Lo psichiatra dei nazisti. “Norimberga” il film dal libro di McGlashan Kelley che ne studiò l’orrore prima dello storico processo

“I nazisti non erano fantocci che ‘obbedivano agli ordini’, ma persone ambiziose, aggressive, intelligenti e spietate ‘come uomini d’affari’. Il ‘germe’ nazista che avevo sperato di trovare non esisteva: sono certo che anche in America ci siano persone disposte a scavalcare i cadaveri di metà della popolazione americana pur di ottenere il controllo dell’altra metà”, annotava nel 1945 Douglas McGlashan Kelley, psichiatra dell’esercito statunitense incaricato dal comando americano di valutare la salute mentale dei vertici del regime hitleriano in vista del processo di Norimberga. Quella missione, che avrebbe dovuto fornirgli risposte definitive sulle origini del male, diventa per lui un viaggio destabilizzante, capace di incrinare convinzioni e identità fino a lasciare segni indelebili.

Nel 1945 i principali gerarchi nazisti vengono rinchiusi nella prigione annessa al Palazzo di Giustizia di Norimberga. Kelley, ufficiale medico, riceve l’ordine di sottoporli a una valutazione psichiatrica sistematica: test, colloqui, osservazioni quotidiane. Riempie quaderni con dettagli che vanno dalla presunta amnesia di Rudolf Hess alle derive mistiche di Alfred Rosenberg, passando per gli oggetti personali recuperati durante le perquisizioni. Ma soprattutto si concentra su un uomo, la figura che domina quel microcosmo carcerario: Hermann Göring. Lo definisce “la personalità più interessante del carcere”, colpito dalla combinazione di narcisismo, teatralità, carisma e spietatezza che l’ex maresciallo del Reich continua a esercitare persino dietro le sbarre. Con lui intraprende un corpo-a-corpo psicologico, convinto che proprio quel gigante vanitoso sia la chiave per comprendere l’essenza del nazismo.

La conclusione che matura è perturbante: nessun disturbo mentale collettivo, nessun virus ideologico innato. Solo individui lucidi, ambiziosi, determinati e disposti a qualunque violenza pur di ottenere potere. Non mostri inumani, ma esseri umani – e proprio questo, scrive Kelley, è il dato più terribile.

Da quell’esperienza nascono prima il libro 22 Cells in Nuremberg (1947), poi una lunga riflessione che lo accompagnerà per tutta la vita, e infine le ricerche dello storico Jack El-Hai, raccolte nel volume Il nazista e lo psichiatra (Rizzoli 2013). Da questo materiale prende forma Nuremberg, il nuovo film scritto e diretto da James Vanderbilt e interpretato da Russell Crowe in sala dal 18 dicembre (per Eagle Pictures), che sceglie di concentrare il racconto sul confronto scontro tra Douglas McGlashan Kelley (col volto di Rami Malek) e lo stesso Göring (Russell Crowe appesantito e corpulento).

Nuremberg segue Kelley nei giorni che precedono e accompagnano il processo ai vertici del Reich. Mentre analizza i detenuti, il confronto con Göring si intensifica: l’ex comandante della Luftwaffe continua a esercitare autorità, seduzione e cinismo, convinto di poter controllare anche la narrazione del proprio crollo. Il film mette in scena l’inquietante scoperta che il male non nasce dall’obbedienza cieca, ma da volontà lucide e scelte consapevoli – una rivelazione che finisce per destabilizzare lo stesso Kelley più di qualsiasi diagnosi clinica. Questo almeno nel film.

 


Gino Santini

redattore


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