Addio Alberto Asor Rosa. Quel palindromo che è stato un monumento alla letteratura e alla politica

È morto a Roma all’età di 89 anni Alberto Asor Rosa, critico letterario, storico della letteratura, saggista e parlamentare comunista. Di seguito un ricordo di Roberto Roscani al suo fianco alla direzione di “Rinascita”, settimanale culturale del PCI nel difficile periodo di transizione a cavallo degli anni Ottanta e Novanta …

Il primo ricordo che mi viene in mente, ora che Alberto Asor Rosa non c’è più, è vederlo arrivare col suo loden e l’immancabile borsa di cuoio pienissima di libri e carte, nelle stanze di Rinascita. La rivista era nella villetta di via dei Caudini (proprio nel giardinetto alle spalle dell’Unità, a San Lorenzo) lui arrivava a piedi dall’università.

Era il direttore ma come sempre prima di tutto era il professore. Coi suoi capelli e baffi bianchi, un sorriso aperto. Eppure quell’anno e passa passato a Rinascita deve essere stato uno dei più pesanti della sua vita.

Era stato nominato direttore da Achille Occhetto (con cui condivideva una amicizia di vecchia data e una consuetudine politica e intellettuale) subito dopo il congresso del Pci del 1989. Il settimanale aveva interrotto le pubblicazioni da qualche mese in attesa di una radicale revisione editoriale.

Poi su tutto il progetto era arrivata la svolta della Bolognina. Asor Rosa (a proposito chi lo conosceva davvero lo chiamava sempre Alberto, Asor è una sorta di soprannome che lui si lasciava cucire addosso e di cui un po’ si vantava come del suo nome palindromo, ma che non usava con gli amici) si schierò per il no alla svolta. Quei modi un po’ troppo veloci di chiudere un capitolo della storia durato più di settant’anni (e certamente quasi un quarantennio nella propria vita personale) gli sembravano una scorciatoia.

Così il nuovo giornale nacque nelle acque agitate della Bolognina e mentre lo scontro politico interno diventava anche occasione di un conflitto personale tra vecchi amici. Asor Rosa aveva voluto un “comitato editoriale” per la rivista dentro il quale erano confluite molte teste dell’anima più critica del Pci, con una forte impronta operaista, perché questa era la sua storia politica da Scrittori e popolo, ai Quaderni Rossi e a Laboratorio Politico passando per Contropiano e Classe operaia.

Proprio in quel comitato – mentre veniva presentata la linea editoriale e la nuova grafica che lasciava il vecchio impianto inventato da Albe Steiner per adottare un formato più tipicamente da magazine – vedemmo esplodere in maniera ruvida i contrasti.

La cosa lo colpì molto: lì c’erano tanti vecchi amici, compagni coi quali aveva condiviso studi e lotte, ma anche passioni e vacanze ma la politica ha una sua forza straordinaria e lo misurammo in quelle stanze. E anche la redazione finì per risentire di quel clima.
Alberto aveva diretto riviste che erano insieme militanti e di grande approfondimento.

Tendeva a pensare agli articoli come a dei saggi brevi. E la velocità del settimanale gli stava un po’ stretta. Io che venivo dal quotidiano – e che ero arrivato a Rinascita un po’ per caso – faticavo ad abituarmi al ritmo per me rallentato del settimanale. Da questi problemi “contrapporti” riuscimmo comunque a fare un giornale che attraversava il mare in tempesta tra il 1989 e il 1991.

Era pieno di idee, lanciava delle proposte, ascoltava suggerimenti e obiezioni. Forse proprio la novità dell’incarico e il terreno accidentato in cui ci muovevamo lo frenava da un protagonismo intellettuale che era nel suo temperamento. L’incarico che aveva avuto da Occhetto e che doveva esser quello di fare una rivista di frontiera, di sperimentazione del cambiamento che tutti avvertivamo come necessario, si era radicalmente trasformato.

Ogni settimana al lunedì dovevamo metter giù un timone e ogni venerdì chiudevamo licenziando la copertina. Ne ricordo diverse. Una metteva nel titolo “Cosa non funziona”, un gioco di parole, perché la nascita del nuovo partito che sarebbe arrivata nel gennaio del ’91 a Rimini aveva al centro proprio la parola “Cosa” (La cosa è anche il titolo di un bel docufilm di Nanni Moretti dedicato a quegli anni e soprattutto alla “base” del Pci nelle foto).

Il titolo doveva aver molto irritato Botteghe Oscure tanto che in quei giorni incontrai Fabrizio Rondolino al bar di via dei Taurini in cui tutti si finiva per prendere il caffè che lo commentò così: “Fossi Occhetto chiuderei Rinascita”. E visto che Fabrizio per l’Unità era alle costole del segretario ebbi l’impressione che la sua idea fosse condivisa.

L’altra che, inevitabilmente, ricordo aveva come titolo 47, che erano gli anni di vista di Rinascita di cui era stata annunciata la chiusura (con involontaria ironia ci accorgemmo che nella smorfia è il numero del morto che parla). Ci rimase molto male (ci rimanemmo tutti molto male). Era stata una esperienza faticosa ma molto ricca, credo anche per lui. Lo ricordo allora come un uomo curioso, acuto, ironico in maniera molto romana, direi come un romano del popolo (la parola gli avrebbe fatto orrore), come una persona capace di ridere anche di se stessa.