Tutto in una notte. È “Blue Moon” un vero spettacolo firmato Richard Linklater

Premiato alla Berlinale 2025 per l’interprete maschile non protagonista, Andrew Scott, “Blue Moon” ha segnato il ritorno del texano Richard Linklater. Tutto in una notte, quella della prima del musical “Oklahoma!” raccontata dal punto di vista del suo paroliere, uno straordinario Ethan Hawke che insieme al regista ha coltivato per anni il sogno di questo film. In uscita nei prossimi mesi …

Una delle tante edizioni del musical “Oklahoma!”

Regola scritta dei festival: i palmarès, spesso, sono rese dei conti e come tali vanno interpretati. Fermiamo subito gli appassionati di dietrologie, non ci sono manine e manette da ricercare. Molto più genuinamente, le giurie sono fatte di sensibilità diverse e sanno che un premio può fare la differenza. Per cui capita, nemmeno di rado, che a un film si decida di dare un riconoscimento, non importa quale. Forse può essere successo anche a Berlino, con il premio vinto da Blue Moon, bellissimo ritorno in concorso di Richard Linklater. 

Nel 1995 il regista texano arrivò in concorso alla Berlinale con un film poi diventato una trilogia, amatissima dalla cinefilia: Before Sunrise. C’era Ethan Hawke come protagonista e si svolgeva tutto in una sera, a passeggio per Vienna. Fu Orso d’argento alla miglior regia, ma come abbiamo detto fu soprattutto una freccia al cuore del pubblico, che non lo ha mai dimenticato e celebra Linklater ancora oggi per quella trilogia. 

Anche Blue Moon, il suo nuovo film, si svolge (prologo a parte) in un’unica serata. È quella della prima di Oklahoma!, il musical, che di lì a poco sarebbe divenuto uno dei più rappresentati della storia del teatro statunitense. A due passi dal teatro, pronto a esaltare il suo brillante rancore con l’alcool, siede Leonard Hart, paroliere. Sì, è Ethan Hawke a interpretarlo, per l’ennesimo tassello della sua collaborazione con il regista. 

Hart è un paroliere, ha scritto capolavori tra cui My funny Valentine e, appunto, Blue Moon. Scrive i testi, ma la musica la compone l’altra metà del duo, Richard Rodgers. Quella sera proprio Rodgers è impegnato a farsi osannare da una folla festante per le musiche di Oklahoma!. Ma i testi, per la prima volta da quando lavorano insieme, non li ha scritti Hart. È per questo che siede nel bar dell’amico, a parlare di tutt’altro, cioè di una ragazza di cui lui, noto per le sue scorribande omosessuali, si è perdutamente innamorato. 

Hawke è semplicemente perfetto. Consegna al suo personaggio un’ironia straordinaria, impastata con la tenerezza di chi si sta rendendo conto di essere al capolinea e, per sopravvivere, vuole divagare. Si perde in altro: la ragazza, la futilità di Oklahoma!, quanto sia stupido il suo punto esclamativo finale e, soprattutto, Casablanca, che nell’anno in cui siamo (1943) era da poco uscito nelle sale, conquistandole.

Pare che Linklater e Hawke abbiano coltivato per anni l’idea di girare Blue Moon. La sceneggiatura, calcolata a orologeria dall’autore Robert Kaplow, è rimasta sulle loro scrivanie per anni. Ne erano rimasti colpiti entrambi e non sorprende. Sembra incredibile che Caio abbia potuto trarla unicamente dal carteggio fra Hart e la ragazza. Ma tant’è, a volte basta poco a far da scintilla. È stato Linklater a prendere tempo, voleva un Hawke più anziano, più maturo, perché fosse credibile nei panni del protagonista. 

A Berlino è stato subito amore con il pubblico. Gli applausi sono stati scroscianti, la sala gremita. Certo, Linklater e Hawke sono una garanzia e anche il resto del cast (Margaret Qualley, Andrew Scott, Bobby Cannavale) fa parte di quella cerchia di attori e attrici osannate sui tappeti rossi. Ma non è stato solo questo, ovviamente. Blue Moon ha la capacità di stregare e potrebbe trovare un grande successo quando arriverà in sala.

Dicevamo delle rese dei conti. La giuria della Berlinale 2025, capitanata dal regista statunitense Todd Haynes, ha avuto un compito poco invidiabile. La selezione contava moltissimi film di primissimo livello, assegnare “solo” otto premi non era affatto semplice, a meno di non lanciarsi in un diluvio di ex æquo. Non è stato così e qualcuno è rimasto fuori dalla distribuzione di Orsi. Altri, come dicevamo, si sono visti arrivare premi simbolici. E così è stato per Blue Moon. 

Intendiamoci, l’Orso d’argento al miglior non protagonista non è un premio minore, assolutamente. E soprattutto Andrew Scott, che l’ha vinto, ha dato un’ottima prova. Ma la sensazione diffusa era che fosse l’unica casella in cui fosse possibile inserire il film di Linklater, pur di premiarlo in qualche maniera.

Sono piccole soluzioni da giuria, fatte perché si sa che un premio è come un timbro sul film: lo aiuta e lo sponsorizza. È comprensibile, perché Blue Moon coinvolge e ammalia, senza lasciare indietro la riflessione. La volontà era insomma stuzzicare il pubblico, invogliarlo ad andare in sala per vederlo. E poi, in fin dei conti, una recensione non prova a fare lo stesso?


Tobia Cimini

Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.

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