“Fortunata” miglior attrice (nella sezione collaterale). Gli stereotipi italiani che piacciono a Cannes
Jasmine Trinca vince come miglior attrice Un certain regard, sezione collaterale del festival, per il ruolo di “Fortunata” il film della premiata ditta Castellitto-Mazzantini, che, tra eccessi e stereotipi, sembra raccontare la periferia dopo aver origliato i discorsi dal parrucchiere, ascoltato le confidenze della colf, o aver letto qualche breve di cronaca. Condividiamo la recensione di Stefano Amadio, direttore di Cinemaitaliano.info…

Se Monicelli diceva che la commedia è finita quando i registi hanno smesso di prendere l’autobus, sembra evidente che Margaret Mazzantini e Sergio Castellitto non sanno proprio cosa sia un autobus.
Fortunata è una giovane donna di Tor Pignattara, già parte di quella periferia degradata che adesso è solo distante dal centro e che, con l’espandersi della città, è diventato un quartiere dove al disagio cronico raccontato da Pasolini, si va sostituendo una piccola borghesia italiana con una forte presenza straniera. Fortunata però è figlia degli anni 80, di quando la droga uccideva genitori e figli, una brutta situazione capace di scombinarle una vita che avrebbe potuto essere normale se non fosse finita in un film.
Margaret Mazzantini, autrice della storia insieme a Castellitto e Francesca Manieri, sembra raccontare la periferie dopo aver origliato i discorsi dal parrucchiere, ascoltato le confidenze della colf, o aver letto qualche breve di cronaca, impastando una serie di ritratti poco originali fino a formare un pasticcio dove l’ingrediente mancante è il semplice sale. Sono tutti troppo; tatuati, mesciati, pazzi e saggi, poveri di soldi ma ricchi di quell’umanità che i ricchi veri riconoscono e fintamente invidiano a chi non ha una lira. Ma, stringendo, vicende e personaggi appaiono così costruiti che si fa fatica ad apprezzarli. Una costruzione che del resto non appare neanche originalissima, con i meccanismi e i caratteri lontani dall’essere delle novità.
Nei suoi eccessi, tra camminate, litigi, voli di droni e sogni ad occhi aperti, Castellitto tiene sempre il ritmo alto, le voci alte, le espressioni eccessive. Jasmine Trinca fa spallucce una battuta sì e una no, sembrando in parte solo quando, per una scena breve, è vestita da sera, truccata e pettinata da gran signora. L’attrice protagonista non è e non sarà mai una sciampista, malgrado si agiti, parli forte e pesante, mastichi volgare la gomma americana.
Meglio Edoardo Pesce, nel ruolo del marito in via di divorzio, guardia giurata violenta e gretta, e Alessandro Borghi a cui però non basta la variante della madre attrice di teatro per allontanarsi dagli ultimi tre o quattro personaggi di borgata. È bravo e speriamo che prima o poi riescano a fargli prendere un autobus verso il centro per fargli fare un ruolo, che so, da avvocato o da cardio chirurgo.
Altro discorso per Stefano Accorsi che, misurato e in parte, paga una regia che lo trascina verso qualche eccesso ingiustificabile, anche questo frutto di una costruzione a tavolino che fa del suo personaggio, uno psichiatra, il solito specchio di fronte al quale gli altri possono parlare di sé e far scoprire a noi spettatori cause e origini del loro “interessante” malessere.
fonte: Cinemaitaliano.info
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