“Une femme douce”, tra Putin e Dostoïevskij

Convince a metà “Une femme douce” dell’ucraino Sergei Loznitsa, habitué di Cannes e Venezia. Conosciuto soprattutto per i suoi documentari, stavolta il regista – di nuovo in concorso – firma un’opera di finzione adattando molto liberamente l’omonimo racconto di Dostoïevskij. Tra realismo e allegoria una storia che parla della violenza del potere nella Russia di Putin…

È una “vecchia” conoscenza di Cannes e Venezia Sergei Loznitsa, ucraino, classe ’64, tra gli autori di cinema del reale più in vista del momento.

Facile immaginare, quindi, che Thierry Frémaux – delegato generale del Festival di Cannes – non si sarebbe fatto sfuggire il suo nuovo film e oltretutto di finzione: Une femme douce, liberamente ispirato a La mite, romanzo breve di Dostoïevskij, già portato al cinema nel ’69 da Robert Bresson – proprio qui a Cannes – e considerato uno dei suoi capolavori, meno conosciuti.

Dopo aver applaudito a Venezia 2016 Austerlitz, inquietante fotografia del “turismo della memoria”, tra selfie davanti ai forni crematori e indifferenza, ecco che Loznitsa, affidandosi ad uno dei padri della letteratura di casa sua, torna a raccontare quello che conosce meglio. Il suo paese, la grande madre Russia, già narrata nei folgoranti doc Maidan, sulla rivolta popolare ucraina contro il presidente Yanukovic nell’ inverno 2014 e The Event sulla protesta nelle piazze di Mosca e San Pietroburgo, all’indomani del colpo di stato (il “putsch”) che nell’agosto del 1991 tentò il rovesciamento del governo Gorbaciov e che fu all’origine, pochi mesi più tardi, del collasso dell’Unione Sovietica.

Ebbene, in Une femme douce c’è tutto questo insieme. Ossia la storia e il presente. Il pesante fardello della memoria dell’Urss e l’oggi che, possibilmente, è ancora più pesante. È la Russia del potere assoluto di Putin, della cancellazione dei diritti civili, della violenza. Un potere kafkiano contro il quale si scontra, impotente, la “femme douce” del titolo, l’intensa Vasilina Makovtseva.

La donna ha il marito in galera, ma nulla sappiamo di lui, dei motivi della condanna, né della sua vita che appare al limite della miseria. Sarà il viaggio per andarlo a trovare in carcere e poi il tentativo di recapitargli un pacco di viveri, che ci mostrerà l’oscenità violenta del potere a cui dovrà sottoporsi la donna, attraverso una via crucis di umiliazioni e ingiustizie. Tra Dostoïevskij e Kafka, appunto. In una Russia dove spadroneggiano polizia, mafiosi e corrotti. Una sorta di viaggio all’inferno dove l’umanità si è persa, alle prese con i bisogni della sopravvivenza.

Grande narratore di luoghi e città, colte sempre nello svolgersi della Storia (nei doc attraverso l’uso straordinario del repertorio), stavolta Sergei Loznitsa ricostruisce un dècor di povertà morale e materiale. Locali miserabili, autobus affollati, file interminabili, ambienti fatiscenti, tra cui in lontananza, ma centrale, spicca il gigantesco carcere che, coi suoi poliziotti e i suoi impiegati carogne, domina anche la vita di chi ne sta fuori.

Della storia di partenza di Dostoïevskij, la donna morta suicida di fronte al cui cadavere il marito ricostruisce la sua vita mentre una giuria lo ascolta, Loznitsa offre una sua liberissima interpretazione. E il film cattura e spiazza finché procede sulle corde del realismo, seppure fortemente simbolico. Non regge invece il passaggio, sul finale, verso l’allegoria pura, con un banchetto tra “popolo” e politici dai confusi simbolismi del passato comunista. A commento i fischi della sala della proiezione per la stampa. Peccato.