Gli uomini che mascalzoni. Paul Schrader ritrova Richard Gere e anche lo scrittore Russell Banks

Passato in concorso un altro grande rappresentante della New Hollywood, Paul Schrader. Suo “Oh Canada” adattamento del romanzo di Russell Banks, “I tradimenti” in cui un vecchio documentarista, mito ed esempio di militanza, si confessa in un’ultima intervista rivelando segreti e bugie di una vita. Richard Gere, dopo “American Gigolo” torna sul set di Schrader, non più mito sexy ma uomo devastato dalla malattia e dal dolore ….

Dalle pagine dello scrittore americano, Russell Banks, grande cantore dell’America profonda, scomparso lo scorso anno, Paul Schrader aveva già portato al cinema Affliction, nel 1997, ricompensato con un Oscar a James Coburn come interprete non protagonista. Mentre un altro suo romanzo, struggente, Il dolce domani con le vite di tutti quei bambini stroncate in un incidente, era arrivato con successo sul grande schermo – passando anche da Cannes – per la regia di Atom Egoyan.

Ora il grande sceneggiatore americano (indimenticato per Taxi Driver di Martin Scorsese), diventato uno dei registi di punta della New Hollywood è di ritorno a Cannes, e in concorso proprio all’indomani del passaggio di Frencis Ford Coppola col quale si contenderà la Palma d’oro per un nuovo adattamento dalle pagine di Banks: Oh Canada, ispirato appunto da I tradimenti, tradotto in Italia da Einaudi.

A 77 anni Schrader ritrova uno dei suoi grandi interpreti, Richard Gere che aveva già prestato volto e corpo – è il caso di sottolinearlo – ad un film, dei suoi, che hanno fatto la storia di Hollywood: American Gigolo (1980). L’affascinante amante a pagamento per le ricche signore di Los Angeles che ha contribuito a lanciare l’attore come mito-sexy è qui, invece, nei panni di un vecchio malto terminale di cancro, che spiamo dalla camera da letto con pannolone e catetere.

È lui il protagonista di questa confessione in punto di morte, dell’auto “smantellamento” di un mito, il documentarista militante e rigoroso Leonard Fife che ha disertato per sfuggire alla guerra del Vitnamem e che è stato d’esempio per intere generazioni di registi. È lui, invece, che sulla sedia a rotelle, davanti alla telecamera di un suo ex allievo, per un’ultima intervista concessa, decide di abbassare la maschera e svelare menzogne e montature di un’esistenza tutt’altro che esemplare.

Con gli occhi puntati sulla telecamera, a guardare quel volto trasfigurato di un vecchio sofferente, è prima del pubblico la moglie, una insolita e dolente Uma Thurman, alla quale sembra rivolta la confessione. I ricordi si sovrappongono letteralmente. Paul Schrader, abile narratore, mette insieme, come tessere di un mosaico, le memorie confuse e affastellate del protagonista.

È il giovane Jacob Elordi a dare il volto da giovane a Richard Gere. Una prima moglie con un figlio e un’altro in arrivo, la proposta dal suocero di un lavoro da capitano d’industria e, invece, la fuga in Canada. Un’altra moglie subito dopo, un altro figlio in arrivo e il nuovo abbandono di entrambi. Un colpo di fortuna che lo porta a girare il suo primo doc di denuncia, la fama del militante che cresce. Del resto è passato da poco il ’68 e quelli sono gli anni delle grandi battaglie di cui Leonard Fife è uno de protagonisti riconosciuti.

In tempi di MeeToo ritrovato, soprattutto qui al festival, Oh Canada è in perfetta sintonia. Quanti grandi registi, scrittori, intellettuali progressisti si sono dimostrati nel privato compagni, mariti e padri orribili. Quando il pargolo abbandonato lo va a conoscere dopo trent’anni di assenza, mentre lui freddo risponde di non avere figli, è una scena da manuale. Un po’ come tutto il film, del resto, perfetto nel suo procedere, ma senza molte emozioni. Se non per Richard Gere che, in assenza di altri contendenti, potrebbe portarsi a casa una Palma mai avuta fin qui.