Se la Costituzione la scrivono i carcerati musulmani

Il 29 gennaio per la rassegna “Italia doc 10” (Casa del cinema di Roma, ore 18.30) arriva “Dustur” di Marco Santarelli, viaggio tra i detenuti della Dozza di Bologna per parlare di diritti partendo dalla Carta. Già presentato allo scorso Torinofilmfest…

DUSTUR - 4 r

Forse già solo vederlo, già restare davanti allo schermo per quest’ora e un quarto può essere considerato un atto di ribellione. Perché c’è stata Parigi, c’è stata Bruxelles ma c’è stata anche la martellante campagna sulla necessaria “guerra di religione”, sull’Islam nemico, eccetera, eccetera.

Casualmente – ma comunque con una scelta coraggiosa – va invece in questi giorni a Torino, Dustur. È un documentario – meglio: quello di Marco Santarelli, sì proprio l’autore di Milleunanotte, è un film-documentario: perché c’è una trama narrativa, anche se non ha proprio i ritmi cinematografici –; è un documentario, si diceva, su una strana, singolare, straordinaria esperienza vissuta nel carcere Dozza, a Bologna. Vissuta da e con i detenuti musulmani.
Siamo lontani, lontanissimi però da quelle immagini forti di denuncia sulle condizioni di vita nelle carceri, sulle condizioni ancora più dure a cui sono sottoposti i detenuti extracomunitari. Immagini viste tante altre volte anche se su questi temi le denunce non sembrano mai sufficienti. No, in quest’ora e un quarto soprattutto si discute. Di cosa? Di Dustur. Che in arabo significa Costituzione.

Le immagini, insomma, sono la storia di un esperimento particolarissimo: nella biblioteca del Dozza, un volontario cattolico e un mediatore culturale musulmano hanno organizzato un ciclo di incontri, mettendo a confronto la Costituzione italiana e quella dei paesi arabi e maghrebini, da cui proviene la stragrande maggioranza dei detenuti.
Ma Dustur non è un semplice “resoconto”. Perché parallelamente alle immagini delle discussioni in quella sala asettica, scorre la storia di Samad.

Anche lui è stato in carcere, esattamente in quel carcere, conosce quasi tutti. C’è stato per quattro lunghi anni. Ora è fuori. Ma la sua è una libertà con mille limiti, con mille paure: studia, studia giurisprudenza ma è ancora in attesa di una sentenza di “fine pena” che tarda ad arrivare. Eppure, Samad sceglie di rientrare al Dozza, sceglie di tornare, per partecipare all’iniziativa.
Storie di persone, allora – tratteggiate con garbo – che si intrecciano col tema del film-documentario: il confronto fra i testi costituzionali. Che a sua volta, dà vita ad un altro obiettivo: la scrittura di una Costituzione ideale. Immaginaria. Che interpreti i desideri, le aspirazioni di tutti.
Il racconto di quelle lezioni procede così. Svelando, poco a poco, come sia possibile – se solo lo si voglia – far dialogare culture accademiche (ad ogni lezione era invitato un professore, un esperto) e gente comune.
Svelando differenze culturali, modi di pensare che però non bloccano mai la discussione. Come quando un detenuto parla e dice che lui vorrebbe che in Costituzione ci fosse il diritto ad avere una moglie. Qualcuno ride ma sono gli altri detenuti a rispondergli.
E svelando che forse domande che noi consideriamo naif per molti, tanti, tantissimi individui, sono ancora domande incalzanti: “Belle parole scritte. Ma come facciamo a renderle concrete?”.
Si va avanti così, con informazioni (scoprendo per esempio che la Costituzione tunisina è assai più laica di come si potrebbe immaginare) e vicende personali. Fino a quando Samad non tenta una sintesi finale. E anche quelle sono parole importanti: mettendo insieme tutti gli interventi tratteggia una sorta di Costituzione sopra le altre.

Con due punti fermi: la garanzia della libertà. Libertà totale. Di pensiero, di parola, di religione. Unita però alla libertà dal bisogno. Unita al diritto ad avere un lavoro, un reddito, una casa. Una scuola. Un pasto.
E mentre delinea questo testo immaginario non cita i grandi filosofi. Non cita i grandi pensatori. Cita suo nonno. La sua saggezza. Cita i suoi aneddoti. Forse, davvero, una Costituzione si scrive così.