Storia d’amore e di razzismo per le strade di New York. Nel segno di Baldwin

In sala dal 24 gennaio (per Lucky Red) “Se la strada potesse parlare” melodramma a sfondo razziale del regista premio Oscar, Barry Jenkins. Una storia d’amore e di ingiustizia nell’America razzista degli anni Settanta, nata dalla penna militante di James Baldwin. Passato alla Festa di Roma dopo il premio del pubblico al festival di Toronto …

La strada di Barry Jenkins – cordiale e bel giovanotto di Miami e di colore che con Moonlight, due anni fa, ha fatto en plein con tre Oscar – era questa: portare al cinema, cercando d’essere fedele al massimo, il suo romanzo preferito scritto dal suo scrittore preferito, fin dai tempi dell’università.

L’autore amato è James Baldwin e il libro è Se la strada potesse parlare (in uscita il 25 ottobre per Fandango Libri) che ha attratto Barry per l’intreccio della sua doppia voce: quella sensuale, romantica, sentimentale, affettiva e quella fortemente critica nei confronti di come il sistema americano ha sempre trattato la sua razza.

Cinque anni fa si è trasferito per un po’ in Europa (come del resto aveva fatto Baldwin) per scrivere l’adattamento di questo suo terzo lungometraggio, che ha mantenuto anche lo stesso lungo titolo del libro, e, dopo aver già ottenuto il premio del pubblico a Toronto e dopo la presentazione alla Festa del Cinema di Roma, si vedrà in tutta Italia distribuito dalla Lucky Red.

Ambientato ad Harlem nei primi anni ’70, racconta di un grande amore che ha lontane radici nell’infanzia.
Lei è Tish, una ragazza di 19 anni (un bell’esordio di Kiki Layne) che offre all’olfatto dei clienti le fragranze di un profumo francese in un grande magazzino che l’ha assunta perché l’immagine di una bella ragazza di colore dà un tocco esotico-democratico al locale.

Lui è Fonny (Stephan James), 22 anni e più problematico: non ha lavoro, ma solo voglia di esprimersi scolpendo legno.
Figli di due famiglie di vicini di casa, sono cresciuti giocando e volendosi bene come fratello e sorella, ma ora quel solido affetto si è trasformato in qualcosa di più profondo e diverso. Scoprono insieme l’amore e decidono di andare a vivere insieme. Ma qui cominciano i guai: siamo ancora in un’epoca in cui i bianchi preferiscono affittare gli immobili a un lebbroso piuttosto che a una famiglia di colore.

Non sarà che l’inizio dei loro problemi, lo “sgarbo” di Fonny nei confronti di un poliziotto laido e arrogante lo porterà dritto in galera, ingiustamente accusato di aver stuprato una donna fuori di testa che in realtà non ha mai conosciuto.
Un duro colpo per il loro sogno di vita insieme, anche perché è evidente che il sistema gioca con carte truccate e la speranza di giustizia è quasi inesistente.

Tish che oltretutto è incinta, sostenuta da una famiglia invidiabile, si batterà fino all’ultimo per scagionarlo.
Non sarà in grado di farlo e la sua unica vittoria sarà l’amore che porta per la famiglia, la gioia e la bellezza di una nuova vita.
“Una vittoria che i neri, anche se in ogni epoca hanno avuto una vita terribile, hanno da sempre saputo conservare: è la nostra forza – ci dice Barry Jenkins –. La famiglia nera è integra e io ritengo sia mio dovere raccontarlo: i cineasti hanno la responsabilità di raccontare la verità su le cose che succedono al mondo. E soprattutto in un’epoca in cui la gente ha quasi smesso di leggere”.

Marina Pertile

giornalista

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