Se l’horror (al cinema) è nero e lotta insieme a noi. Il primo libro sulla rivoluzione “Black Fears Matter!”

Da poco in libreria “Black Fears Matter! Viaggio nel black horror contemporaneo” il volume del collettivo Dikotomiko (Les Flâneurs Edizioni). Una mappa accurata sul cinema nero dell’orrore nel nostro tempo: partendo da “Thriller” di Michael Jackson per arrivare ai film di Jordan Peele, come il black horror è diventato un’arma di lotta politica. Un libro pioniere che diventerà punto di riferimento …

Il black horror è una delle poche, grandi novità degli ultimi anni. A ben vedere, ovviamente, il cinema nero ha sempre incontrato l’orrore nel corso della Storia. Ma è oggi che il genere è letteralmente esploso: il nume tutelare è Jordan Peele, regista di Get Out – Scappa (nelle foto) e Us, il più noto e celebrato, ma la macchia è in continua espansione.

Come ogni fenomeno importante serve qualcuno che lo studi, faccia il punto, detti la linea. Per questo arriva particolarmente in tempo Black Fears Matter! Viaggio nel black horror contemporaneo, libro del collettivo Dikotomiko appena giunto in libreria per Les Flâneurs Edizioni (312 pagine, euro 20).

Gli autori sono Massimiliano Martiradonna e Mirco Moretti, da anni colonne della rivista Nocturno. Chi meglio di loro dunque poteva riflettere seriamente sul black horror.

Non si pensi però a un saggio solo sul presente, sugli ultimi titoli disponibili. La questione parte da lontano, proprio come il black horror che “esiste da quando il cinema esiste”, scrivono. Non l’ha inventato Jordan Peele, d’altronde ricordiamo il personaggio di Duane Jones, il nero de La notte dei morti viventi di George A. Romero, film di rifondazione dell’horror nel 1968, che tingendo di nero la pelle del leader della resistenza anti-zombie suggeriva la sua metafora politica.

Ma lo studio sceglie un altro punto di ingresso, ancora più attuale: la violenza contro il popolo black nel nostro tempo, estratta da media e notizie vere, di cui la morte di George Floyd è solo la punta. A seguire l’analisi audiovisiva, partendo da Netflix che per prima annunciò la sezione tematica “Black Lives Matter” impegnandosi direttamente sul tema.

Il primo titolo della nuova onda è invece Get Out di Peele, che “ha minato alle basi il grattacielo della ‘white horror supremacy’ facendola crollare al suolo”.

L’analisi va a passo di gambero indietro agli anni Ottanta. Due sono i riferimenti principali: l’uno è Thriller di Michael Jackson (1982), il videoclip girato da John Landis che vedeva la popstar nera riscrivere proprio i morti viventi; l’altro è Vamp di Richard Wenk (1986), la commedia horror con protagonista la giamaicana Grace Jones.

Già da pochi cenni è evidente come gli autori ricostruiscano la Storia del black horror, andando alla rincorsa dei suoi rivoli fino ad arrivare all’oggi: c’è il rapporto tra Spike Lee e il cinema dell’orrore, il capitolo “Blacula’s Legacy” dedicato ai vampiri neri, i nuovi classici come Attack the Block, film di assedio nella banlieue.

Un’attenzione particolare la ottiene il culto di Candyman, partendo dal film di Bernard Rose del 1992 per arrivare al sequel contemporaneo, scritto da Peele e diretto dalla regista nera Nia DaCosta. A proposito di Jordan Peele, la sua forza è fare “film di genere, d’orrore e di fantascienza soprattutto, che attraverso i topoi e i tropi possano testimoniare la conflittualità razziale e sociale in corso negli Usa, durante e dopo e a prescindere da Barack Obama”.

Insomma è uno che “aggredisce il cinema commerciale mainstream con la sua carica ideologica”. Non a caso il suo apporto al genere viene definito una rivoluzione.

Il libro esamina la questione e se la rigira tra le mani come una sfera, guardandola da tutte le angolazioni. Un’altra entrata possibile è quella dei luoghi, in particolare la casa, elemento horror per antonomasia, come spiegano gli autori lanciandosi “nelle case, sotto le case, attorno alle case”.

E via così, passando per il ruolo dell’hip-hop nel black horror (e viceversa) e per la televisione, analizzando cos’è successo sul piccolo schermo. La postfazione di Roberto Silvestri poi impreziosisce il volume. Come tutti gli studi che si rispettino, Black Fears Matter! ha una tesi di fondo che dimostra nel percorso: prima degli anni Ottanta i neri erano relegati a ruoli stereotipati, come il criminale o la prostituta, o al cliché del “nero che muore sempre per primo”. Dopo, gradualmente, il cinema black comincia a guardare l’horror come una possibilità di cambiare, un movimento, fino a diventare oggi uno strumento di lotta politica e intrattenimento militante.

Per ogni nuovo mondo c’è sempre un Magellano, colui che esegue la circumnavigazione completa, quello in grado di scrivere la prima mappa. Nel globo sconosciuto del black horror è Dikotomiko a fare tutto il giro, a imporsi come pioniere con un libro fondamentale che diventerà punto di riferimento domani.