Viaggio nella “ferrovia sotterranea” degli schiavi d’America. Barry Jenkins contro l’Olocausto nero (su Amazon)

Anche il XIX secolo ha conosciuto il suo “Olocausto”: la schiavitù vissuta da milioni di neri nell’America di due secoli fa, con l’eco che arriva fino ad un presente razzista e discriminatorio contro il quale si batte il movimento Black Lives Matter. Dopo che il grande schermo ha fatto la sua nel raccontarne la violenza (da Glory di Edward Zwick ad Amistad di Steven Spielberg dal romanzo di Barbara Chase-Riboud, fino al più recente Dodici anni schiavo di Steve McQueen) ora è il piccolo schermo a riscrivera quella storia d’orrore con la nuova serie The underground railroad, adattamento del romanzo omonimo del Premio Pulitzer Colson Whitehead.
A portare sul piccolo schermo le 10 puntate prodotte da Plan B, Pastel e Big Indie con Amazon Studios (visibili su Amazon Prime Video dal 14 maggio) è il Premio oscar Barry Jenkins, regista nato a Miami ma con l’obiettivo da sempre rivolto alla condizione degli afroamericani negli Stati Uniti. Raccontata tra l’altro dall’acclamato Moonlight, adattamento dell’omonima pièce di Tarell Alvin McCraney (tre Oscar) e da Se la strada potesse parlare, anche questo di derivazione letteraria: il romanzo di James Bladwin dedicato alla lotta per la verità combattuta dalla giovane Tish, nell’America razzista degli anni Settanta.
Oora il regista afroamericano – anche nel ruolo di executive producer al fianco di Adele Romanski, Mark Ceryak, Dede Gardner, Jeremy Kleiner, Brad Pitt, Richard Heus, Jacqueline Hoyt e Colson Whitehead – racconta direttamente le radici dell’odio, la schiavitù nell’America pre-guerra civile, in cui i neri non erano considerati che puri strumenti di lavoro, da usare nelle piantagioni dei ricchi proprietari terrieri del Sud.
E proprio da un Sud violento e sanguinario – la Georgia – che la protagonista (col volto della giovane attrice sudafricana Thuso Mbedu) accusata ingiustamente di omicidio fuggirà nel tentativo di riconquistare la propria dignità umana e la libertà. È nel corso della fuga che s’imbatterà nella leggendaria ferrovia sotterranea, una “ferrovia immaginaria”, una mappa segreta con i posti giusti da attraversare per evitare centri abitati e tutti i luoghi ad alto rischio di cattura.
Insomma una rete di itinerari segreti e luoghi sicuri usato dagli schiavi in fuga nel XIX secolo, punti franchi attraverso cui raggiungere l’abolizionista Canada. Cora è costretta a nascondersi dal cacciatore di schiavi Ridgeway (in foto, interpretato dall’attore australiano Joel Edgerton, AACTA Award per la sua interpretazione di Tom, il violento marito di Daisy nel Grande Gatsby di Baz Luhrmann) pronto a rifarsi sulla protagonista per la mancata cattura della madre Mabel. La giovane troverà il coraggio di affrontare questo pericolo e almeno il finale del romanzo le concederà l’inizio di una nuova vita.
La ferrovia sotterranea – sistema reale che ha fatto riconquistare la libertà a migliaia di persone, tanto da andare a trasformarsi in una vera e propria organizzazione di aiuti – è l’emblema della rete di solidarietà, di tutte quelle persone che non hanno voluto essere assimilate a quel massacro e che hanno continuato una forma silenziosa e nascosta di resistenza.
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