Racconto d’agosto. Quei film “visti” attraverso i racconti delle compagne di convitto

Letture d’agosto. Un racconto breve di Matilde Tortora sul sogno del cinematografo vissuto da ragazzina in un convitto di provincia nei primissimi Sessanta. I film “raccontati” dalle compagne di collegio e fantasticati in solitudine e poi, finalmente, la fortuna di poter uscire e andare al cinema a vedere “Fedra” di Jules Dassin, col cuore in gola e nella testa l’emozione di ritrovarsi davanti Antony Perkins… E attendere, invano, che si spengano le luci …

I film più belli che ho visto sono quelli che non ho mai visto. Quel che attutiva, smussava la grande malinconia del dovere tornare in convitto dopo le vacanze di Natale, le due settimane della chiusura delle scuole che nella mente ci dicevamo essere mezzo mese per l’appunto quasi a volere godercele di più, era che ai lunghi giorni di gennaio sarebbero succedute le notti.

Si è propensi a credere che in un convitto convergano persone uguali. Niente di più sbagliato. C’era chi veniva da Roma, chi da Torino, chi da Milano, c’era chi veniva da piccoli centri. E chi da famiglie borghesi, della media o piccola borghesia intendo, chi da ceti più umili. L’unico denominatore comune era essere orfane di un genitore. Le più di noi eravamo orfane di padre.

Il mondo di Suzie Wong – lo aveva visto Mariselda durante le feste nella bella sala cinematografica della sua città assieme alla madre e al patrigno, che erano di larghe vedute e non avevano tanto badato alla trama, quanto al fatto che fosse un film appena uscito.

Udire Mariselda preannunciarci già solo il titolo, Il mondo di Suzie Wong, fu come avere in mano un’intatta fetta di panettone da addentare ancora, o meglio ancora, apprestarci col cuore in gola nelle notti a venire a travalicare impavide un confine.

Spenta la luce nel dormitorio, l’istitutrice ci invitava al silenzio più assoluto e ad addormentarci subito senza fiatare, altrimenti avremmo meritato un castigo, che poteva essere di gruppo o individuale se si scopriva la loquace colpevole.

Del film per alcune notti Mariselda fu prodiga di racconto, credo che i serial nella loro moderna accezione si siano originati proprio allora in quel dormitorio femminile, noi serravamo gli occhi come se quelle palpebre abbassate avessero potuto ingannare l’udito dell’istitutrice. Un po’come facciamo oggi con bardature e paraocchi, per non essere castigati dal virus.

E per davvero di quel film tutto potemmo immaginare, ricreare, assaporare.
Chi non aveva insufficienze a scuola nel primo trimestre poteva in gennaio trascorrere qualche primo pomeriggio di domenica, ospite di qualche compagna di scuola che i genitori li aveva tutti e due e quindi era una esterna, non una convittrice.

Era trascorso qualche anno. Seppi che al cinema Corso sarebbe arrivato il film Fedra, interpreti Melina Mercouri e Antony Perkins. Avevo cominciato a studiare il greco, qualcosa sapevo pure di Euripide e delle tragedie greche, ma soprattutto le riviste mi avevano già svelato l’enigmatico fascino di Antony Perkins.

M’ingegnai con ogni mezzo a che Laura mia compagna esterna mi invitasse per quella domenica. Avevo già più volte goduto di domeniche a casa sua, gustato il budino che sua madre ci dava a merenda, sbirciando il suo alto padre che si chiudeva nel suo studio, pur essendo domenica.

Era bella la madre di Laura, elegante, misurata nei gesti, a volte un po’ triste.
Il primo spettacolo al Cinema Corso cominciava alle ore 15. Noi, io e Laura già alle 14.45 eravamo lì in attesa che il cinema aprisse.
Avevamo fatto in tempo io e Laura a compiere quattordici anni. Come una corsa che infine avrebbe dato il suo meritato esito. Il film infatti era vietato ai minori di quattordici anni. Mi ballava il cuore in petto per essere nel posto giusto, con l’età giusta. Niente avrebbe potuto impedire che io vedessi il film.

A quel tempo le bobine dei film venivano smistate in quella città di provincia dal distributore di Ancona; ogni domenica c’era una staffetta, arrivava la prima bobina col primo tempo, poi essa doveva essere smistata in un’altra città vicina e lo stesso che in auto veniva a prenderla, portava la seconda bobina.

Aspettammo non so quanto. Ci diceva il gestore del cinema: “non è ancora arrivata la bobina da Ancona”.
Ci affacciavamo trepidanti in sala, stringendo l’inutile trofeo del biglietto, che non venne mai staccato.
Laura doveva riaccompagnarmi in convitto. Già era trascorso il tempo dell’intero spettacolo che non ci fu. E quella sera non ci furono compagne a raccontarmelo il film, nessuno lo aveva visto e io per prima, che tanto lo avevo desiderato.
L’indomani seppi che il film era giunto in tempo per il secondo spettacolo.

Anni dopo, molti anni dopo, ero a Parigi. Alla Cinémathèque ci sarebbe stata una proiezione per una ricorrenza del film. Ci sarebbe stata anche Melina Mercouri. Avrei potuto, escogitando qualche espediente con qualche amica francese, andarci. E così feci e lo vidi il film.
Ma seppi subito che non era affatto lo stesso film di quando studiavo in quella città di provincia, che dipendeva dall’imperio di Ancona. E così, cose da grande, ripensavo alle battute di Ippolito nella tragedia che conoscevo a memoria, quasi sentivo lo scalpitio degli zoccoli del suo cavallo imbizzarrito, guardavo il viso dell’attrice seduta in sala, però serravo le palpebre quando Lui entrava in scena, Lui, per certi aspetti divenuto ora un fratellino e a suo modo anch’egli orfano, reso orfano di se stesso e di quel film che allora mi era stato precluso e che nessuno mi aveva mai raccontato.


Matilde Tortora

Storica e critica cinematografica. Autrice di diversi libri di cinema e di pubblicazioni su “Bianco e Nero”, “Carte di Cinema”, “Immagine” rivista di AIRSC. Premio della Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 2000.

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