Addio Vittorio Taviani. Insieme a Paolo ci ha insegnato l’utopia, al cinema

È scomparso a 88 anni, Vittorio Taviani, fratello maggiore di Paolo. Inseparabili da oltre cinquant’anni, il loro sodalizio artistico ha segnato la storia del cinema attraverso un rigoroso sguardo etico e politico sul presente e sulla storia, senza mai perdere di vista l’utopia. E con tanta letteratura. “San Michele aveva un gallo”, “Padre Padrone”, “Kaos”, “Cesare non deve morire”, fino all’ultimo da Fenoglio, “Una questione privata”…

Dei due era il più grande, ma solo per un fatto anagrafico, perché insieme erano davvero un universo unico, un perfetto tandem di armonia intellettuale e artistica che ha segnato la storia del cinema.

Domenica 15 aprile se n’è andato Vittorio Taviani, fratello maggiore (appena due anni di più) di Paolo, quello che nelle foto ha sempre il suo bel berretto, un po’ da guerrigliero, un po’ da Repubblica popolare cinese. Aveva 88 anni ed era malato da tempo.

Nati a San Miniato (Pisa), da padre partigiano (un avvocato antifascista), i fratelli Taviani hanno condiviso oltre cinquant’anni di creatività, culminata con l’ultimo film, sorta di testamento spirituale da Fenoglio, Una questione privata, a suggellare quella visione etica, politica ed artistica che ha accompagnato il loro cinema fin dagli esordi.

Quell’inizio insieme a Valentino Orsini, nei primi cinquanta, che è già una dichiarata scelta di campo, prima con una manciata di documentari sociali e poi nel ’62 con Un uomo da bruciare, dedicato alla memoria del sindacalista siciliano freddato dalla mafia nel ’55: Salvatore Carnevale che rivive sul grande schermo col volto di Gian Maria Volontè, attraverso un personaggio sfaccettato, con le sue debolezze umane, malvisto per questo, allora, dai comunisti più rigorosi.

Perché i Taviani, gli schematismi e i “santini” di tanto cinema militante li hanno sempre evitati come la peste. Affilando la loro poetica tra marxismo, letteratura (tanto Pirandello, soprattutto) e psicoanalisi che li ha portati, costantemente, ad interrogarsi con sguardo critico sulla Storia e sul presente, senza mai perdere di vista l’utopia.

Vedere per credere il successivo I sovversivi (1967), che segna la fine del sodalizio artistico con Orsini, anticipando gli umori del Sessantotto, attraverso un giovanissimo e ribelle Lucio Dalla che davanti ai funerali di Togliatti pronuncia la frase fatidica: “Era ora!”. Che provocò, persino, la rinuncia al set da parte di qualche compagno “ortodosso” tra i collaboratori dei registi.

Proseguendo oltre il Neorealismo – tutta la loro generazione si è formata da quelle parti – i Taviani si rivolgono allora ad un realismo capace di dialogare col presente e la storia, narrandone anche l’utopia – stella polare del loro cinema -, attraverso allegorie e metafore, spesso fatte di segni visibili e paesaggi simbolici.

È il caso di Sotto il segno dello scorpione (1969), dove Pasolini e Brecht si intrecciano di fronte al tentativo di creare una società ideale, in un luogo senza tempo, dove si scontrano comunità vecchie e nuove. O San Michele aveva un gallo (1972) personalissima rilettura di Tolstoj (Il divino e l’umano) nella cui ambientazione risolgimentale immergono le incertezze della sinistra italiana post Sessantotto. Seguito dall’ottocentesco Allosanfàn (1974) dove il sogno rivoluzionario, ieri come nei Settanta, è spazzato via dalla restaurazione.

Sono questi i titoli che portano i Taviani alle glorie dei festival, fuori dai confini nazionali. Berlino, Cannes fino alla Palma d’oro del ’77, con Padre Padrone, dalla biografia di Gavino Ledda che, attraverso l’incredibile storia di riscatto del pastore sardo, consacra i registi toscani al rango di vere star del cinema d’autore internazionale.

Negli anni successivi seguiranno soprattutto titoli letterari: Kaos (1984) e Tu ridi (1998) da Pirandello, Il sole anche di notte (1990) e la serie tv Resurrezione (2001) ancora da Tolstoj. Le affinità elettive (1996) da Goethe, La masseria delle allodole (2007), sul genocidio degli armeni, dal romanzo di Antonia Arslan. E ancora il trionfo alla Berlinale 2012 con l’Orso d’oro a Cesare non deve morire, potente rilettura della tragedia schakespeariana interpretata dai detenuti di Rebibbia. Il Decamerone di Boccaccio, nel 2015, è il penultimo film dei registi toscani, la cui opera si completa giusto lo scorso anno – come già detto – col film da Fenoglio, al quale Vittorio, già gravemente malato, ha comunque dato il suo contributo.

La notizia della sua morte l’ha data la figlia Giovanna Taviani a cui va il nostro abbraccio, come pure al fratello Paolo e a tutta la famiglia che ha scelto di salutare Vittorio in forma strettamente privata senza camera ardente né funerali. Una scelta di discrezione che ha caratterizzato il regista di S. Miniato anche in vita.

 

Gabriella Gallozzi

Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e del premio Bookciak, Azione!. E prima, per 26 anni, a l'Unità.

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