Tra quei portici dove nacque il poeta corsaro. Pasolini & Bologna in un doc

Nel doc di Emilio Marrese “Il giovane corsaro – Pasolini da Bologna”, distribuito da Istituto Luce Cinecittà (che produce con Si Produzioni), si racconta il legame di Pier Paolo Pasolini con la città emiliana dove nacque nel 1922. E dove, dal 1937 al 1943, si formò e nutrì le sue passioni, tornandovi a più riprese fino agli ultimi anni della vita. Un capitolo importante nel percorso dello scrittore e regista, rievocato attraverso filmati di repertorio, brani di lungometraggi, lettere e articoli (per la voce di Neri Marcorè) e la vicenda di un giovane studente di oggi…

«La vita finisce dove comincia». Battuta finale di Franco Citti (doppiato da Paolo Ferrari) in Edipo Re, il film dichiaratamente più autobiografico di Pier Paolo Pasolini: riportando non a caso il suo cinema nella Bologna dove nacque il 5 marzo 1922.

Se è vero allora che nell’opera e nella vita di Pasolini ogni fine si tuffa sempre in un relativo inizio e viceversa, anche la «città piena di portici» ha indubbiamente nutrito, insieme alla “materna” Casarsa e alla Roma delle borgate, passioni, idee e contraddizioni dell’artista e dell’uomo sino agli ultimi atti. Così il doc Il giovane corsaro – Pasolini da Bologna di Emilio Marrese, ripercorre il rapporto del poeta-regista col capoluogo dell’Emilia-Romagna: e nel farlo, inevitabilmente, si pone come interpretazione dell’esperienza e dell’eredità pasoliniana tutta.

A Bologna, infatti, Pasolini fa gli studi classici e universitari, scopre e coltiva quella propensione eclettica verso tutte le forme dell’espressione umana (dalla letteratura al cinema passando per la pittura e il teatro) che ne nutrirà il talento ereticamente poliedrico.

Sono i tempi e i luoghi in cui il futuro scrittore corsaro legge L’idiota e il Macbeth, serbando la libreria Nanni del Portico della Morte come uno dei più cari luoghi della memoria, perché «non si legge mai più in tutta la vita con la gioia con cui si leggeva allora». Sono gli anni a cui fa risalire il primo bagliore di coscienza antifascista, grazie alla lettura di Rimbaud fatta in classe dal supplente (e poeta) Antonio Rinaldi. Sono le occasioni, per il regista di Accattone, di frequentare le lezioni di Roberto Longhi e vedere, alle proiezioni dei Cineguf (dove la censura fascista è più permeabile), i grandi film del resto del mondo, da Chaplin e Mizoguchi, ai francesi ostracizzati dal regime.

Ma ancora, ci ricorda il doc, Bologna vuol dire l’amore per il calcio, i giochi sui prati di Caprara, la chiesa di via Nosadella («fino a 15 anni io credetti in Dio con l’intransigenza dei ragazzi»), nonché una (e la prima) stazione della tormentata, fondamentale tensione edipica con i genitori. E forse il conflitto col padre Carlo Alberto, militare fascista, era già scritto nel momento in cui l’uomo fermò un presunto attentatore di Benito Mussolini, il quindicenne Anteo Zamboni, poi linciato dagli squadristi.

C’è tantissimo Pasolini, insomma, nella Bologna dove questi torna a più riprese: negli anni ’50 per fondarvi la rivista Officina (con gli amici e colleghi di gioventù Francesco Leonetti e Roberto Roversi), nei ’60 e ’70 per girarvi alcuni dei suoi film, compreso l’estremo Salò. Un altro, il Vangelo secondo Matteo, se lo fa proiettare sul petto nel 1973, in un’emblematica performance (dal titolo Intellettuale) di un’altra vecchia conoscenza, Fabio Mauri, inaugurando la locale Galleria d’Arte Moderna. Ma proprio in quegli anni vedrà nell’«anomalia» di Bologna un altro, insidioso sintomo di (contro)rivoluzione neocapitalista: perché, dirà nel Gennariello, una città «comunista e consumista» rischia tanto più di smarrire non solo l’alternativa, ma anche l’alterità.

Bologna, in questo senso, si può ben inserire in quella geografia pasoliniana della perdita e della nostalgia di un’età della vita mangiata dalla (Dopo)Storia. E il doc sembra scegliere proprio questa chiave di lettura, mostrandoci l’intera indagine dalla prospettiva di un giovane studente di oggi (interpretato da Nico Guerzoni) impegnato a scrivere una tesi sul rapporto tra Pasolini e la sua città natale, dialogando con (veri) studiosi e testimoni e confrontandosi con frustrazioni, impasse e nuove consapevolezze. Realtà e fiction si contaminano, dunque, e ai filmati di repertorio (che includono, oltre allo stesso Pasolini, la madre Susanna) si alternano non solo inquadrature e parole (lette da Neri Marcorè) del regista-scrittore, ma anche la vicenda personale di un giovane del nostro tempo che, (ri)visitandone i luoghi, scopre la complessità forse inestricabile di un autore.

Il film diventa perciò (anche) una riflessione, non di rado ironica, sulla ricezione di Pasolini (icona pop suo malgrado) da parte delle nuove generazioni: tra fascinazione e confusione, demistificazione ed emulazione-rievocazione di un paradossale padre, mai conosciuto direttamente eppure capace di cogliere ed anticipare il malessere in cui molti ragazzi si dibattono tuttora. Il protagonista (la cui stessa fisicità rimanda a Pasolini e al suo immaginario) incarna allora limiti, slanci e contraddizioni non solo di una città, ma anche e soprattutto di una stagione dell’esistenza attraverso cui lo scrittore e cineasta nato cent’anni or sono ha declinato il suo disperato amore per la realtà. Un altro punto d’arrivo che ci rimanda all’inizio.