Si scrive “Il gattopardo” si vede “Vial col vento”. La serie Netflix che non riesce a diventare iconica
Disponibile dal 5 marzo l’attesa serie Netflix “Il gattopardo”, produzione italo-inglese per la regia del britannico Tom Shankland, tratta – secondo i titoli – dal capolavoro postumo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Sei episodi in cui si perde tutta la complessità del romanzo a favore di una telenovela che mixa citazioni, balli e immagini di una Sicilia tutta colori e calore. Cast ad hoc per il pubblico delle piattaforme…

Non tratto da Il Gattopardo come recitano i titoli. Ma a tratti un po’ di Gattopardo. Nel complesso l’attesa e strombazzata serie Netflix ha perso più o meno tutto del capolavoro del principe Tomasi di Lampedusa, scomparso nel ’57 e dunque consacrato scrittore post portem dallo Strega nel ’58. E soprattutto dal pubblico che, quell’edizione portata alle stampe da Giorgio Bassani per Feltrinelli, rese subito un bestseller. Il primo bestseller d’autore italiano.
Ora tradotto in tutto il mondo, ma allora figlio di una genesi tribolata. Il “gran rifiuto di Vittorini” è storia, come gli attacchi da sinistra per il protagonismo dell’aristocrazia (lo difese persino il comunista poeta francese Louis Aragon) e quelli da destra per la descrizione feroce della nascente borghesia.
Nella serie Netflix, profondità dei protagonisti, contesto storico, complessità del racconto tra ironia e pessimismo che del Gattopardo hanno fatto comunque la fortuna decretandone la modernità e la sua originalità rispetto al romanzo ottocentesco, sono appiattiti in un feuilleton.
Meglio, una telenovela in cui la fantasia seriale degli sceneggiatori, i britannici Richard Warlow e Benji Walters, non è andata oltre il folclore dell’accaldata e coloratissima Sicilia (il caldo respingerà i garibaldini, dirà più meno il Gattopardo all’inizio, neanche si trattasse, viceversa, del freddo che ha respinto le truppe napoleoniche in Russia), di grossolani intrallazzi politici (c’è pure un riferimento esplicito, sempre de il Gattopardo alla corruzione tipica della Sicilia) e, soprattutto di triangoli amorosi, di cui Angelica, Tancredi e Concetta saranno protagonisti assoluti nel corso di tutte e sei le puntate.
Parola d’ordine nel regno delle piattaforme è “iconico”. “Bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga com’era” diventa tormentone nella serie e “strillo” da manifesto. “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra”: qui è buono come dialogo tra il principe di Salina e la figlia Concetta (Benedetta Porcaroli), trasformata in perfetto stile Netflix (l’accento sulle eroine femminili ormai è un must), da timida e sofferente principessa innamorata di Tancredi – nelle pagine di Giuseppe Tomasi – a giovane donna combattiva, informata di politica e attualità, capace persino di tenere testa al padre.
E il ballo poi. Reso immortale, più che “iconico”, dal capolavoro di Luchino Visconti (del ’64), dove concentra a mo’ di allegoria il senso stesso del romanzo, le contraddizioni dell’aristocrazia al tramonto, l’immobilismo siciliano al confronto delle trasformazioni – apparenti, appunto – della nuova Italia, incarnata non solo dal rampante Tancredi, ma soprattutto dal senza scrupoli Sedara, qui si riduce a sfoggio di crinoline e bei costumi. Moltiplicandosi per tre. Compresi un ballo indetto da Garibaldi (le camicie rosse in alta uniforme, rossa anch’essa, è davvero iconica) e un altro per il volgo in piazza, dove la bella Angelica sfoggia la sua sensualità popolana.
Burt Lancaster, Alain Delon e Claudia Cardinale, rispettivamente il principe di Salina, Tancredi Falconeri e Angelica Sedara, splendidi protagonisti nell’adattamento viscontiano, restano indisturbati nel loro Olimpo e non per nostalgia. Mentre Kim Rossi Stuart, Saul Nanni e Deva Cassel negli stessi ruoli non riescono proprio a diventare “iconici”.
La regia dell’anch’esso britannico Tom Shankland, innamorato della Sicilia dove andava in vacanza con papà docente universitario d’italiano, non si scosta da quella di un’intelligenza artificiale che campiona scene e paesaggi celebri, pardon iconici, mixa dialoghi altrettanto iconici e ridisegna personaggi più appetibili al pubblico delle piattaforme. La verve e l’accuratezza di un’autrice sensibile come Laura Luchetti (firma il 5 episodio, mentre il quarto è di Giuseppe Capotondi) non può fare miracoli, certo, ma riesce comunque a rendere godibile la puntata più dynasty della serie.
Se il punto di partenza, visto il successo delle produzioni storiche, era una Downton Abbey all’italiana, qui siamo arrivati ben oltre Via col vento.
Gabriella Gallozzi
Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.
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