Quello straniero di Albert Camus. Perché 80 anni dopo quel libro fa ancora discutere
In occasione dell’uscita in sala de “L’étranger” di François Ozon (premiato col nostro riconoscimento collaterale Bookciak al miglior film da opera letteraria) proponiamo una lettura critica dell’omonimo capolavoro di Albert Camus di cui il film è un libero adattamento. Pubblicato in Francia da Gallimard nel 1942 il romanzo, tradotto in 68 lingue, è diventato da subito un caso. Quasi un’opera filosofica che indaga sull’assurdo dell’esistenza e sul posto dell’individuo nella società. Ottant’anni e più dopo la sua pubblicazione, rimane un capolavoro oggetto di un dibattito che tuttora appassiona i lettori…

Nel 1967 Luchino Visconti aveva portato Lo straniero sul grande schermo, con protagonista Marcello Mastroianni, adattamento a suo tempo giudicato mediocre, per via di una “mancanza d’audacia” del regista, costretto dalla vedova di Camus a rispettare alla lettera la trama del romanzo, ciò che risulta spesso incompatibile con le specificità della narrazione cinematografica.
Tradotto in 68 lingue, compreso l’esperanto, il malgascio e l’afrikaans, con 10 milioni di copie Lo straniero di Albert Camus è il terzo romanzo francese più venduto al mondo, dopo Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry e Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne.
“Oggi mia madre è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: ‘Madre deceduta. Funerale domani. Distinti saluti’. Non significa niente”: nell’incipit, sconvolgente e fra i più celebri della letteratura, fin da subito il protagonista e narratore in prima persona Meursault appare indifferente, quasi infastidito, in un atteggiamento che non corrisponde, secondo le aspettative sociali, alla gravità del momento.

Il linguaggio essenziale e asciutto di Camus riflette la personalità di Meursault e il suo approccio disincantato alla vita; il distacco emotivo del protagonista diventa un leitmotiv dell’opera. Tutto gli scivola addosso come se niente fosse e così sarà in Corte d’assise, dinanzi alla quale comparirà colpevole dell’omicidio, senza alcun motivo apparente, di un Arabo a cui Camus mai attribuisce un nome, riducendo un uomo a semplice aggettivo etnico per indicare il razzismo senza avere da spiegarlo.
Il testo, per il suo stile pungente ed energico, la bellezza semplice delle immagini e la dimensione assurda, segnò una rottura nella storia della narrativa.
Albert Camus (1913 -1960), francese d’Algeria, pied-noir appena ventottenne, giornalista che denunciava dalle colonne di Alger républicain la miseria dell’Algeria coloniale e romanziere esordiente, nonché futuro Premio Nobel nel 1957, lo pubblicò in Francia da Gallimard nel 1942, nel pieno dell’occupazione tedesca e sei mesi prima dello sbarco degli americani in Nordafrica. Apparve poi in Italia per Bompiani tradotto da Alberto Zevi nel 1947.
Annuncia la tetralogia del “Ciclo dell’assurdo”, preludio ai fondamenti della filosofia di Camus: seguirono a breve il saggio Il mito di Sisifo nonché le opere teatrali Il malinteso e Caligola (1947).
Subito la critica salutò Lo straniero – che avrebbe forse, secondo alcuni critici, dovuto intitolarsi in italiano L’estraneo – come uno dei capisaldi della letteratura universale e una delle opere più emblematiche della letteratura esistenzialista. Camus tuttavia mai si identificò del tutto con l’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre, pur condividendo molte delle sue riflessioni sull’assurdità dell’esistenza e sulla libertà individuale.
L’assurdo, per l’appunto, è uno dei concetti chiave del pensiero “camusiano’” attraverso il protagonista Meursault complesso e apatico, che si interroga sul rapporto dell’uomo con il mondo, con la giustizia e con la morte. L’opera invita a una riflessione sulla condizione umana e sulla ricerca di senso in un mondo privo di logica, sull’estraneità dell’uomo alla società e all’universo intero.
Fin dalla morte della mamma Meursault – pied-noir come Camus – sembra non provare emozione alcuna, destando non poche perplessità nei presenti. Il giorno dopo inizia una relazione con una donna di nome Marie, incontrata in spiaggia: dopo una nuotata, i due vanno al cinema a vedere un film comico. Per quanto Marie sia innamorata di lui e desideri sposarlo, il protagonista prova per lei solo desiderio fisico privo di sentimenti e alla proposta di matrimonio reagisce ancora una volta con indifferenza: va bene farlo così come non farlo.
E così, con la stessa indifferenza e apatia, spara a caso, pochi giorni dopo, contro un arabo che impugna un coltello, con una pistola prestatagli da un amico e senza una specifica volontà: quattro colpi su una spiaggia al tramonto. Il mare rappresenta, dall’inizio alla fine del racconto, la libertà e il piacere semplice dell’esistenza, dove Meursault si trova a proprio agio e dove rimuove le preoccupazioni quotidiane.
Uccide spinto dal sole accecante e dalla luce riflessa sul coltello dell’uomo; non piange, non prova pentimento, ma solo noia. Non tenta di giustificarsi o di difendersi e viene pertanto processato e condannato a morte.
Il processo non si concentra tanto sull’omicidio, quanto sul comportamento di Meursault: la società – e i giudici – lo condannano più che per l’atto in sé, quanto per la sua mancanza di emozioni e per il fatto di non essersi conformato ai codici morali, un “mostro freddo”, come in occasione del decesso della madre. Il protagonista diventa un simbolo dell’uomo moderno che rifiuta le ipocrisie sociali.
Mai cerca di giustificare le proprie azioni né di inventare spiegazioni razionali e nessuno, a suo avviso, può arrogarsi il diritto di giudicare un altro uomo per quello che è o per la maniera in cui agisce.
Alla notizia della condanna a morte, trova una sorta di pace interiore poiché riconosce che la vita è priva di senso intrinseco, ma proprio in questa assenza di significato sta la libertà ultima: quella di vivere secondo i propri valori, senza compromessi.
Il sole, elemento, ricorrente nel libro, simboleggia sia l’indifferenza nei confronti della natura, sia l’illuminazione interiore raggiunta da Meursault nel momento dell’accettazione finale: tutti devono morire, solo che lui lo farà prima di altri, senza cercare rifugio nella religione o nell’illusione di una giustizia morale.
Più che di un romanzo, si tratta di un’opera filosofica che indaga sul senso dell’esistenza e sul posto dell’individuo nella società; esplora l’indifferenza dell’uomo verso il mondo, l’assenza di significato intrinseco della vita e l’ineluttabilità della morte.
Camus propone infatti una riflessione profonda sull’assurdo, la libertà e la morte. Ottant’anni e più dopo la sua pubblicazione, rimane un capolavoro oggetto di un dibattito che tuttora appassiona i lettori.
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