“The Book of Vision” l’eterno ritorno in chiave Malick. Apertura enigmatica per la Sic

The Book of Vision”, opera prima dell’italo-svizzero Carlo Hintermann ha aperto la 35ª Settimana della Critica veneziana. Un racconto caleidoscopico, attraverso epoche e saperi nel segno di Terrence Malick di cui il regista è stato l’aiuto. Una regia originale accompagna una trama complessa, anche troppo, tale da essere a tratti indecifrabile. È il mistero della Mostra di quest’anno…

Le prime parole che appaiono sullo schermo sono di Gesualdo Bufalino, da Diceria dell’untore (titolo particolarmente azzeccato per questi tempi di pandemia), ad introdurci con un mirabolante piano sequenza l’entrata in scena della protagonista.

The Book of Vision, opera prima dell’italo-svizzero Carlo Hintermann e film d’apertura della Settimana della Critica a Venezia 77, è tutto lì. La volontà ostinata di stupire lo spettatore e il complicatissimo intreccio narrativo costituiscono le fondamenta del film. Di cui i ricercati movimenti di macchina sono la cosa meglio riuscita.

La complicatissima trama si snoda tra due luoghi e periodi molto diversi: una piccola regione della Prussia nel diciottesimo secolo e gli Stati Uniti contemporanei. È lecito chiedersi cosa abbiano in comune queste due epoche: semplicemente i protagonisti che le animano. Tutti i tre personaggi si ripropongono sia nel Settecento che nel presente (interpretati dagli stessi attori), legati da rapporti diversi.

A tenere insieme le varie identità lo spiega la frase pronunciata del finale: «Nessuno muore veramente». Ecco dunque l’assioma del film, dal retrogusto nietzschiano: nessuna esistenza si conclude, ma si ripresenta in forme diverse nel corso del tempo. La morte, insomma, non come cessazione di ogni cosa ma come possibilità.

Nel mezzo si sussegue una sfilza di sottotrame: relazioni segrete, malattie mortali, gravidanze, un misterioso albero, ancor più misteriose figure coperte di nero che attraversano le foreste, stupri, paternità non chiarite, storia della medicina. Questa mole di elementi narrativi investe lo spettatore, ancora intento a cercare di raccapezzarsi su quale sia il nesso fondamentale, la chiave che lega le due storie. Mentre i personaggi sullo schermo scorrazzano da un’epoca all’altra, rendendo il tutto sempre più fumoso e sfuggevole.

La regia è decisamente coraggiosa, tanto più trattandosi di un esordio. L’ombra di Malick, che di questo film è produttore esecutivo e di cui Hintermann è stato aiuto regista in The Tree of Life (a lui ha anche dedicato un documentario nel 2002, anch’esso presentato a Venezia), si sente e parecchio. Ma restando comunque ben lontano dal modello, soprattutto nei dialoghi.

L’intento di creare un alone di mistero si risolve più semplicemente in confusione. Rimane in ogni caso un esordio interessante e un nome da tenere d’occhio.