Storie minime di massima oppressione. È “Kafka a Teheran” il cinema iraniano che lotta contro il regime

In sala dal 5 ottobre (per Academy Two) “Kafka a Teheran“, folgorante film degli iraniani Ali Asgari e Alireza Khatami per la prima volta insieme alla regia. Un sorprendente film a episodi che racconta nove storie di ordinaria oppressione del regime. Il titolo originale si ispira a una poesia della poetessa Forugh Farrokhzad. Una nuova denuncia cinematografica contro il regime, che ha subito reagito revocando il passaporto a uno dei due autori. Presentato a Cannes 2023 …

Una famosa frase di Martin Scorsese diceva che le cose davvero interessanti succedono nel fuori campo. Kafka a Teheran, il film degli iraniani Ali Asgari e Alireza Khatami, per la prima volta registi a quattro mani, sembra fatto per smentirlo. 

I due registi scherzando raccontano di essersi conosciuti su Tinder, la popolare app di incontri. Ma c’è un fondo di verità, il film è nato dai continui scambi via chat. Galeotta è stata Venezia, dove entrambi hanno presentato i rispettivi esordi, poi hanno continuato a sentirsi su Facebook. Per Khatami non ci sono stati altri lungometraggi, troppo strette le maglie della censura, oggi vive in Canada. Mentre Asgari è riuscito a girarne un secondo, selezionato a Berlino nel 2022.

Kafka a Teheran è nato dalle difficoltà di entrambi. È infatti un film a episodi, storie minime di massima oppressione. Ma è appunto l’oppressione a non farsi mai vedere, sempre fuori campo, perché solo alle persone comuni è concesso di abitare l’inquadratura. 

Sono nove piccoli casi con un epilogo, cinque donne e quattro uomini, ma anche nella composizione ci dicono tanto. L’uomo più giovane è un neopadre, che deve lottare (invano) per dare a suo figlio il nome che vorrebbe, troppo occidentale per essere permesso. 

La ragazza più giovane è invece una bambina, costretta dalla madre ad andare a far compere per una cerimonia scolastica. Sono tutti indumenti coprenti, chiaramente, mentre lei vorrebbe indossare le sue cuffie al led. La battuta più bella ce la regala guardandosi tutta bardata allo specchio: «Vedo solo due occhi».  

Come dicevamo, le età sono un’intuizione vincente dei due autori, un modo sottile per dire senza essere retorici che anche in una dittatura soffocante per una nazione intera esistono gradi differenti di sofferenza, l’oppressione non parte sempre dallo stesso punto, per alcune inizia dall’infanzia. 

Va da sé che il regime iraniano non ha concesso nessuna autorizzazione. Asgari e Khatami hanno abilmente eluso i controlli girando solo in interni, nell’arco di una settimana, senza dover quindi chiedere permessi. E così hanno potuto inviare il risultato a Cannes, trovando la strada del concorso di “Un certain regard”. Troveranno invece quella delle sale italiane a partire dal 5 ottobre.

Kafka a Teheran tira in ballo lo scrittore per parlare di paradosso (il bel titolo originale, Versi terreni, rimane letterario, si ispira a una poesia di Forugh Farrokhzad). Tutte le situazioni che ci presenta sono infatti paradossali, dalla signora a cui hanno sequestrato il cane (considerato “animale impuro”) al ragazzo costretto a spogliarsi mostrando e giustificando i suoi tatuaggi per poter avere il rinnovo della patente. 

Alla poesia si ispira anche nella struttura. Ricalca una forma tipica della letteratura araba, il ghazal, dove le diverse strofe “dialogano” tra loro. Il film in effetti si suddivide allo stesso modo, enunciando come apertura il nome del protagonista della storia, che subito dopo arriva ad occupare lo schermo. La macchina da presa non si muove mai, se non nel finale simbolico.

Tra i nove episodi, tutti ispirati a racconti di amici e conoscenti realmente accaduti c’è anche la storia di un regista, quasi interamente ripresa dall’esperienza reale di Khatami. Ha scritto un film ispirato alla sua vita, con un padre violento che spinge al parricidio, ma dal Ministero gli dicono di fare lievi modifiche: niente padre cattivo, niente sangue, niente madre in ospedale, niente poliziotto sfaccettato. Alla fine il copione si riduce a quello di un corto.

Una volta di più, il cinema iraniano si conferma straordinariamente vivo malgrado la gabbia in cui vorrebbe chiuderlo il regime degli ayatollah. È difficile trovare, soprattutto oggi, una cinematografia nazionale che sappia essere così scomoda per il potere, così costante nella sua rivendicazione di libertà e così varia al suo interno, pur mantenendo un medesimo obiettivo.

Kafka a Teheran ci dà un nuovo, spaventoso sguardo sulla realtà quotidiana dell’Iran, specie dopo l’ondata di proteste generata dopo l’uccisione di Masha Amini. Qualcosa si sta muovendo, lo conferma la paura della dittatura, che ha infatti immediatamente revocato il passaporto a uno dei due registi, Asgari, per impedirgli di partecipare ad altri festival.

L’unica vera pecca del film è forse aver rinunciato, in Italia, al suo titolo originale. La poesia splendida di Farrokhzad, la più grande delle poetesse persiane, era un messaggio importante: fare delle donne, specie quelle più ribelli alle moralità imposte dagli uomini, il punto di riferimento per una nuova opposizione. Versi terreni sembra una profezia nera ma profonda, i due registi ne hanno tratto una manciata di versi come riferimento per il loro lavoro. Non possiamo far altro che copiarli qui.

Poi
il sole divenne freddo
E l’abbondanza lasciò la terra
e nelle vallate l’erba morì
e nelle profondità i pesci
morirono
E da allora la Terra
Non accolse più i morti