibile Irene, si perdono di vista il conflitto razziale e le tensioni sociali che sottendono alla storia. Mentre le scelte della regia, seppure raffinatissima, sembrano indulgere soprattutto al virtuosismo, così che la vicenda perde progressivamente presa sullo spettatore.

Sorprendono comunque l’ottima ambientazione nella New York Anni Venti, la musica e le impagabili scene dei concerti jazz nelle sale fumose di Harlem, nonché le prove delle due splendide attrici protagoniste. I maschi? Non pervenuti.