Sordi in sé, Sordi (soprattutto) in me. Il doc per il centanerio di Albertone su Sky

Il 20 aprile, per il centenario della nascita di Alberto Sordi, va in onda su Sky Arte “Siamo tutti Alberto Sordi?”, documentario di Fabrizio Corallo. Tra materiali editi e inediti Il racconto della folgorante carriera e dello sfuggente privato di uno dei massimi interpreti del nostro cinema. Un artista che ha attraversato la storia e il costume di un popolo riflettendone virtù e (più spesso) vizi. E la cui parabola umana, dietro le maschere entrate nell’immaginario collettivo, rimane contraddittoria come l’Italia che, satireggiando, ha immortalato…

«Mentre il mondo combatteva… io resistevo chiuso in cantina, solo. Senza luce, senz’acqua… sempre vino, solo vino!». «Ed è uscito quando è finita la guerra…». «No, quando è finito il vino!». Questo dialogo tra Giulio Parmitoni (Alberto Sordi) e il vicecommissario (Pietro Carloni) in Accadde al penitenziario (1955) è stato forse il più divertente tra i video girati via whatsapp per sdrammatizzare i primi giorni di quarantena da Covid-19: a dimostrazione di come i personaggi di Sordi pulsino ancora nell’immaginario di un’Italia che, a quasi vent’anni dalla scomparsa dell’attore, è cambiata molto, ma forse per molte cose è rimasta uguale. Ecco allora che, per il centenario della nascita di Albertone, arriva su Sky Arte (lunedì 20 aprile alle 16.40) il doc di Fabrizio Corallo a porsi, sin dal titolo, la domanda apertissima: Siamo tutti Alberto Sordi?

Da questo interrogativo, il documentario (prodotto da Surf Film e Dean Film, in collaborazione con Sky Arte, La7, Istituto Luce Cinecittà e 3D Produzioni) ripercorre in un’ora e mezza una carriera da 187 film (con svariati capolavori) e non solo: dalle prime svolte (il doppiaggio di Oliver Hardy, il teatro di varietà, la radio, l’incontro con De Sica) alla consacrazione negli anni Cinquanta, fino ai momenti finali della parabola artistica e umana, col saluto in video all’Ambra Jovinelli e la camera ardente in Campidoglio, dove le lacrime si alternano alle risate, per le scene proiettate dei suoi film.

Corallo (anche sceneggiatore con Giovanni Piscaglia), già autore di programmi e docu-film su altri mostri sacri dello spettacolo italiano (Nastro d’Argento 2019 per Sono Gassman! Vittorio re della commedia), costruisce un racconto-omaggio polifonico: tra varie e numerose testimonianze (passate e presenti) di colleghi, amici, critici e giornalisti, brani di interviste dello stesso Sordi, materiali inediti (come le riprese a Rio De Janeiro dell’incompiuto esordio da regista, Un italiano in Brasile).

Ma soprattutto, scorrono tante battute e inquadrature (ancora) fulminanti ed emblematiche del divo-maschera: ora irresistibilmente simpatico (Guglielmo il Dentone de I complessi, con cui si apre il doc), ora tragico (sul cadavere del figlio Vincenzo Crocitti in Un borghese piccolo piccolo), ora disturbante per crudeltà grottesca (il “venditore di bambini poveri” de Il giudizio universale). E proprio questo intreccio di contrasti irrisolti, tra divertimento e (auto)riprovazione, è forse il trait d’union più significativo dell’artista e del racconto che se ne fa.

Cinico, opportunista, vile, spregiudicato, traditore. Sono alcuni degli aggettivi che qualificano nel doc molte delle figure incarnate e rese immortali da Sordi. «Con un’immedesimazione tale», si sottolinea all’inizio, «da suscitare una domanda: Sordi era come i suoi personaggi o, rappresentandoli, li criticava?». Se da un lato, come afferma il regista, «Sordi ha portato in scena tanti “mostri” del suo tempo con l’intento esplicito di condannarli e fustigarli», dall’altro le contraddizioni restano, a cominciare da quella tra il Sordi “pubblico” e “privato”.

Quest’ultimo rimane sfuggente, tanto più quando il film tenta di avvicinarlo: si frammenta nei reperti della villa-museo, evapora nel connubio inestricabile di fatto e ipotesi, come per gli amori sospesi tra realtà e immaginazione, dall’ex imperatrice di Persia Soraya alla compagna di vita mancata Silvana Mangano. Come per altri grandi divi, la maschera più spessa di Sordi è quella indossata a riflettori spenti: «Io la tristezza la nascondo: è l’unico momento in cui recito, ma non davanti alla macchina da presa», è la confessione dell’attore con cui si chiude il documentario.

Non a caso il Sordi “privato” si scorge di più nell’ultima parte: dove la malinconia dell’uomo ormai si (con)fonde con quella degli ultimissimi personaggi, al tramonto dell’icona che, malgrado l’affetto di tanto pubblico e i meritati riconoscimenti (il Leone d’Oro nel ’95) non riesce più a tenere il passo col mondo (e col cinema) che è cambiato. Rivelatori gli aneddoti del «figlio d’arte» Carlo Verdone, sull’uomo riservato che teneva le serrande chiuse per tre quarti (perché, diceva, «la luce mi rovina i quadri») o sul Sordi anziano che inciampa e cade: mentre il posteggiatore, anziché aiutarlo a rialzarsi, commenta ironico e cinico come uno dei suoi personaggi: «Se semo invecchiati, Arbe’».

Dunque, a visione ultimata, non sembra ancora possibile (per fortuna?) chiudere in una risposta unica e definitiva la domanda del titolo: perché, come ci viene ricordato, Sordi è stato tante (e tanto diverse) pagine, epoche, anime della nostra (in)coscienza condivisa. E perché Sordi stesso resta, tra i suoi personaggi, il più difficile da definire una volta per tutte. Quasi quanto è difficile, oggi come allora, definirci come Paese, nei nostri splendori e nelle nostre miserie.


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.

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