La memoria post coloniale dell’Algeria. François Ozon ritrova la sua anima ne “Lo straniero” che arriva in sala

Arriva in sala dal 2 aprile (per Bim Distribuzione, Lucky Red) “Lo straniero” di François Ozon, adattamento dell’omonimo romanzo capitale di Albert Camus del 1942. L’autore francese di tanto cinema letterario attualizza il racconto portando in primo piano la coscienza del sanguinoso passato coloniale francese in Algeria. Benjamin Voisin è un sensuale e perfetto Meursaul, l’antieroe indifferente e “straniero”  alla vita che ha segnato generazioni di lettori. Vincitore della I edizione di “Bookciak al miglior film da opera letteraria” premio collaterale della 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, dove è stato presentato in concorso ….

“Ho ucciso un arabo”.  E non il famoso incipit “oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”. François Ozon, il più letterario degli autori francesi, di fronte ad un monumento come Lo straniero di Albert Camus, non ha dubbi: non può trattarsi di adattamento letterale, come fu quello – poco fortunato – di Luchino Visconti del 1967, ma è necessario lo sguardo di oggi.

Nella Francia in cui la questione algerina, mai sopita, ha trovato nuovi focolai (l’arresto in Algeria dello scrittore Boualem Sansal e la condanna del gornalista Christophe Gleizes) riaccendendo i riflettori su quel “silenzo di piombo” imposto al sanguinoso passato coloniale francese, François Ozon scegli di mettere l’accento proprio lì, perché quella è la storia nella storia che va raccontata.

Quell’arabo che nelle pagine di Camus non ha neanche il nome – insieme al cinegiornale d’apertura che ci offre subito lo sguardo colonialista celebrando il folclore di Algeri e la sua casbah – è il punto di partenza doc di una rilettura d’autore raffinata e rigorosa, anche nel luminoso bianco e nero, a ricostruirne l’epoca – siamo nel 1938 mentre la pubblicazione è nel 1942 – e l’estetica, dettagliatissima, compresi i titoli di testa.

Una ricerca la sua, sperimentata soprattutto in ambito letterario, anche se con alterne fortune, con le incursioni nel celebre universo di Carol Oates (Doppio amore), Fassbinder (Gocce d’acqua su pietre roventi e Peter von Kant) o quelli meno noti di Robert Thomas (8 donne e un mistero) o Emmanuèle Bernheim (È andato tutto bene).  Sempre con coraggio e curiosità.

Ed è proprio dal suo ultimo titolo letterario, Estate’85 dal romanzo Danza sulla mia tomba di Aidan Chambers (Bur) che arriva, l’allora diciottenne e qui sensuale giovane uomo, Benjamin Voisin. È lui Meursaul, l’uomo condannato a morte per non aver pianto al funerale di sua madre, l’anti eroe dell’assurdo (definizione preferita da Camus ad esistenzialista), l’indifferente alla vita, che l’attraversa da straniero – appunto – e che, con quella rivoltella in mano, il sole cocente e il caldo accecante, il caso, l’accidente, chissà, ha premuto il grilletto una, due fino a cinque volte addosso al corpo a terra di quell’arabo senza nome.

È dall’interno della prigione, in attesa del processo e poi in attesa della pena capitale, che il Meursaul di Ozon ricompone il puzzle della sua esistenza senza finzioni né illusioni. Attorno a lui quei pochi personaggi, maschi tossici, diremmo oggi. Sintès il pappone che picchia la maitresse; il vecchio Salamo che picchia il suo cane, salvo poi piangerne la fuga. Meursaul osserva. Guarda intorno a lui i personaggi che recitano le loro vite. Lui non lo fa.

Ozon, rileggendo, preferisce allora puntare sulle donne. L’innamorata Marie (la bella Rebecca Marder), non resta la semplice dattilografa, ma prova – suo malgrado – di forzare a suo modo l’indifferenza del suo amato. La maitresse vittima delle violenze del vicino per Ozon ha un nome, si chiama Djemila ed ha il compito di portare l’attenzione sul fratello ucciso. Ridare nome e identità, insomma, a quell’arabo senza nome a cui è dedicato il finale del film.

Quasi a passare il testimone ad un altro punto di vista. Ad un altro libro: Il caso Meursault dell’algerino  Kamel Daoud (edizioni RCS- Bompiani). “per settant’anni, tutti si sono adoperati a fare sparire in gran fretta il corpo della vittima – scrive Daoud -, a trasformare i luoghi dell’omicidio in un museo immateriale e a discorrere sul significato del nome dell’assassino … per mio fratello, invece, in tutta questa storia non è stata spesa neppure una parola. E tu, come tutti quelli prima di te, hai preso una cantonata. L’assurdo lo portiamo sulle spalle o nel ventre delle nostre terre io e mio fratello, non quello là.”

Il film ha vinto la I edizione di “Bookciak al miglior film da opera letteraria” premio collaterale della 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia. Ed ultimo nato della nostra factory cineletteraria.


Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.

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