Un serial killer si aggira nella Polonia comunista

In sala “Il ragno rosso” di Marcin Koszalka distribuito da Lab 80. Ispirato alla storia vera del “vampiro di Cracovia”, assassino nella società totalitaria, che per uccidere sfrutta l’omologazione di regime. Il protagonista Karol scopre l’identità del colpevole ma non lo denuncia, anzi ne resta affascinato…

Red-Spider2bis
Un serial killer politico nella Polonia degli anni ’60, che colpisce e si dissolve metaforizzando l’omologazione della società totalitaria. Un ragazzo perbene, Karol, che scopre la verità ma non la denuncia, anzi si lascia ammaliare dal fascino anatomico dell’omicidio, aggiungendo al quadro il tassello inquietante del ruolo dei più giovani (chi sono, dove vanno, quali prospettive). Il ragno rosso, dramma noir del regista polacco Marcin Koszalka, arriva in sala da giovedì 19 gennaio distribuito da Lab 80.

È un piccolo film che inscena la storia vera del “vampiro di Cracovia”, assassino seriale di bambini come simbolo di una nazione. Allo stesso modo di Andrei Cikatilo nella Russia comunista, il mostro di Rostov già cinematografato da molti (Cittadino X, Evilenko, Child 44), così il vampiro suddetto può eseguire la sua opera proprio perché vive in un sistema autoritario, nella cappa di un grigiore che rende tutti uguali, indistinguibili e quindi inafferrabili. La vicenda viene impaginata da Koszalka secondo un peculiare punto di osservazione: il protagonista non è il colpevole né la polizia, bensì il giovane Karol, promettente tuffatore, che gradualmente inizia a frequentare il maniaco fino – a sorpresa – ad autoaccusarsi degli omicidi.

Nel tuffo che vediamo nell’incipit Karol si immerge nello spazio sottomarino, ovvero supera la superficie del mondo esposto per indagare cosa c’è sott’acqua, il nascosto e il subliminale da cui è fortemente attratto. Andare sott’acqua è il suo lavoro: innestato su questo simbolo si sviluppa l’intreccio, dove Karol arriverà a sondare il subacqueo della società e della sua mente.

Un’indagine interiore che lo porterà alla scelta estrema: da promessa sportiva del regime egli preferisce slittare alla condizione di presunto colpevole. Con due conseguenze: da una parte scagionare il vero responsabile, lasciando l’ennesimo mostro in giro nella Cracovia comunista; dall’altra pilotare i riflettori su di sé, divenuto mostro in prima pagina, e lasciarsi “museificare” dalla nascente società mediatica. Il raggiungimento della fama virale è l’arma per spaccare l’egualitarismo di Stato. È così che alla fine il vero killer visita il finto killer riproposto nella forma di un quadro.

Il regista procede strategicamente dosando il suo thriller, lontano dalla detection, interessato non agli eventi ma soprattutto alla costruzione di un’atmosfera, l’evocazione di un umore, l’affresco sulla pelle di un paese: «Ho scelto di fornire indizi sulle motivazioni dei personaggi principali – dice Koszalka – indicando i contesti, la vita, la città, le persone care, le condizioni esterne. Spiegare il male sarebbe stato banale (…). Era un’epoca cupa, con poca luce, il vuoto e l’ordinario erano ovunque: la gente portava vestiti simili, viaggiava in autobus, c’erano poche auto». Ed è qui che avviene sia l’atto di uccidere, sia quello di restarne affascinati.