Nella favola di Alice Rohrwacher il lupo va contromano e Lazzaro non risorge

Delude “Lazzaro felice”, il film di Alice Rohrwacher, primo italiano del concorso. “Una favola in bianco e nero” dice la regista di ritorno a Cannes dopo il Grand Prix nel 2014 a “Le meraviglie”. Un apologo “pre-religioso”  in cui le metafore abbondano, per approdare all’amara morale che gli ultimi restano sempre ultimi. Tra le fonti d’ispirazione anche la fiaba, “San Francesco e il lupo” di Chiara Frugoni (Feltrinelli) …

 

Le Monde esalta il virtuosismo registico (in sintonia con l’applausone italiano) ma è controversa l’accoglienza  dei critici per il primo film italiano in concorso, Lazzaro felice, terza presenza a Cannes di Alice Rohrwacher, che con Le meraviglie nel 2014 vinse il Grand Prix di una giuria presieduta nientemeno che da Jane Campion.

A botta calda, dopo la proiezione, la regista così ci condensa il film, montato a rotta di collo fino a mercoledì scorso: “È quasi una fiaba, coi buoni e cattivi scolpiti in bianco e nero”. Il suo Lazzaro però, dice, “buono, santo, perdente, non giudica il bene e il male, ha solo una fiducia incondizionata nel prossimo”. Così Dostoevski definiva il suo meraviglioso Idiota: “completamente buono”. Riferimenti? Ma no.

Il problema di questo apologo “pre-religioso” (sempre Rohrwacher) è che è diviso in due film, radicalmente diversi: inizia come L’albero degli zoccoli e finisce nel picaresco surreale di Miracolo a Milano. Il passaggio dallo sfruttamento arcaico della mezzadria alle baraccopoli urbane, dove i poveri non sono più schiavi ma più affamati di prima, è risolto con un provvidenziale svenimento del contadino Lazzaro, che come San Francesco ha un incontro salvifico col lupo.

Vi sarà chiaro, a questo punto, che lungo il film (pardon, i film, plurale) le metafore abbondano, per approdare all’amara morale che gli ultimi restano sempre ultimi. Nel primo film la dispotica marchesa Alfonsina (Nicoletta Braschi) ha fermato il tempo nel suo podere dell’Inviolata, paralizzandolo come la strega della Bella Addormentata a uno stadio di servitù feudale. Non stregoneria ma ignoranza pilotata, scopriremo poi, ma è pur sempre un artificio da fiaba.

Qui però il realismo magico di Rohrwacher dà il meglio: i riti agricoli di raccolta del tabacco e di trebbiatura sono rapsodie belle e credibili, gli sfruttati ingoiano fame. L’orfano Lazzaro è il più umile tra gli umili, una bestia da soma generosa con tutti: “Ti aiuto?”.

Ad affascinarlo e abbindolarlo arriva il marchesino Tancredi, che col suo aiuto simula un rapimento a scopo riscatto.
Qui cesura=svenimento=San Francesco=lupo: parte il secondo film. Una metropoli di oggi, con i mezzadri-bambini diventati adulti (Alba Rohrwacher, ma c’è anche il bel faccione di Sergi Lopez ) e gli adulti diventati vecchi, brutti e sporchi (ma non cattivi) in un tugurio lungo la ferrovia, a campare di furtarelli e truffe di strada. Il poverello Lazzaro, che miracolosamente non è mai invecchiato, cerca e ritrova un Tancredi anziano e in bolletta (Tommaso Ragno).

Finirà per immolarsi come l’Agnello sacrificale per ottenere che la Banca (le maiuscole sono di rigore, sennò sfugge il simbolismo) gli restituisca i suoi beni. Tra le metafore di contorno c’è la musica di una chiesa che misteriosamente abbandona le suore classiste per seguire i derelitti, mentre il lupo francescano, in fuga, rispunta tra le auto. Contromano, tra l’altro.

Se la sinossi risulta impervia, non è colpa mia. Ho cercato di capire se il lupo-alter ego scappa dalla città per tornare in campagna, ma Rohrwacher dice di no. Lei mi offre come traccia di lettura una citazione di Elsa Morante: “Siamo passati dal primo Medioevo al secondo Medioevo, tutto cambia e tutto rimane com’è”.

È sacrosanta verità storica che la mezzadria, soppressa per legge solo nel 1982, per noi è memoria recente. Continuo a chiedermi però se il passaggio stilistico da Ermanno Olmi ( Dio l’abbia in gloria) a Zavattini-De Sica sia un’altra metafora che mi è sfuggita. Il film esce il 31 maggio, districatevi voi.

fonte Huffinghton Post

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