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Una famiglia per il mondo. La recherce di Marina Piperno, produttrice combattente

È “Diaspora. Ogni fine è un inizio”, il nuovo film della coppia Piperno-Faccini ospite del Salone del libro di Torino. Il 17 maggio (ore 20) proiezione al Cinema Massimo. Il 18 maggio (ore 17.30, al Salone) incontro con gli autori, lo storico Giovanni De Luna e Dario Disegni, presidente comunità ebraica di Torino. Una saga coinvolgente e militante – in  4 parti e 4 ore – in cui la prima donna produttrice italiana ripercorre la storia della sua famiglia, la sua diaspora, dall’alba delle leggi razziali ad oggi. Il film in edizione home-video è in libreria per Istituto Luce Cinecittà…

 

La memoria è di per sé un prodigio molto “cinematografico”: fa apparire immagini davanti agli occhi e genera sensazioni profonde. È un lavoro infinito, ma che forse riesce anche a stare (provvisoriamente, prima di dilatarsi ancora) in una chiavetta usb.

Può cominciare allora un lungo viaggio. Un impegnativo viaggio che dal raccolto e suggestivo cimitero ebraico di Pitigliano, Toscana, (cittadina definita da taluni la “piccola Gerusalemme”), finisce ad un tavolino di un ristorante del ghetto di Roma, passando per l’America, Israele, il deserto del Negev.

Il lungo viaggio (che sta per una lavorazione della durata di 3 anni e 4 ore di racconto) è la narrazione epica di un film in quatttro parti, bello ed eloquente, che Marina Piperno affronta per ripercorrere la storia della sua famiglia. La produttrice di tanti film (con la storica società Reiac, con Piero Nelli, con Ansano Giannarelli, con Zavattini), protagonista di molto cinema italiano (ed anche della sua vita associativa, nei vari tentativi), è stavolta l’oggetto delle riprese, dirette dal compagno, il regista Luigi Faccini.

Marina, con gli occhi curiosi e luminosissimi che ha, parte questa volta per riassaporare quello che in fondo già sa della propria vasta famiglia. Forse è solo il piacere di rivedere persone care, sparse per il mondo. Forse perché solo ricordare fa rivivere chi non c’è più e tiene ancora unito chi resta. Ciak, si gira! Si parte!

Marina è ebrea, religiosa in modo proprio, e qui si dà con naturalezza e delicatezza  in un racconto premuroso, davvero amorevole. Tutto quello che ne viene ri-creato all’istante, fa da ala alla narrazione che potrebbe a ragione gelarsi e fermarsi all’orrore delle leggi razziali del fascismo, alle spietate persecuzioni e alla diaspora che ne seguirono; ma invece va oltre, con coraggio: fa vedere la vita, quella che c’è anche oltre la tragedia.

Fa vedere nuove vite: bambini appena nati che danno continuazione. Futuro. Sono le esistenze di parenti “sparsi”, e dei loro figli, che dall’Italia sono andati via e che hanno ricominciato da capo. Col dolore sopportato grazie alla dignità, all’unione, alla fiducia (e alla fede) in quello che di bello la vita può ogni giorno dare.

Spiazza così, nel film, il valore, quasi “rivoluzionario” della “tradizione”, il vecchio “orpello” che viene dal trapassato, e che per paradosso coi suoi apparati dà vita ai vivi: il rito, la lingua dei padri, le feste, i balli, la musica tramandata, i ricordi. Testimonianze trasmesse da una generazione all’altra. Lasciti. Tutto intesse una tela fitta e calda. Col compito, davvero privato, di riannodare tutti i fili che la diaspora ha reciso.

Ecco: “privato”. Tenere da conto le fotografie, gli oggetti e le storie familiari. Chi lo fa più? Solo qualcuno “conserva”, con personale pudore, che sembra roba di un altro secolo. In genere si “condivide”. Marina Piperno invece lo ha fatto.

Mettere da parte le cose e conservarle. Tenerle a mente. Un’appropriata citazione introduce il film: “Correndo a gambe levate per scampare a un massacro o a un pogrom, fuggendo da una casa o da una sinagoga in fiamme, tutto ciò che si ci portava dietro erano i figli e i libri. I libri e i figli. Lontano da Gerusalemme, senza più altare e candelabro, agli ebrei non restavano che i libri e alcune parole. Nient’altro”. Sono parole di Amos Oz e Fania Oz- Salzberger, nel volume Gli ebrei e le parole. Alle radici dell’identità ebraica.

Quelli che andarono e quelli che restarono. I viaggi per nave, prima per organizzare le fughe, poi per arrivare negli Stati Uniti o altrove. Le peripezie per ottenere i visti. Simone Piperno, padre di Marina, che sceglierà di non lasciare sola la vecchia madre Rachele, rifiutata dalle autorità americane in quanto troppo anziana, rischiando così la vita della propria famiglia. All’epoca Marina aveva appena tre anni. Alcuni dei parenti rimasti si convertirono al cattolicesimo.

Nel film incontriamo questi racconti e poi quelli di alcuni rappresentanti della vasta comunità ebraica sparsa per il mondo. Gli ebrei storici di Pitigliano. In America troviamo, con le storie di Victor Fornari, cugino di Marina, neurochirurgo infantile, padre di Ari Lev, nata donna col nome di Evi, la capacità di saper dare luogo ai gay, alle donne, cui sono aperte le porte per diventare rabbino. Distinguiamo così tra gli “ortodossi” e i “riformati”.

Poi ancora il deserto, verso Israele: entriamo nei kibbutz sulle tracce dei parenti, i Baroccio i Piperno, emigrati laggiù prima ancora che l’Onu sancisse la nascita dello stato israeliano. E Letizia Di Castro, 85 anni, protagonista col marito della nascita di un kibbutz con vocazione molto ispirata e sociale. Qualcosa di comune e di forte tiene unite tutte queste esistenze.

Piperno & Faccini danno luogo alla rievocazione di una famiglia e di un popolo (anche con tanti cenni “sconvenienti” all’attualità politica; alla politica di Israele nei confronti dei palestinesi, ad esempio): una saga coinvolgente (militante!) che, dai libri di storia, si cala in modo deciso, direttamente nell’animo di ogni spettatore.

Tra foto d’epoca e filmini in 9 millimetri tratti da album familiari, le memorie del 900 raccontano ordinarie vicende umane che stanno per essere spezzate dalla violenza del fascismo e del nazismo, o che, disseminate, cercano di trovare un modo per riannodarsi tra loro. Ogni fine è in realtà un inizio. Ed ogni inizio è una vita nuova…


Enzo Lavagnini

Regista, sceneggiatore, produttore e critico cinematografico. Suoi i documentari: "Un uomo fioriva" su Pasolini e "Film/Intervista a Paolo Volponi". Ha collaborato con Istituto Luce, Rai Cultura e Premio Libero Bizzarri. Tra i suoi libri, "Il giovane Fellini" , "La prima Roma di Pasolini". Attualmente dirige l'Archivio Pasolini di Ciampino