“The Square”: Palma d’oro alla satira sull’Occidente dei ricchi

Lo svedese Ruben Östlund porta a casa la Palma d’oro per “The Square”, comicità a tratti sublime e feroce satira sulla falsa coscienza dell’occidente ricco e il suo politicamente corretto. Grand Prix al film francese sulle battaglie dei malati di Aids. Miglior attrice Diane Kruger, vendicatrice contro i neonazisti. E poi vincono Sofia Coppola, Nicole Kidman e la scozzese Lynne Ramsay…

Quando Juliette Binoche gli porge la Palma d’oro, Ruben Östlund fa girare fotografi e telecamere verso il pubblico a cui chiede di urlare e sbracciarsi. Ed è questo lo spettacolo di chiusura di Cannes 70, la performance dell’intera platea del Grand Theatre Lumière agghindata ed osannante che ululula verso il palco, proprio come fosse una scena del suo provocatorio The Square. Manca solo la scimmia, che il regista svedese, però, ringrazia tra gli altri divertito e saltellante.

Cannes 2017 se la ricorderanno soprattutto i francesi, però, che sono arrivati ad un soffio dal podio con 120 battiti al minuto di Robin Campillo, film sulle battaglie dell’associazione parigina per i diritti dei malati di Aids a cui la giuria capitanata da Pedro Almodovar assegna il Grand Prix, accolto da una lunga standing ovation del pubblico (in Italia uscirà per Teodora). Una pellicola forte nella sua semplicità, molto distante da The Square, dissacrante e spiazzante nella sua feroce satira del presente, con momenti di comicità sublime, popolata anche da scimmie e uomini scimmioni.

Dopo il premio del 2014  al magnifico Forza maggiore, Ruben Östlund torna a castigare la vigliaccheria umana (lì era un padre che scappa davanti alla valanga in arrivo, mollando moglie e figli nel pericolo), le ipocrisie di certo ceto intellettuale, ruoli e convenzioni sociali. È una Palma contro la falsa coscienza dell’occidente quella a The Square, politica sicuramente – certo non è Ken Loach – e soprattutto una zampata d’autore contro il politicamente corretto. Che Ruben Östlund – da svedese conosce molto bene – e seppellisce per sempre attraverso questa sua feroce satira nei confronti del mondo dell’arte contemporanea, in cui incontriamo il direttore di un museo, brillante e donnaiolo, che viaggia sulla macchina elettrica, sostiene le grandi cause umanitarie e finanzia installazioni che incitano all’altruismo e al sostegno dei più deboli. Salvo poi “razzolare” malissimo…

Proseguendo nel palmarès il premio alla regia va a quella decisamente convenzionale di Sofia Coppola ne L’inganno, remake de “La notte brava del soldato Jonathan”, trasgressivo Don Siegel del 1971, tratto dal romanzo di Thomas P. Culliman, in cui è protagonista una improvvisamente ringiovanita Nicole Kidman, incoronata col premio speciale del 70.

Miglior attrice è Diane Kruger per Oltre la notte di Fatih Akin, grido d’allarme e dura provocazione contro il terrorismo neonazista e xenofobo. Mentre il miglior attore è Joaquin Phoenix, il vendicatore col martello di You were never really here, hard-boiled violento e nerissimo della regista scozzese Lynne Ramsay, a cui va pure il premio per la sceneggiatura che si divide ex aequo col greco Yorgos Lanthimos e il suo Killing of a Sacred Deer.

Al russo Andrey Zvyagintsev va il Premio della Giuria, per Loveless, apprezzata metafora sulla disgregazione e la violenza nel suo paese e non solo, tema già trattato mirabilmente nel precedente Leviathan, premiato per la sceneggiatura nel 2014.

Si è conclusa così l’edizione del settantenario del Festival annunciata come monstre, ma che siamo certi riusciremo a dimenticare presto, forse anche più facilmente delle altre.