Variazioni poetiche sulla maternità. “Tre donne di Sylvia Plath” per riscoprirla

Passato al TorinoFilmFest “Tre donne, di Sylvia Plath” opera nata dalla collaborazione di Bruno Bigoni e Francesca Lolli. In origine un radio-dramma pensato per tre voci si è trasformato in film con le tre attrici in scena a narrare tre storie accomunate dall’esperienza della maternità. Un’opera che ha il merito di riportarci al desiderio di recuperare gli scritti di una poetessa che da metà anni Sessanta le donne hanno trovato magistrale e spesso aderente alle esperienze della loro vita…

Per incantante e, come spesso, misteriosa sincronicità, il giorno dopo che in Italia, a Ravenna, una manciata di uomini ha sentito il bisogno di scendere in piazza calzando scarpe rosse per manifestare contro l’atavica violenza di ancora troppi maschi contro le femmine, fuori concorso al 39esimo Torino film festival è stato presentato Tre donne, di Sylvia Plath, opera nata dalla collaborazione di Bruno Bigoni e Francesca Lolli prodotta da Electric Film.

Pensata inizialmente come un radio-dramma a tre voci, i due autori (lui regista e attore con nel curriculum la nascita a Milano nei primi anni ’70 del Teatro dell’Elfo e la rassegna FilmMaker; lei attrice, regista, video artista e performer) han poi sentito necessario realizzarla e montarla col contributo di immagini: delle tre diverse donne che si raccontano (Giulia Battisti, Chiara Buono, Alice Spito), della Natura e, seppur in minima parte, dell’ambiente in cui parlano di un argomento che, in modo pur diverso, le accomuna: la loro esperienza con la maternità.

E dunque, inevitabilmente, esperienza con gli uomini.
O meglio, con quella che la fragilissima e forte Sylvia Plath, ha spesso definito “la piattezza degli uomini”.
Che così spesso porta sangue, sempre presente nei suoi scritti.

Quello grondante in modo stupefacente dopo il suo primo, completo rapporto sessuale che lei descrive nel suo unico romanzo esplicitamente autobiografico, La campana di vetro, firmato con lo pseudonimo di Victoria Lucas e pubblicato in Inghilterra nel 1963, neanche un mese prima che lei riuscisse finalmente, dopo svariati, rocamboleschi e in qualche modo anche comici tentativi falliti, a porre fine alla sua giovane vita.

Ma anche quello che sgorga quando “un fior di loto si apre sul suo ventre sanguinante che poi verrà cucito con la seta come lei fosse una stoffa”.
Di fatto queste tre voci di tre diverse esperienze di maternità desiderata, abortita, o poi, dopo la nascita, abbandonata, non sono che la sua di esperienza.

Quella di una creatura solitaria come l’erba, ironica, lucidissima, ipersensibile, intellettualmente molto ambiziosa e implacabile, ma minata da una fragilità psichiatrica che non mi sembra difficile definire bipolare. Certo comunque non schizofrenica. E di sicuro non protetta o ammortizzata da felici incontri con uomini.

Oltre al suo primo amore, un suo amico d’infanzia che quando scopre bugiardo pianta senza rimpianto, si sa che anche il rapporto con il poeta britannico Ted Hughes, che sposa nel ’56, non fu dei più rasserenanti.

Dopo Frieda la loro prima figlia, nel ’61 la Plath subì un aborto spontaneo causato proprio dalla violenza nei suoi confronti del marito. Poi, nel gennaio del ‘62, nasce Nicholas e dopo neanche sei mesi, dopo aver scoperto che Hughes la tradiva e aspettava con l’amante un altro figlio, lascia il marito e il Devon e torna a Londra. Sola con pochi soldi e due bambini piccolissimi. Due creature luminose, ma capaci di “grida acute che mi entrano nei fianchi”.
“Ho cercato di non pensare troppo…di essere normale”, ci manda a dire.

Ma non ce la fa più. Si abbandona alla morte e li abbandona. Senza dimenticare però di aprire la finestra della loro cameretta. Perché il gas non li uccida.
Non so perché, ma non ho mai amato sentire attori, seppur dotati, leggere le poesie. Anche se chi lo fa le ha scritte.
Forse mi è sempre sembrata un’emozione da vivere personalmente in silenziosa riservatezza. Ciò nonostante ritengo che queste Tre donne, di Sylvia Plath, abbiano il merito di riportarci al desiderio di recuperare l’opera di una poetessa che da metà anni Sessanta le donne hanno trovato magistrale e spesso aderente alle esperienze della loro vita.

E non parlo solo di poesia, ma anche, e forse soprattutto, de La campana di vetro non apprezzato particolarmente all’epoca dalla critica, ma che riletto, proprio grazie a Tre donne, mi è sembrato davvero formidabile.