Segantini, ritratto d’artista scacciato dalla vita

In sala dal 6 ottobre (per Lab80 film) il doc dello svizzero Christian Labhart, dedicato all’opera del grande pittore a partire dai suoi stessi scritti (diari e corrispondenza). Artista anarchico, segnato dal dolore e spirito inquieto, diceva, “l’arte deve rimpiazzare il vuoto lasciato dalle religioni”…

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… Y era la Muerte, al hombro la cuchilla, 
el paso largo, torva y esquelética. 
- Tal cuando yo era niño la soñaba –
(Antonio Machado: Cante Hondo)

In tenera età Segantini perde la madre. La morte sarà la musa ossessivamente ispiratrice di tutta la sua opera. In un dialogo incessante con le tenebre l’artista percorre tutte le strade del dolore rapprendendo sulla tela, in una sorprendente inversione ottica, rari ologrammi di luce.

Ma il suo non sarà un romantico e colto “dolore cosmico”, ma piuttosto un dolore radicato nella misera esistenza materiale, nell’angoscia dell’orfano, nella disperazione della solitudine.

Abbandonato dal padre che lo affida alla figlia di primo letto, subirà la costrizione del riformatorio e continuerà a trascinare la sua infanzia solitaria in un labirinto esistenziale affollato di altre misere genti.

La morte segna anche il suo primo contatto con la pittura: una donna che piange il suo bambino morto si lamenta di non avere neanche un ritratto da tenere con sé. Il dodicenne Segantini disegna il morticino, e quando lo mostra alla madre, che si illumina amorevolmente, capisce che quella è la strada. La pittura è il luogo dove può cercare un senso, capire la morte. Nella pittura trova un flusso vitale di energia del tutto nuovo e insperato.

Il film del regista svizzero Christian Labhart, Giovanni Segantini- magia della luce, racconta la storia di questo conflitto, di questa ricerca condotta fra le trame fragili di tenebra e luce. Restituire all’anima attraverso la pittura un significato profondo, oltre le cose, oltre il colore stesso. Un colore materico, concreto come la terra madre di tutto. Un colore talmente puro da farsi luce, cose, persone, animali. La natura, coi suoi cicli stagionali è l’incessante metafora dell’esistenza.

Il racconto di Labhart si inoltra quasi chirurgicamente nella polpa viva della pittura, ne scruta le ruvide superfici, i tratti nervosi, le asperità e le improvvise distensioni. La mano nervosa di Segantini traccia pennellate in un lento processo di scrittura, l’immagine appare dal profondo della tela oscurata dal maestro con una scialbatura di terra rossa, perché non ne sopporta il bagliore accecante.

L’intento dell’artista è di costruire l’immagine con minuti tratti accostati di colore puro, lasciando fra loro piccoli spazi che poi verranno riempiti con il corrispondente colore complementare. Dunque più che un’immagine compiuta il maestro costruisce le condizioni affinché l’immagine si costruisca nella mente dell’osservatore in uno sconvolgente atto volontario di appropriazione: “L’arte che lascia indifferente l’osservatore non ha ragione di essere”.

Il documentario è quasi un’autobiografia dell’artista che ci parla fuori campo dalla sua ricca corrispondenza e dai suoi diari. Le immagini scorrono fluidamente dalle ampie superfici dipinte alle foto d’epoca, dai paesaggi alpini tanto amati da Segantini ai luoghi come oggi appaiono, con alcune felici trasposizioni in un astrattismo figurativo molto efficace ai fini della narrazione.

Ne emerge il ritratto intimo di un artista sempre in qualche modo scacciato dalla vita, ma di questa disperatamente innamorato: “Il sogno è bello ma la vita uccide”. Totalmente immerso nella natura Segantini è anarchico nel profondo del suo spirito inquieto, è artista per essere libero ma allo stesso tempo è consapevole del suo ruolo sociale, è certo che l’arte redimerà il mondo: “l’arte – diceva – deve rimpiazzare il vuoto lasciato dalle religioni”.