Storie per restare umani. Ricordando papa Francesco protagonista della serie Netflix

È “Stories of a Generation” la serie Netflix di Simona Ercolani tratta dal libro di Bergoglio “La saggezza del tempo”. Un invito al dialogo tra generazioni sui grandi temi dell’esistenza: amore, sogni, lotte, lavoro racontati attraverso le storie, i volti e le voci di tantissime persone comuni e non. Ma ognuna impegnata in un suo ambito sociale o professionale, dal premio Nobel per la pace David Lowe a Martin Scorsese. Storie per restare umani, insomma, che è poi l’eredità più grande che ci lascia Francesco, il papa degli ultimi …

“Oggi è importante per il futuro dell’umanità che i giovani parlino con gli anziani”. A ricordarcelo è papa Francesco, appena scomparso, nella miniserie Stories of a Generation (2021), un invito rivolto a tutti e a tutte che riassume il pacifismo e la volontà di dialogo, capisaldi del suo papato appena concluso dopo 12 anni. La docu-serie di Simona Ercolani, ispirata al libro La saggezza del tempo, scritto da Bergoglio e Antonio Spadaro (Marsilio 2018), è interamente basata sul dialogo tra generazioni. Ciò emerge non solo nella forma cinematografica (ultrasettantenni di tutto il mondo intervistati e intervistate da giovani registi e registe), ma anche in quella comunicativa: storie raccontate dagli anziani oralmente, fruite attraverso piattaforma (Netflix) dai giovani.

Quattro episodi, diverse narrazioni intrecciate in brevi capitoli: la Storia che incontra le storie. Quattro temi aiutano ad arginare la polifonia di racconti, ognuno il titolo del rispettivo episodio: Amore, Sogni, Lotte, Lavoro. Temi cari a Francesco che riassumono il suo impegno contro le discriminazioni, l’attenzione ai migranti, il ripetuto sostegno all’Ucraina, la condanna dell’ “ignobile situazione umanitaria” a Gaza causata dagli attacchi israeliani ribadita, ancora, nel giorno di Pasqua, lo scorso 20 aprile, 24 ore prima della sua morte.

Ora questa sua eredità la ritroviamo (anche) in Stories of a Generation attraverso le storie, appunto,i volti, le parole, di tanti personaggi, gente comune o vere star come Martin Scorsese. Ognuno impegnato nel suo ambito professionale. Come l’etologa e antropologa Jane Goodall, il Premio Nobel per la pace David Lowe e molti altri. Persone normali alle prese con la vita che scorre, con una generazione di giovani con cui vogliono parlare.

Nonni e nipoti (così cari a Bergoglio che nel 2021 ha istituito la Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani) è il rapporto centrale della storia di Estela Barnes de Carlotto, Presidente delle Nonne di Plaza de Mayo. Siamo a Buenos Aires ed Estela subisce il rapimento e l’assassinio della figlia incinta, Laura. La missione della donna diventa combattere per la memoria di tutti e tutte le desaparecidas, andando contemporaneamente alla ricerca instancabile di suo nipote. Un racconto a lieto fine (per quanto questa parte di storia lo permetta) in cui vediamo il bambino perduto, ormai adulto, tornare alla famiglia d’origine.

Rifugiati, rifugiate, migranti sono presenti in diverse storie, raccontati da entrambe le prospettive: chi salva, chi è salvato. Vito Fiorino, gelataio di Lampedusa, rappresenta la prima categoria: il 3 ottobre 2013 salvò quarantasette naufraghi e naufraghe. Con loro Vito ha saldato un rapporto unico, un amore familiare non perché biologico, ma proveniente dal rispetto verso la vita altrui, poiché “se credi che la tua vita vale quanto vale quella degli altri, non puoi non portare soccorso”.

Gisèle Assouad Sabbagh, invece, è la portavoce di chi è stata salvata. Scappata dalla guerra ad Aleppo, in Siria, racconta di un Libano che l’ha accolta, cresciuta, facendole vivere nuovamente la pace. Un sogno infranto: l’attacco del 2020 a Beirut ha reso questa “una Beirut sotto attacco, una Beirut distrutta”. Così Gisèle si prepara ad essere salvata da un altro paese, la Francia, continuando a combattere per la sua libertà, continuando la lotta.

Un dialogo intergenerazionale su più livelli è quello di Betty Kilby Fisher Baldwin e la sua amica Phoebe. Rispettivamente discendenti di schiavi e di schiavisti, entrambe si muovono per realizzare il sogno di Martin Luther King: che le famiglie degli schiavi e degli schiavisti possano sedere insieme al tavolo della fratellanza (sorellanza in questo caso). Le due donne affrontano un lungo viaggio, l’una verso l’altra, per incontrarsi e tentare di sanare una ferita storica ancora aperta, evidente nel razzismo sistemico. Questo racconto in particolare si può definire intergenerazionale non solo perché ripercorre un passato non vissuto, ma sentito vicino dalle protagoniste, soprattutto perché ha una testimone, Gabriel, nipote di Betty. Per lei, perché la sua vita possa essere migliore. A lei è affidato il compito di raccogliere i frutti di un simile incontro, di questa amicizia.

Un’ultima considerazione va fatta sulla figura di Martin Scorsese: unico personaggio presente in due episodi, il primo e l’ultimo, amore e lavoro. Il suo racconto non è rivolto alla macchina da presa, ma alla sua intervistatrice, sua figlia. La stessa figlia che vediamo appena nata, in un filmino di famiglia girato dallo stesso papà Martin. È una conversazione tra padre e figlia, un passaggio di testimone che coglie nel privato, nella sua fragilità, l’autore di Taxi Driver, facendo sfumare l’aura mitica intorno a lui, ma aprendo una terza dimensione sulla sua persona, un uomo che ama sua moglie in salute e in malattia (la vediamo accanto a lui con difficoltà di movimento) e che, come tutti, ha dovuto anche confrontarsi coi no dei produttori. Scorsese con il suo cinema ha saputo “trasformare sé per darlo agli altri”, usando le parole di Bergoglio, un’etica del lavoro che lo rende arte, non automatismo.

L’umanesimo, insomma, che Bergoglio non ha mai smesso di difendere. E che Stories of a Generation porta in primo piano. Vederlo, o rivederlo, è un buon modo di ricordarlo. E continuare a dialogare per il nostro futuro.


Valentina Scarfò

Tirocinante Università La Sapienza

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