Se tra l’arte e la politica c’è di mezzo un arco. È un film il sogno infranto dell’era Mitterrand
In sala dal 1° gennaio (per Movies Inspired) “Lo sconosciuto del grande arco” di Stéphane Demoustier. L’arte e la cocente delusione vissuta dall’architetto danese Otto von Spreckelsen chiamato a Parigi per la costruzione dell’arco della Défense, opera simbolo dell’era Mitterrand. Pressioni politiche, intrighi, burocrazia e tagli, fino all’arrivo della destra al potere, lo metteranno in fuga. Un ritratto tagliente del mondo degli affari e della politica, ispirato al regista dai fatti reali raccontati da Laurence Cossé nel libro “La Grande Arche”, inedito in Italia. Presentato a Cannes 2025 …

È una storia di architettura e di umanità, un ritratto senza sconti del mondo degli affari, della politica e, più sottilmente di un architetto-artista entrato in un sistema che non gli appartiene quello che ci propone il film di Stéphane Demoustier Lo sconosciuto del grande arco, dal 1 gennaio nelle nostre sale.
Nel lungometraggio – il suo quarto, dopo Terre Battue (2014), presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, La ragazza con il braccialetto (2019), vincitore del Premio César per il miglior adattamento, e Borgo (2023) che è valso a Hafsia Herzi il César come migliore attrice – ha proposto sl grande schermo le vicende reali riportate dal romanzo La Grande Arche di Laurence Cossé (Gallimard 2016, non tradotto).
Commedia al tempo stesso drammatica e sarcastica, il film naviga fra la satira politica e la figura di un artista solitario e incompreso. Senza teatralità ma con rigore, il cineasta mette in risalto le grandezze e le bassezze della Repubblica, le relazioni burrascose fra l’artista e il committente: laddove l’arte sogna le linee pure, il potere ragiona in tabelle Excel. 
Racconta la vicenda della costruzione dell’arco della Défense (1982-1988), ripercorrendo la parabola dell’allora cinquantatreenne architetto Otto von Spreckelsen (il molto convincente danese Claes Bang, protagonista nel 2017 di The Square di Ruben Östlund, nonché interprete di Guglielmo Tell e di Il maestro e Margherita, entrambi del 2024) e del suo rigoroso sogno architettonico.
Fino a quel momento aveva costruito soltanto la sua casa e quattro chiese in patria e insegnava all’Università di Copenaghen. Eppure, “quale santo in giacca-cravatta e sandali” conquistò a sorpresa la giuria del concorso, grazie alla sua progettualità improntata al rigore e alla trasparenza che sbaragliò la concorrenza con il disegno di un semplice cubo.
François Mitterrand – un caricaturale e perfido in pieno godimento del proprio potere Michel Fau, noto in particolare per le sue interpretazioni teatrali del genere vaudeville, già grottesco Procuratore in Mon Crime. La colpevole sono io diretto da François Ozon (2023) – appena eletto Presidente della repubblica, aveva grandi progetti per la Francia e intendeva dare un’impronta personale e moderna a Parigi e al Paese, varando le grandi opere di architettura e di urbanistica.
Spreckelsen si aggiudicò quindi la realizzazione di un’iconica Grande Arche, un edificio che rappresentasse pienamente il nuovo quartiere finanziario, un monumento funzionale, che si aprisse alla città come un portale capace di dare continuità alla prospettiva che unisce idealmente, passando per gli Champs Elysées, l’Arco di trionfo del 1836 al nuovo Arco destinato ad inaugurarsi nel 1989, in occasione delle celebrazioni del bicentenario della Rivoluzione francese.
Laurence Cossé e Demoustier riportano nei particolari l’epopea di una costruzione titanica – la Grande Arche, per l’appunto – che sarebbe nata dall’incontro fatale di un timido e ombroso scandinavo e i “costumi fiorentini” dell’entourage di Mitterrand.
Si parte con un malinteso: il progetto di Spreckelsen, pomposamente denominato Ipercubo, piace a tutti, in primis a Mitterrand. Forte del sostegno e della fiducia di quest’ultimo, l’architetto si convince che nulla gli impedirà di portare a compimento quello che considera il progetto della sua vita. Tutto sembrava andare per il meglio.
Ma si sbaglia di grosso: ignora i vincoli tecnici, finanziari e amministrativi di un simile progetto, a partire dal divieto di ricoprire di vetro le facciate e della porosità a lungo termine del costosissimo marmo di Carrara; non si fida dei suoi interlocutori, quali l’architetto Paul Andreu (Swann Arlaud), che aveva costruito a 29 anni l’aeroporto Charles de Gaulle, incaricato della realizzazione tecnica del monumento, ben disposto nei suoi confronti ma immobilizzato fra l’incudine dello Stato e il martello dell’artista; e infine il governo di destra al potere dal 1986, che rimette in discussione la struttura pubblica del progetto.
Spreckelsen viene invitato a rivisitare il suo progetto verso il basso, e amareggiato abbandona il suo cantiere, lasciandone la prosecuzione in altre mani. Se ne ripartì per la Danimarca e morì di crepacuore, ci induce a pensare il film in una scena molto suggestiva, un anno dopo. Quanto alla Grande Arche, fu inaugurata in pompa magna il 14 luglio del 1989.
Con grande brio Demoustier ci racconta la genesi movimentata di un cantiere simbolo dell’ambizione di un Presidente intenzionato a lasciare traccia nella storia e degli ostacoli burocratici, il dramma intimo di un Don Chisciotte in lotta contro tutti.
21 Luglio 2016
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