Se alla “Storia” di Francesca Archibugi manca la storia di Elsa Morante. La serie Rai arriva in tv

Sono andati in onda i primi due episodi de “La Storia” di Francesca Archibugi (già presentati alla Festa di Roma), adattamento dell’omonimo romanzo  di Elsa Morante per la Rai. Con Jasmine Trinca chiusa in una sola espressione di paura, la fiction manca di quella sensazione di realtà che l’immagine dovrebbe dare. Alla sceneggiatura Francesco Piccolo, Giulia Calenda e Ilaria Macchia. E viene subito il confronto con la versione Rai dell’86 firmato da Luigi Comencini …

Scritto in tre anni, dal 1971 al ’73 e trasformato, nel 1986, dalle penne di Suso Cecchi D’Amico e Cristina Comencini e la regia di Luigi Comencini in un Film tv di 240 minuti con Claudia Cardinale nel ruolo di (A)Ida, la protagonista, La storia di Elsa Morante, opera di ben 657 pagine, pubblicata da Einaudi in edizione tascabile per volontà dell’autrice, ritorna ancora in un prodotto Rai: un’altra serie tv divisa in 8 puntate diretta da Francesca Archibugi che l’ha sceneggiata insieme a Francesco Piccolo, Giulia Calenda e Ilaria Macchia.

Stavolta il ruolo dell’“ariana” a rischio, in quanto figlia di una mamma ebrea, ambientata in quei terribili anni, dal 1941 al ’46, che ha vissuto l’Europa grazie al delirio nazifascista – che quasi tutti c’illudevamo sopito – lo veste Jasmine Trinca. E insieme a lei fanno parte del cast Elio Germano, Asia Argento, Lorenzo Zurzolo, Francesco Zenga e Valerio Mastandrea.

Alla Festa del cinema di Roma si sono visti i primi 100 minuti.
In questo caso l’incipit non è quello folgorante, nei primi giorni di dicembre del ’41, con un neo soldatino bavarese, sfornato dal paesotto campestre di Dachau, che passeggia a Roma nel quartiere San Lorenzo in cerca di conforto. Che troverà tracannando vino e, in cerca di un bordello, stuprando a caso sbronzo una signora considerata a quell’epoca già vecchia, in quanto trentasettenne.

Il film tv si apre invece in una cupa piccola casa calabrese dove una donna anziana ascolta con terrore quel che annuncia la radio contro gli ebrei.
È Nora, ex maestra padovana, ebrea, vedova dell’anarchico Giuseppe di Cosenza, anche lui ex insegnate e genitore di Ida, anche lei ora vedova di un siciliano e madre di un adolescente con cui vive a Roma a San Lorenzo.

Nora, allarmata dalle notizie, fugge di casa con qualche soldo risparmiato nascosto tra le calze. La troveranno spiaggiata senza vita.
E, a parte questo, di lei, del suo carattere e della sua vita in Calabria che la Morante racconta con dovizia, nei primi 100 minuti sapremo ben poco.

Ma questo non conta. Quello che invece conta in quanto manca, nonostante l’innegabile ricerca di ricostruzione storica delle situazioni e dell’ambiente, è la sensazione di realtà che l’immagine dovrebbe dare.
Quel San Lorenzo sembra più una scenografia teatrale, su cui si muovono attori come su un palcoscenico. Anche la spaventata Trinca è come chiusa in una sola espressione di paura che, è vero, caratterizza il personaggio creato dalla Morante, ma con diverse e più sottili sfumature.

Come sempre funziona invece Valerio Mastandrea nel ruolo di Remo, gestore antifascista di Vino e cucina.
E in ogni caso, per un giudizio più corretto, è sempre meglio arrivare al finale.