Il mondo senza colori di “The Road”. Sopravvivenza faticosa all’ombra del romanzo
In sala a Roma per la rassegna “Sopravvissuti 2022”, “The Road” di John Hillcoat, tratto dall’omonimo romanzo premio Pulitzer di Cormac McCarthy. La storia di un padre e un figlio in lotta per la sopravvivenza dentro un mondo grigio e devastato. Ma il film non riesce a tagliare il cordone che lo lega al romanzo. Eppure mai come di questi drammatici tempi, anche di guerra, si carica di suggestioni …

Forse non esiste momento migliore di questo per rivedere The Road, a poco tempo dall’annuncio del ritorno in libreria di Cormac Mcarthy (previsto per il 2023) e la quotidiana e avvilente dose di immagini dall’Ucraina in guerra, che ci fanno dubitare, a ragione, del genere umano.
The Road di John Hillcoat, che nel 2009 fu in concorso a Venezia senza portare a casa nulla, fa infatti parte della rassegna “Sopravvissuti 2022”, curata dall’associazione Close-Up di Giovanni Spagnoletti e che fino al 31 marzo sarà l’appuntamento settimanale del mercoledì sera presso la sala Delle Province di Roma.
Si tratta di un adattamento del ben più celebre romanzo omonimo di McCarthy, pubblicato in Italia da Einaudi nel 2007 e premiato nello stesso anno con il Premio Pulitzer. Da allora, il grande romanziere statunitense, si è chiuso in una sorta di silenzio durato circa sedici anni, che verrà rotto appunto nel 2023, con non uno ma ben due nuovi romanzi.
The Road non è stato il primo adattamento cinematografico dello scrittore, anzi non è neppure il più famoso. Nello stesso anno del Pulitzer, i fratelli Coen uscivano con Non è un paese per vecchi, tratto appunto dal libro omonimo di McCarthy. E anche in altre occasioni cinema e televisione hanno attinto all’immaginario del romanziere, come per Il procuratore di Ridley Scott o Child of God di James Franco.
Il film di Hillcoat, insomma, è sempre sembrato passare un poco in sordina e ritrovarlo oggi lascia il sospetto che, forse più per i suoi temi che per il suo valore filmico, sappia muoversi come un fiume carsico, senza mai scomparire del tutto dal panorama.
La storia è piuttosto nota. In seguito a una non meglio specificata catastrofe naturale, la civiltà umana è stata spazzata via quasi per intero, ma proprio in quel “quasi” ha sede la trama. Un padre e un figlio si spostano insieme nel mondo devastato, proteggendosi a vicenda dagli altri sopravvissuti, ormai dediti al cannibalismo.
A reggere il film per intero è Viggo Mortensen, che interpreta il padre, pronto a tutto per salvaguardare suo figlio. Il bimbo è invece Kodi Smith-McPhee, all’epoca promettente tredicenne, di cui oggi possiamo ben dire che ha tenuto fede alle attese, essendo candidato all’Oscar al miglior attore non protagonista per il suo ruolo nel cineletterario Il potere del cane di Jane Campion.
Il mondo è privo di colori, cinereo, per tutta la durata del film. Unici momenti con un poco di luce e di speranza sono i flashback continui che Mortensen ha sognando sua moglie (Charlize Theron), o i discorsi tra padre e figlio prima di andare a dormire, alla luce del falò. Proprio il fuoco ricorre spesso nelle conversazioni, il bimbo chiede al padre se loro siano i buoni e il padre risponde che lo sono perché portano, dentro di loro, la fiamma.
L’emancipazione dal romanzo non è riuscitissima. È pur vero che in uno scenario postapocalittico, con pochissime persone rimaste, era difficile affidare ai dialoghi il racconto. La voce fuori campo rimane infatti una costante per tutto il film, dà voce ai pensieri del padre e aiuta lo spettatore a orientarsi in quel che accade.
Tutto il resto sono continui borbottii di fatica, urla di vario tipo, fughe nei boschi e ricerca di cibo a volte fortunate e altre meno. L’obiettivo del padre è dirigersi verso la costa, promessa fatta alla moglie, sebbene non si capisca bene a che pro. Una volta raggiunto il mare si ritrovano davanti un’immensa distesa grigiastra, tanto che il padre sente di scusarsi con il bimbo, illuso dalla mappa: «Mi dispiace che non è blu».
The Road non è senza speranza, ma ne lascia poche. Chiunque può leggerci dentro la profezia che preferisce: la catastrofe climatica o la fuga dei profughi da un paese in guerra, prossimo alla distruzione. Ci troverà il dolore e la fatica di una vita sull’orlo della distruzione, ma non saprà cavarne molto più che la necessità di continuare ad andare avanti. Una storia di questo tipo ha nel romanzo la sua forma più congeniale. Rigirando una delle nostre rubriche, possiamo dire che questo film è proprio un libro.
Tobia Cimini
Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.
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