Zero vs l’invisibilità. Come il supereroe perde la battaglia contro la serie di plastica Netflix

Su Netflix la nuova serie tutta italiana, anzi milanese,”Zero” dal libro “Non ho mai avuto la mia età” (Mondadori, 2018) dello scrittore 28enne italiano con origini angolane Antonio Dikele Distefano. Nella Milano di periferia, tra i ragazzi italiani di origini africana, un rider “invisibie” per il mondo lo diventa davvero trasformandosi in supereroe. Un racconto a puntate pieno di ottime intenzioni e argomenti più che condivisibili, eppure facilmente fraintendibili perché detti malamente e appesantiti da troppi stereotipi…

BEATRICE GRANNÒ e GIUSEPPE DAVE SEKE/ FRANCESCO BERARDINELLI/NETFLIX © 2021

Ma quanto è difficile parlare di Zero, la nuova serie tutta italiana, anzi, tutta milanese, di Netflix.
Proviamoci raccogliendo un po’ di idee. Allora: Omar (Giuseppe Dave Seke) è un immigrato di seconda generazione, genitori senegalesi, nato e cresciuto in Italia, un “invisibile” che rivendica il diritto allo ius soli per essere italiano de facto prima ancora che de jure.

È anche un ragazzo tra i venti e i trent’anni, sospeso tra millenial e generazione Z.
Vive nel quartiere della Barona (nella finzione definito Il Barrio, un po’ perché fa ghetto ispanico e un po’ perché proprio alla Barona c’è il centro sociale Barrio’s), periferia sud di Milano.

Fa il rider consegnando pizze in bici e disegna storie a fumetti con supereroi sognando di trasferirsi in Belgio “dove c’è più mercato” per vivere della sua arte.

I nuovi amici di Omar, che inizialmente sembrano dei gangsta, ben presto dimostrano di aspirare ad essere difensori del quartiere in via di gentrificazione. E sappiamo bene che la gentrificazione spesso e volentieri inizia con le lettere di sfratto agli abitanti più fragili…

C’è un drone che dall’alto accompagna gli spostamenti dalla periferia al centro e ritorno. E c’è Anna (Beatrice Grannò), la ragazza che piace a Omar, romana con casa lussuosa in zona City Life (quella dove abita Chiara Ferragni con Fedez); studentessa di Architettura, con tanto di plastico in plexiglass per un esame, vorrebbe spiegare al nostro eroe – in tre parole tre, e però sbagliate – complesse teorie sociologiche urbane sul degrado e a Omar che viene dalla Barona chiede: “È dove bruciano i motorini?” … infatti nella scena successiva brucia un motorino.

C’è infine anche la colonna sonora trap a km0 di Mahmood, il vincitore di Sanremo cresciuto al Gratosoglio che è lì, a due passi dal “Barrio”, che è anche il titolo di un suo pezzo.

Queste sono, in soldoni per evitare troppi spoiler, le premesse e il contesto della vicenda raccontata da Zero.

Che dire? Detta così la storia scritta da Antonio Dikele Distefano, già autore del libro Non ho mai avuto la mia età (Mondadori, 2018), ha tutte le caratteristiche per snodarsi su sentieri di sicuro successo, complice anche il fatto che alla sceneggiatura hanno collaborato l’autore stesso e Roberto “Menotti” Marchionni, sceneggiatore e fumettista già nel team di Lo chiamavano Jeeg Robot.

Se Jeeg Robot si aggirava per la borgata romana di Tor Bella Monaca, il format va sul sicuro e resta quindi ai margini urbani, nella Capitale Morale all’epoca della rigenerazione delle periferie molto detta e per nulla praticata, nonostante i tanti tagli di nastro più che altro a beneficio di assessori fotogenici.

Se caschi in un inquinato Tevere a Roma riaffiori Jeeg Robot mentre se sei un italiano di origine senegalese a Milano sei invisibile, e non solo simbolicamente. Tanto per fare della metafora un’opportunità, è esattamente quello che accade al protagonista dei fumetti di Omar.

Tra le mille luci della Nuova Milano, città patinata e solo verbalmente inclusiva, si snoda un racconto a puntate pieno di ottime intenzioni e argomenti più che condivisibili, eppure facilmente fraintendibili perché detti malamente e appesantiti da troppi stereotipi. A sentirli parlare, sembra quasi che i ragazzi della generazione di Zero comunichino principalmente attraverso luoghi comuni: ma è davvero così?

Che un pizzico di stereotipo giovi alla comprensione e alla velocizzazione di un messaggio ci può stare. Ma qui si esagera davvero, col rischio di ottenere il risultato opposto. Altri recensori hanno definito la serie “rivoluzionaria” a partire dalle premesse: l’autoaffermazione e il riconoscimento per uscire dall’invisibilità.

È vero. È senz’altro originale l’intento, specie nella cinematografia nazionale, ma c’era bisogno di tutte quelle stereotipate e banali immagini patinate e patinanti, grazie all’abuso del drone nell’andirivieni tra le Colonne d’Ercole meridionali milanesi, oltre le quali solo il Parco Sud, e le mille luci della Nuova Milano, tutta boschi verticali e stupori plasticati. Nessuno se ne abbia ma, a volte, sembra di essere in un video tipo Parco Sempione di Elio e le Storie Tese.

E poi, davvero non c’era un modo meno superficiale per raccontare temi, ripetiamolo ancora una volta, condivisibili e importanti, senza sprecare il dispendio di mezzi e strumenti messi al servizio di quella che in finale sembra una favoletta morale da recita scolastica?
Mica si pretende che tutto sia L’odio di Kassovitz o Fa’ la cosa giusta di Spike Lee, ma in certi momenti qui, per intenderci, sembra di essere più dalle parti di The Lady di Lory Del Santo (un cult, ma per altri motivi). Che peccato.