Ritratto (senza entusiami) di “Gola profonda”. Il padre del Watergate, al cinema

In sala dal 12 aprile (per Bim), “The Silent Man” di Peter Landesman, sulla storia di Mark Feld, l’agente FBI che svelò la corruzione interna all’amministrazione della Casa Bianca di Nixon (lo scandalo Watergate). Con Liam Neeson nei panni del protagonista, dal cui romanzo autobiografico prende le mosse il film. Non così entusiasmante come “The Post” o “Tutti gli uomini del presidente”, ma che nell’era Trump pone l’accento sulla difesa dell’autonomia delle diverse organizzazioni pubbliche, elementi preziosi per una società che vuol essere libera e democratica…

C’era chi poteva aspettarsi le stesse emozioni dettate da film come The Post di Steven Spielberg o da Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula. Non è andata così. Il nuovo film di Peter Landesman, The silent man, affronta argomenti simili, in questo caso lo scandalo Watergate, ma senza provocare facili entusiasmi. È il racconto dell’agente, soprannominato “Gola profonda” vero autore della scoperta di quell’intreccio tra corruzione e potere che incise profondamente sulle sorti del presidente degli Usa Nixon.

Una storia tratta da un libro che potete trovare su Amazon: The Man Who Brought Down the White House, ovvero “L’uomo che rovesciò la Casa Bianca”. L’autore è proprio lui, l’agente del Fbi (Federal Bureau of Investigation) Mark Feld, in collaborazione con il giornalista John O’Connor.

Il film ripercorre la vicenda, certo, con sobrietà e meticolosità, un po’ come Landesman ha già fatto nel precedente Parkland, ambientato nell’ospedale di Dallas dove fu soccorso JFK dopo l’attentato. In The silent man siamo nel 1972, quando  l’America stava  per rieleggere Nixon per il secondo mandato. Un bravissimo Liam Neeson veste i panni di Mark Feld, vice-direttore dell’FBI.

È colui che diventerà “Gola profonda” ma che renderà noto il suo ruolo di vero padre del Watergate solamente nel 2005, tre anni prima di morire.  Era stato lui a passare ai giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, le informazioni circa la corruzione interna all’amministrazione della Casa Bianca di Nixon.

Il regista esplora non solo il suo patriottico attaccamento all’organizzazione che dirige, ma anche le personali vicende familiari. Che tra l’altro coinvolgono  la figlia fuggita per inseguire  una comunità hippie di estrema sinistra.

Il dramma si evolve quando muore J. Edgar Hoover, il direttore del FBI e Mark Feld si aspetta di essere promosso. Nixon invece sceglie un altro, Patrick Gray, come nuovo Direttore ad Interim.

È evidente che Mark è visto come uomo troppo intento a difendere l’autonomia dell’organizzazione. Il regista Peter Landesman ha scritto che per lui quell’uomo silente è diventato “l’incarnazione dell’onore”, un uomo educato “a difendere la verità e la giustizia”. E il suo  operato serve a cambiare la storia dell’America: Nixon si dimette  il 9 agosto 1974, poco prima dell’impeachment.

Un altro film dunque che testimonia come non solo il giornalismo indipendente, ma anche la difesa dell’autonomia delle diverse organizzazioni pubbliche, siano elementi preziosi per una società che vuol essere libera e democratica. E qui balza evidente uno degli obiettivi del film. Quello di alludere a chi in questa stessa nostra epoca, ovvero Donald Tump,  interviene con procedure non diverse nei confronti del potente centro investigativo e sulle accuse di collegamenti con la Russia e il Cremlino. Ci sarà un altro “silent Man” contemporaneo, a svelare i nuovi intrecci tra corruzione e potere?


Bruno Ugolini

giornalista de l'Unità e autore di saggi sul sindacato


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