Stranamore: come abbiamo imparato a smettere di preoccuparci e a ignorare i nazisti (al cinema)

In “Una vita difficile” di Dino Risi, spunta la comparsata di Borante Domizlaff, a suo tempo nazista e omicida alle Fosse Ardeatine. Al di là della sorpresa iniziale, però, vale la pena ragionare sulla rimozione collettiva del nazifascismo e su come abbiamo deciso di ignorarne i rappresentanti. Perché, come insegna Kubrick, ci rivedremo. Riflessioni tra passato e futuro a partire dallo “scoop” de “Il Tascabile” …

«Ce n’era uno che è rimasto perché era fidanzato con una ragazza ed è stato addirittura scelto come comparsa in un film che hanno girato sulle Fosse Ardeatine. Lo hanno preso e messo in divisa perché dicevano che sembrava un perfetto tedesco».

Sono le parole con cui Erich Priebke parlava di uno dei suoi camerati in una delle sue prime interviste, parole affidate nel 1994 alle pagine di Repubblica e pronunciate nella sua casa argentina, a Bariloche, dove era fuggito seguendo quella che in inglese chiamano ratline, la vie dei ratti.

Chi fosse Priebke e cosa abbia fatto in Italia durante gli anni drammatici dell’occupazione tedesca è ben noto. Altrettanto risaputo è il fatto che sia morto tranquillamente nel suo appartamento romano alcuni anni fa, raggiunto e passato il traguardo del secolo di vita.

Perché parliamo ancora di Priebke? L’estratto dell’intervista all’ex Hauptsturmführer delle SS è citato anche in un recente articolo di Ivan Carozzi su il Tascabile, l’autore si chiede se il camerata di cui parla sia Borante Domizlaff, che fu in effetti comparsa in un capolavoro del cinema italiano: Una vita difficile di Dino Risi. 

Carozzi è rimasto sorpreso quando ha scoperto che per interpretare un soldato nazista era stato scelto un uomo delle SS romane, al servizio di Herbert Kappler e, quindi, parte dell’enorme plotone d’esecuzione che il 24 marzo del 1944 mise in atto l’eccidio delle Fosse Ardeatine, il più terribile degli episodi di rappresaglia tedesca in Italia. Mario Tedeschini Lalli, sempre su il Tascabile, ha ripercorso tutta la vita postnazista di Domizlaff e ha raccontato come a lungo sia stato proprio il cinema a dargli da vivere.

Domizlaff non è stato l’unico, sia Carozzi che Tedeschini Lalli fanno ad esempio il nome di Karl Hass, anche lui membro del plotone delle Ardeatine, in seguito, nell’ordine: latitante, funzionario in Italia dei servizi segreti statunitensi (con il compito di coordinare l’eventuale colpo di stato in caso di vittoria elettorale del PCI) e comparsa ne La caduta degli dèi di Luchino Visconti.

Cosa dobbiamo dedurre insomma? Che il cinema sia stato, almeno in qualche misura, una via di riabilitazione per i nazisti? È decisamente una visione eccessiva, che forse in questi tempi di condanne rapide verrebbe anche presa per buona, ma non per questo sarebbe giusta. Bisogna partire da un presupposto: se non sono morti durante la guerra, i gerarchi da qualche parte devono pur essere finiti e qualche cosa devono pur averla fatta. Non a caso si formarono subito squadre di cacciatori, molto spesso ex internati ai lager, proprio per rintracciarli.

Molti furono reclutati dagli Stati Uniti in chiave anticomunista, dimostrando che negli USA di scrupoli morali se ne siano fatti ben pochi durante la Guerra fredda. È stato proprio il cinema a darne la rappresentazione migliore, Peter Sellers nell’indimenticabile Dr. Stranamore di Kubrick interpreta infatti anche un ex scienziato eugenetico nazista diventato consigliere del presidente degli Stati Uniti. Un personaggio geniale, che non riesce a controllare i suoi spasmi e soprattutto il suo braccio destro, sempre pronto a scattare nel saluto, e che nel finale si lascia andare a un Mein Führer rivolto proprio al presidente (interpretato da Sellers stesso, oltretutto).

Leggenda vuole, mai confermata da studi approfonditi, che anche i nazisti di Roma città aperta, un film che più antifascista non si può, fossero degli ex soldati delle SS reclutati in fretta e furia da Rossellini. Nessuno si è mai concentrato, invece, sul fatto che Aldo Fabrizi, per tutta la carriera legato al ruolo del prete antifascista Don Pietro, votasse per il Movimento Sociale e fosse amico personale di Almirante. E chissà che Ettore Scola, regista che amava fare allusioni e collisioni fra ruoli e interpreti, non avesse preso in considerazione anche questo quando scritturò Fabrizi per il ruolo di Romolo Catenacci, il palazzinaro nostalgico di C’eravamo tanto amati.

Forse può sorprendere che queste contraddizioni e queste presenze così ambigue si siano concentrate in un ambito preciso come il cinema, ci si conceda una battuta, un altro campo pieno di reinvenzioni e metamorfosi di questa risma esiste ed è senza dubbio la politica. Ma la verità, dietro cui è anche facile nascondersi, è che il cinema ingloba tante persone e di conseguenza tanti interessi. Era certo interesse di Domizlaff e Hass sbarcare il lunario senza dare troppo nell’occhio e ci devono essere riusciti, visto che in molti non sapevamo che fossero loro a fare quelle comparsate. Ed era sicuramente interesse dei registi avere comparse credibili e chi meglio di nazisti reali per interpretare i nazisti (e prendersi piccole rivincite, come sottolineano Carozzi e Tedeschini Lalli: né Hass né Domizlaff fanno una bella fine).

Franco Giraldi e Gian Maria Volonté scherzavano durante le riprese di Per un pugno di dollari sul fatto che loro, comunisti convinti, si ritrovassero a lavorare nella Spagna franchista. Non è la stessa cosa che far interpretare a un nazista una parte di un film, ma batte sullo stesso tasto: c’è una misura entro cui si può scendere a patti col nazismo o con quel che ne resta? È una domanda interessante che vale ancora oggi. Perché il nazismo non è né morto né un retaggio del passato, ha le sue scorie e riaffiorano in molti modi, alcuni più evidenti e altri più subdoli. 

Lo abbiamo ignorato perché è doloroso, una ferita sempre viva e inondata di sangue, siamo andati avanti, cambiando i nomi e le casacche, facendo finta che i cattivi fossero spariti magicamente all’armistizio. Però non è così: gli Hitler, i Goebbels e i Göring sono morti, ma i Priebke, i Kappler e i Kesselring sono continuati a esistere e a propagandare le loro idee per molti anni, nascosti da nomi spagnoleggainti o raggomitolati in una valigia per non farsi vedere. Questi piccoli disvelamenti del trucco, come quello di Hass o di Domizlaff, ci fanno capitolare, ci chiediamo come sia possibile. Ma la realtà è questa e sarebbe il caso di prenderne atto.

Il Dr. Stranamore si concludeva con una canzone in voga tra le truppe statunitensi nella seconda guerra mondiale, We’ll meet again di Vera Lynn, “Ci rincontreremo”. Nessuno se lo augura, ma la sensazione è che col nazifascismo ci rincontreremo davvero (sempre che non stia già succedendo), quantomeno con quel fascismo eterno di cui parlava Umberto Eco. L’importante sarà farsi trovare pronti ai propri posti, “morti e vivi collo stesso impegno / popolo serrato intorno al monumento / che si chiama / ora e sempre / RESISTENZA”.