Luci e ombre di un gattopardo prima de “Il gattopardo”. La vita di Tomasi di Lampedusa, in doc

Passato alla Festa di Roma il documentario, La nascita del Gattopardo di Luigi Falorni, dedicato alla vita di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, prima che passasse ai posteri come l’autore di uno dei capolavori d’antologia del Novecento. Luci e ombre di una vita segnata dalla morte (la sorellina e le zie), il matrimonio con la psicoanalista lettone Alexandra Wolff Stomersee e poi la passione per i libri condivisa con il cugino …

Le prime immagini sono quelle della vittoria del Premio Strega nel 1959, arrivato postumo per Giuseppe Tomasi di Lampedusa (scomparso nel ’57), come la stessa pubblicazione del suo romanzo (nel ’58) che l’ ha consacrato scrittore post mortem, consegnandogli una vita postuma come pochi altri autori hanno “subito”.

Il Gattopardo rimane ancora oggi l’esempio maggiore di rivelazione che la storia editoriale e letteraria del nostro paese abbia mai visto, ma la prima vittima di questa parabola inspiegabile fu proprio il suo autore, che ancora oggi rimane, se non nell’ombra, perlomeno in controluce.

E precisamente illuminare la vita del Principe di Lampedusa è l’obiettivo del documentario di Luigi Falorni, La nascita del Gattopardo, una coproduzione italiana, lettone e tedesca, presentato nella sezione Rivelazioni della Festa del Cinema di Roma, realizzato con il sostegno dell’Istituto Luce.

“Visconti ha dato un volto preciso al Gattopardo: Burt Lancaster. Noi abbiamo provato a smarcarci dal film per poter raccontare il vero Gattopardo, cioè Tomasi”, spiega il regista prima della proiezione. Ad accompagnarlo la vera e propria voce narrante del film, Gioacchino Lanza-Tomasi, adottato dallo stesso Principe di Lampedusa negli ultimi anni della sua vita, che dice “ora con questi nuovi documenti si potrà scrivere un’autobiografia molto più approfondita”.

Il documentario si compone di molte immagini provenienti sia dall’Archivio dei film di famiglia che dal Luce, accompagnate dalle testimonianze di chi fece parte della vita di Tomasi, in una mescolanza di voci reali e di attori. Come detto, più di tutti spicca Gioacchino Lanza-Tomasi, che racconta con precisione straordinaria gli aneddoti e i drammi della nobile famiglia siciliana, in un flusso di coscienza che è poi la linfa dell’intero documentario.

“Quando Dio vuole fottere qualcuno, lo fa nascere a Palermo”, diceva Tomasi, forse memore della sua, di nascita (23 dicembre 1896), segnata dalla morte di una sorellina di poco più grande, avvenuta appena pochi giorni dopo, tanto che la madre Beatrice non si riprenderà mai dal trauma, e nelle lettere si rivolgerà a lui sempre al femminile.

La morte in realtà permea tutta la sua infanzia, muoiono infatti tragicamente anche le sorelle della madre, che verrà poi considerata come fonte di “iettatura” da alcuni parenti. Il Principe di Lampedusa si rinchiude quindi nei libri, passione che condivide col cugino Lucio Piccolo.

Il nucleo della sua vita ha però un nome preciso: Alexandra Wolff Stomersee, che tutti chiamano Licy, nobildonna e psicoanalista lettone, figlia della cantante lirica Anna Barbi (l’ultima delle amanti di Brahms), con cui si sposa in gran segreto nel 1932. Il racconto del loro amore passa soprattutto attraverso le loro lettere, Giuseppe a Palermo, dove si sente obbligato a rimanere dopo la morte del padre, e Licy nel suo amato castello in Lettonia.

La separazione sarà per la coppia un fardello spesso obbligato ma necessario, soprattutto per via dei pessimi rapporti fra Licy e Beatrice, a cui Giuseppe rimarrà per sempre legato. Le due guerre sono per entrambi fonte di dolore, ma un dolore dovuto alla consapevolezza che il mondo andava muovendosi verso un superamento dell’era della nobiltà; in seguito al trattato di Brest-Litovsk viene raso al suolo il castello di Stomersee, durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale viene colpito il palazzo dei Lampedusa a Palermo: sono già i simboli della distruzione della classe nobiliare che andranno a formare il tema di fondo del Gattopardo.

La passione letteraria non si spegne mai nel Principe, lo si sente chiaramente nelle lettere a Licy (“le lettere del corteggiamento sono molto retoriche, ho capito solo in seguito che la sua grande passione per Stendhal lo aveva spinto fino all’imitazione di Julien Sorel”, racconta Lanza-Tomasi), ma deflagra quando il cugino Lucio Piccolo pubblica una raccolta di poesie.

È così che finalmente inizia a lavorare al romanzo, in origine di impostazione joyciana, passando le giornate in un caffè a fumare e scrivere a mano. “È la storia del mio bisnonno”, confidava, “ma in realtà il protagonista sono io e i luoghi sono quelli della mia infanzia”.

La storia editoriale e poi quella cinematografica è ormai ben nota, dal rifiuto di Vittorini fino alla pubblicazione postuma e alla consacrazione del film. “Ho sempre detto che la differenza fra il romanzo e il film è la prospettiva, uno è visto dal lato di Giuseppe e l’altro dal lato di Visconti, che infatti ha tagliato gli ultimi capitoli. Anche se i siciliani vorrebbero che dicessi che Visconti non ha capito niente perché amano essere incomprensibili”, conclude Lanza-Tomasi.


Tobia Cimini

Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.

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