Un uomo e una donna nell’Inganno delle parole. Arnaud Desplechin vince (anche) il confronto con Philip Roth

In sala dal 28 aprile (per No.Mad Entertainment) l’ultimo sorprendente film di Arnaud Desplechin, “Tromperie – Inganno”, dall’omonimo romanzo di Philip Roth. Nel chiuso di una stanza due amanti, un uomo e una donna, si circondano di parole in un serrato confronto intellettuale ed erotico. Tante delle ossessioni dello scrittore americano si materializzano: la scrittura, l’antisemitismo, la cappa grigia del politicamente corretto. E Desplechin si mette al servizio del testo rivelando ancora una volta la vena letteraria del suo cinema …

Verità e bugia, amore e sesso, realtà e rappresentazione: Tromperie – Inganno nelle sale italiane dal dal 28 aprile – è un film francese liberamente adattato dal romanzo Deception del 1990 fra i meno noti dell’americano Philip Roth (1933 – 2018); nel testo (tradotto in Italia nel 2006 da Einaudi proprio con il titolo Inganno) l’autore per la prima volta “ha usato se stesso”.

A Roth, fra i più noti protagonisti della letteratura ebraico-americana, forse il più dissacrante, ironico e provocatorio scrittore statunitense contemporaneo dobbiamo fra gli altri Lamento di Portnoy (1969) al tempo stesso tragedia e commedia personale, nonché il capolavoro, Premio Pulitzer per la letteratura, Pastorale americana (1997) atroce parabola di una famiglia virtualmente perfetta, carismatica e di successo secondo i canoni borghesi americani.

Presentato a Cannes 2021, fuori concorso al Torino Film Festival e ai Rendez-vous del cinema francese di Roma il film è prodotto da Why Not Productions ed è interamente francese.

Ha realizzato Inganno Arnaud Desplechin, il regista di Roubaix, una luce nell’ombra (il suo lavoro più recente, del 2019, ispirato a un drammatico fatto di cronaca); grazie a Roth ritorna alla vena letteraria del suo cinema, viene a ritrovare i suoi terreni d’indagine prediletti, quelli della finzione cerebrale e della radiografia esistenziale, in cui i protagonisti sono sempre i sentimenti, raccontati con discrezione ed eleganza in un turbinio di emozioni che nascono da persone insicure e tormentate. Discepolo di François Truffaut, I miei giorni più belli, dedicato alle prime emozioni amorose, nel 2016 gli era valso un César.

Ora siamo a Londra, a Notting Hill, nel 1987. In apertura compaiono due fotografie di cartoline postali, che rappresentano a sinistra il ponte di Brooklyn a New York e a destra il Tower Bridge di Londra. Una maniera di sintetizzare lo spostamento transatlantico che funge da postulato al racconto: l’”esilio” londinese di un celebre scrittore cinquantenne, Philip (interpretato da Denis Podalydès), ebreo americano regolarmente coniugato e che vive una storia clandestina nel proprio ufficio, per l’occasione adibito a garçonnière, con una donna trentaquattrenne dal nome sconosciuto (Léa Seydoux, già Palma d’oro per La vita di Adele del 2013), spigliata, intelligente e colta, intrappolata in un matrimonio infelice.

I due fanno l’amore, litigano, discutono, si ritrovano, fanno pace e parlano per ore: delle donne importanti nella vita di lui, di sesso, antisemitismo, letteratura e fedeltà a se stessi. Ne risulta un dialogo acuto, ricco, scherzoso, inquisitorio. Lei torna a più riprese sulla sua vita coniugale, lui ascolta, quasi che la vita della donna possa diventare materia letteraria – del resto ammette che ogni suo libro nasce da una donna. Annota tutto su un quaderno che diventa diario di memoria, scrittura terapeutica e, forse, il romanzo che scriverà.

Il lungometraggio, “chiuso” e recitato, semplice solo in apparenza ma in verità elaboratissimo, viene girato quasi esclusivamente in interni abitati dai due personaggi che dialogano fra loro. Ma se il protagonista maschile agisce nevroticamente soprattutto attraverso la parola, sono le donne a rappresentare il corrispettivo emotivo e morale del film; in una singolare sospensione temporale, infatti, tra le sparizioni e i ritorni di lei, intorno a Philip vengono altre figure ad arricchire un paesaggio femminile magmatico e imprevedibile: una cara amica ammalata di cancro (Emmanuelle Devos), una brillantissima studentessa caduta in depressione per via degli amori tormentati, compreso lui (Rebecca Marder), nonché una donna sfuggita ai servizi segreti comunisti e a quelli americani.

La figura della moglie (Anouk Grinberg) appare sfocata, e si intuisce che fra lei e lo scrittore esiste un legame confidenziale; in realtà la moglie, l’attrice Claire Bloom, dopo l’uscita di Deception lasciò Roth e scrisse a sua volta un libro al vetriolo sull’ex-marito, Leaving a Doll’s House (Lasciare una casa di bambole). Alcune pagine amare di Ho sposato un comunista (1998) sembrano costruite da Roth in reazione al libro di lei.

Con “Léa” Philip non si accontenta di giochi sessuali inebrianti ma evoca anche la propria vita di intellettuale, le sue ossessioni, quali la cappa di piombo del politically correct e, in particolare, la questione essenziale della sua esistenza: la scrittura: “Vorrei scopare con le parole” ammette, da autentico feticista delle parole. Nei dialoghi della coppia le tensioni personali si mescolano a quelle dell’epoca, alle ossessioni di Philip, convinto che gli inglesi siano tutti antisemiti, e alle sue riflessioni sulla questione israeliana, condivise con Desplechin.

Desplechin, uno dei più celebrati cineasti transalpini, tenta, e parzialmente trova, una propria chiave narrativa, capace di fare emergere alcuni degli elementi principali del libro: il rapporto tra desiderio e fragilità, morale ed immanenza, creatività e solitudine. Il film è nato dopo tante perplessità e incertezze: “è un libro che non riuscirò mai ad adattare per lo schermo, e so che me ne pentirò per il resto dei miei giorni”: confidava nel 2015 alla rivista The Film Stage a proposito di Deception.

L’anno seguente, sempre sulle pagine del magazine americano, tornò sull’argomento. “Questo libro mi affascina perché è solo puro dialogo, il più bel dialogo che abbia letto tra un uomo e una donna. Come ti relazioni ai problemi di politica mondiale quando il film ha a che fare con l’intimità? Immagino che sarebbe una cosa meravigliosa, ma non sono sicuro che lo schermo sarebbe lo strumento perfetto”. Ha accettato di mettersi alla prova. E ha fatto centro.