Quel che resta da vivere. Il capolavoro di Kurosawa riscritto da Kazuo Ishiguro che libera le emozioni

In sala dal 23 dicembre (con Circuito cinema) “Living” del regista sudafricano Oliver Hermanus. Un remake di “Vivere” di Akira Kurosawa la cui sceneggiatura è firmata dal premio Nobel per la letteratura Kazuo Ishiguro. Lo scrittore dopo “Quel che resta del giorno” torna a descrivere un personaggio auto-recluso nelle convenzioni che, però, saprà scegliere di cambiare radicalmente la sua vita, quando questa sarà segnata da una malattia. Un film delicato e misurato con un toccante Bill Nighy …

“Cosa faresti se ti rimanessero sei mesi di vita?” chiede il medico a Kanji Watanabe dopo avergli diagnosticato un cancro terminale in Ikiru, uno dei capolavori di Akira Kurosawa, ispirato a La morte di Ivan Il’ič di Tolstoj e girato nel 1952. In Italia era rimasto inedito fino al 1986, quando la Rai, titolandolo Vivere, lo volle per una retrospettiva sul maestro giapponese.
Un melodramma intimo e contemporaneo che solleva profonde domande su come si possa scegliere di vivere consapevoli del tempo limitato che il destino concede.
A settant’anni esatti dal film di Kurosawa la toccante storia terminale del burocrate, passata fuori concorso a Venezia 2022, torna in sala dal 23 dicembre con Living, il remake che il regista sudafricano Oliver Hermanus ha tratto dall’adattamento dell’originale giapponese curato dal premio Nobel per la letteratura Kazuo Ishiguro. La sceneggiatura traspone la storia in una Londra post-bellica del 1953, l’anno in cui Elisabetta viene incoronata ma anche il medesimo periodo nel quale si svolge la storia del travet di Kurosawa.
Mr Williams, il Watanabe londinese interpretato da un meraviglioso Bill Nighy, è un burocrate ingessato nel proprio ruolo di capoufficio del Comune di Londra, dove mucchi di pratiche e altre scartoffie si accumulano condannate all’oblio. “Possiamo tenerlo qui per ora”, è la sentenza per ogni possibile seccatura in formato cartaceo che Williams pronuncia con l’imperturbabile autorevolezza del ruolo di comando.
Non sfuggirebbe allo stesso destino la petizione per costruire un parco giochi sul luogo dove rimangono ancora le macerie causate dai bombardamenti tedeschi di una decina di anni prima inoltrata da un gruppo di donne di Chester Street se il giovane neoassunto Peter Wakeling (Alex Sharp), ancora inesperto nell’arte dell’insabbiamento e della procrastinazione, non si prendesse a cuore la questione. La prassi dell’ufficio, per ovviare a tanto inspiegabile efficientismo, impone di dirottare l’istanza affinché si perda o si estingua nel vortice kafkiano di mille altri dipartimenti prima di tornare all’ufficio di origine per estinguersi sommersa da ulteriore polvere.
Williams è un vedovo solitario che nasconde il proprio dolore nella più rigida applicazione delle convenzioni. Vive malamente tollerato a casa con il figlio frustrato e la nuora irritabile, più interessati alla sua eredità che ad un vero rapporto familiare. La svolta nel grigiore di quella vita arriva con la diagnosi irrevocabile del male che gli consente poco tempo ancora da vivere. È allora che Williams realizza di avere un bisogno disperato di sfruttare al massimo il tempo che gli resta, di “vivere un po’”, sebbene non sappia come.
Ishiguro dopo Quel che resta del giorno torna a descrivere un personaggio auto-recluso nelle convenzioni e sulla meditazione di un senso di perdita e di un non-vissuto. Ma se il maggiordomo Stevens (Anthony Hopkins), nel film che James Ivory ha tratto dall’opera letteraria più famosa dello scrittore anglo-giapponese, è così dedito al suo posto da lasciarsi sfuggire l’amore della sua vita, Mr Williams compie gesti insensati e rivoluzionari, se visti alla luce della propria storia precedente.
Tutto in questo film è delicato e misurato, si potrebbe dire “vecchia maniera” con sapori di David Lean e di Ivory, potrebbe essere stato girato realmente nel ‘53 tanto è il rispetto affettuoso delle modalità di quella cinematografia ma anche perché Ishiguro sceglie di mettere in scena fedelmente un’ epoca e rappresentare al meglio l’arte britannica di ridurre al minimo l’esternazione delle proprie emozioni.
Bill Nighy, che ha descritto il suo personaggio come “istituzionalizzato dal dolore”, dà corpo in modo perfetto alla timidezza, introversione e alla sensibilità del Williams, una volta svelato nell’intimo l’uomo che ha dovuto sopprimere sè stesso per tutta la vita per ottemperare agli obblighi sociali mettendosi al servizio di un lavoro noioso e insignificante.
Ma se il bisogno di riscatto è scatenato dalla tragedia della diagnosi sono i due personaggi giovani del film, l’innocente e determinata Margaret (Aimee Lou Wood) e Peter Wakeling ad ispirarlo per incanalare quel desiderio e capire cosa fare di quel che resta della vita.
In Peter, personaggio inventato da Ishiguro e non presente nell’originale giapponese, Mr Williams sembra voler ritrovare una versione più giovane di se stesso attribuendo quasi una dimensione dickensiana alla rivisitazione. Williams non è egoista quanto Scrooge, ma come il vecchio avaro di A Christmas Carol, ha sperperato i suoi anni migliori.
Come sottolinea Margaret, il signor Williams vive la vita come uno zombie tanto che segretamente era diventato il soprannome dato al capoufficio e bisbigliato tra gli impiegati.
In quella che potrebbe facilmente essere la battuta più patetica del film, Mr Williams si sente smarrito quando uno sconosciuto incontrato in un pub lo invita a “vivere un po’”.
“Non so come”, è la sua risposta.