Pinocchio, il burattino più amato dal cinema

Quinto appuntamento con la rubrica dedicata ai classici della letteratura diventati dei classici del cinema. È la volta del capolavoro di Collodi, approdato sul grande schermo già nel 1911 con un’ insolita incursione western. Poi la celebre versione in cartoon dello “zio Walt”, l’indimenticabile serie tv di Comencini, la dimenticabile versione di Benigni. E presto quella di Matteo Garrone, anche lui rapito dal celebre burattino…

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Il cinema ha sempre attinto a piene mani dalla cosiddetta “letteratura per l’infanzia”. Le trasposizioni cinematografiche di Peter Pan, Alice nel paese delle meraviglie, Il libro della giungla, Le avventure di Tom Sawyer,  le fiabe di Hans Christian Andersen o quelle dei fratelli Griim, sono diventate dei classici. Anche Le avventure di Pinocchio, il più noto romanzo per l’infanzia italiano, affascinò la settima arte.

Il libro di Carlo Collodi, all’anagrafe Carlo Lorenzini (Firenze, 24 novembre 1826 – Firenze, 26 ottobre 1890), pubblicato per la prima volta nel 1881, racconta le avventure di Pinocchio, un burattino di legno costruito dal falegname Geppetto. Il vivace burattino, nonostante gli avvertimenti della Fata Turchina e i consigli del Grillo parlante, fugge di casa e diserta la scuola: finisce prima nel teatro dei burattini dal burbero Mangiafuoco poi in prigione, è quindi vittima del Gatto e la volpe, fa da cane da guardia, rischia di essere mangiato dal pescatore verde, finisce nel paese dei balocchi seguendo l’amico Lucignolo, diventa un “ciuchino”, per poi ritrovare Geppetto, che era partito via mare per cercarlo, nella pancia in un pescecane. Alla fine, dopo mille bugie che gli allungano il naso, diventerà un bambino in carne ed ossa.

Molte espressioni e situazioni del testo sono entrate a far parte del nostro lessico. Il nome Pinocchio è usato per indicare chi mente, così come Il gatto e la Volpe usato per descrivere una coppia “poco affidabile”, ma sono di uso comune anche il paese dei balocchi o il naso che si allunga con le bugie. Un successo editoriale tradotto in oltre 200 lingue che è stato portato più volte sia sul grande che sul piccolo schermo.

La prima versione cinematografica del libro di Carlo Collodi fu Pinocchio (1911), pellicola prodotta dalla Cines Film, diretta da Giulio Antamoro e interpretata nel ruolo del protagonista da Ferdinand Guillaume conosciuto come Polidor. Il film vanta numerose libertà rispetto al testo: dall’assenza del Grillo parlante all’aggiunta di un “episodio western” in cui Pinocchio e Geppetto si trovano a fronteggiare gli “indiani d’America” che per l’occasione sono pure cannibali! Da segnalare, tuttavia, la scena iniziale in cui Polidor passa dagli abiti comuni a quelli di Pinocchio con una capriola dalla precisione davvero notevole per l’epoca.

La trasposizione cinematografica più nota è, invece, quella realizzata in prima persona da Walt Disney nel 1940 che reinventa la storia di Collodi. Anche questa pellicola, infatti, è poco fedele al testo originale, ma la capacità di inventiva e le trovate dell’autore rendono Pinocchio uno dei capolavori della Disney, benché all’uscita nelle sale fu accolto freddamente e si dovettero aspettare le riedizioni per recuperare i tanti soldi investiti: solo la scena in cui Pinocchio si reca a scuola era costata, nel 1939, 25mila dollari!

In tempi più recenti Roberto Benigni si è cimentato in una trasposizione cinematografica dell’opera. Pinocchio (2002), costato circa 45 milioni di euro, è il film più costoso nella storia del cinema italiano, ma il risultato deluse sia la critica che il pubblico. Può un signore (allora) di cinquant’anni interpretare un burattino/bambino? Può un film reggersi sostanzialmente solo sugli effetti speciali digitali? La risposta, almeno per chi scrive, è no.

Tra decine di trasposizioni, più o meno riuscite, meritano più di un cenno due opere realizzate in Italia ad inizio anni ’70. Nel 1972 venne trasmesso da Raiuno lo sceneggiato televisivo in sei puntate, poi ridotto a film, Le avventure di Pinocchio diretto da Luigi Comencini con un cast praticamente perfetto. Il debuttante Andrea Balestri nella parte di Pinocchio (un bambino e non un uomo di mezzetà!), in quella di Geppetto Nino Manfredi, la Fata Turchina col volto di Gina Lollobrigida, il Gatto e la Volpe con gli azzeccatissimi Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, il giudice che condanna Pinocchio al carcere, invece, il grande Vittorio De Sica, Lionel Stander nei panni Mangiafoco e, per finire, Ugo D’Alessio nelle vesti di Mastro Ciliegia.

La serie televisiva ebbe un grande successo, così come la riduzione cinematografica che fu la terza pellicola italiana tratta dall’opera (dopo quella citata del 1911 e quella realizzata nel 1947 da Giannetto Guardone). Ne Le avventure di Pinocchio venne diminuita un poco la componente fantastica a vantaggio di un realismo sociale. La differenza più evidente rispetto al libro di Collodi è rappresentata dal fatto che il protagonista è un bambino in carne e ossa che diventa burattino solo per punizione. Notevoli anche le musiche, a partire dal tema di Pinocchio (o Birichinata), realizzate dal compositore Fiorenzo Carpi. Comencini capovolse il senso del romanzo: nel libro Pinocchio è un burattino che riesce e diventare un bambino solo quando completa la sua “educazione” o meglio la sua “normalizzazione” intesa come rinuncia alla ribellione e appiattimento agli ideali perbenisti della società borghese, mentre nel film (e nella serie televisiva) il protagonista è un bambino ribelle che sogna indipendenza e libertà e la sua maturazione avviene mettendo a frutto le sue qualità, diventando così responsabile e autonomo.

Venne proiettato per la prima volta nelle sale italiane il 21 dicembre 1972, invece, il lungometraggio di animazione Un burattino di nome Pinocchio realizzato da Giuliano Cenci, cui collaborarono gli stessi nipoti di Collodi, Carlo, Mario e Antonio Lorenzini, che reputarono questa versione la più fedele allo spirito del romanzo. Il regista, coadiuvato dal fratello Renzo, impiegò sette anni per la lavorazione del film avvalendosi di tecniche innovative come “tecnica dell’acqua” e il “Rotoscoping”. Un grande apporto lo diede anche Renato Rascel che, oltre a scrivere le musiche, divenne anche il narratore della storia che ha poche differenze con libro (Mastro Ciliegia, ad esempio, è solo presente nel volume sfogliato dal narratore).

Esportato in più di 20 paesi nel mondo, Un burattino di nome Pinocchio ebbe una vita “travagliata”. Dopo le prime proiezioni scomparve dagli schermi e vennero persi i negativi originali che furono successivamente ritrovati (per anni l’unica copia disponibile fu una copia pirata custodita da una emittente privata) per poi essere restaurati dalla Rai con il contributo della Cineteca nazionale. Il film, che rimane uno dei migliori di animazione fatti in Italia, tornò nelle sale nel 2012 ed uscì in DVD nel 2013.

Le interpretazioni date al romanzo sono le più svariate. Alcuni hanno letto l’opera come la rappresentazione ottimistica dell’Italia di fine Ottocento, altri, al contrario, una critica a quella società. Per altri ancora è la “normalizzazione” agli ideali borghesi. Per Elémire Zolla, studioso di mistica occidentale e orientale, “Il Pinocchio di Collodi è un miracolo letterario dalla profondità esoterica quasi intollerabile”. Quale lettura darà Matteo Garrone, regista di Gomorra, nel film tratto dal romanzo di Collodi che realizzerà tra il 2017 e il 2018? Attendiamo curiosi.

Marco Ravera

Ama il cinema, la politica, i libri, il tennis e Dylan Dog

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